Renato SoruBisogna spacchettare le Big-tech per salvare le democrazie di tutto il mondo

Le multinazionali tecnologiche, grazie al monopolio, possono rivoluzionare la sfera politica di una nazione, e lo hanno già fatto. Il fondatore di Tiscali spiega che la soluzione è l’unbundling dei servizi: «Separiamo la mail di Google dal suo motore di ricerca, le mie conversazioni su WhatsApp e i miei post su Facebook dalla mia lettura dei quotidiani on line»

«Come ha potuto una grande nazione così colta, così sofisticata e avanzata come la Germania cadere sotto l’influenza demoniaca di Hitler? La risposta è nel nuovo sistema di comunicazione. Un leader non deve più delegare l’autorità a dei lontani subordinati, che agiscono secondo criteri personali. Grazie ai moderni sistemi Hitler governava direttamente e personalmente: quanto più la tecnologia si diffonde nel mondo, tanto più la libertà individuale e l’autoregolamentazione dei popoli si fanno essenziali». 

Le parole pronunciate nel film Nuremberg da Albert Speer, il ministro degli armamenti della Germania nazista, già architetto personale di Adolf Hitler nonché massimo interprete dell’architettura nazista, per Renato Soru – il sessantatreenne fondatore di Tiscali, primo Internet Service Provider italiano a lanciare il servizio di preselezione dell’operatore (il così detto Internet free) primo a offrire le telefonate gratuite via Internet, grazie al software Voispring poi diventato NetPhone, e ultimo, in termini di tempo, a provare a sfidare la grande muraglia di Google con Istella, il motore di ricerca made in Italy – suonano come un campanello d’allarme, scattato nella seconda metà del secolo scorso, la cui eco oggi si fa sempre più assordante: è la potenza tecnologica che può finire fuori controllo, diventare l’estrema minaccia per la società umana. 

Collegato via Zoom dal suo quartier generale del Tiscali Campus, un’oasi di verde nel cuore di Cagliari nata nei primi anni duemila sul modello della città ideale di Adriano Olivetti, su cui Soru ha edificato il suo ambizioso progetto industriale di innovazione digitale.

L’imprenditore ex presidente della Regione Sardegna parla nel giorno in cui Facebook lancia la sfida ad Amazon inaugurando gli Shop, i nuovi negozi virtuali pensati per invitare le aziende a realizzare un unico negozio online sia su Facebook che su Instagram.

«Dovremmo preoccuparci di più del monopolio della Silicon Valley, dei colossi hi-tech dalla capitalizzazione monstre, cannibali capaci di sopprimere ogni forma di concorrenza. Dovremmo guardare meglio alle piattaforme digitali che hanno acquisito e continuano ad acquisire una mole di dati gigantesca, ogni giorno, della capacità di calcolo crescente delle loro macchine e della portata di utilizzare questi dati nelle loro aziende, governando capacità di acquisto e decisioni fondamentali non solo per l’economia, ma per la nostra stessa vita democratica». 

Di cosa dovremmo aver paura, Soru?
Il tema delle dimensioni e del potere che alcune grandi società dei grandi servizi digitali è una materia non discussa abbastanza. Già negli anni Sessanta alcuni slogan, coniati certo sotto la lente deformante delle ideologie, mettevano in guardia lo Stato dal potere invasivo delle multinazionali. Oggi, fuori dalle ideologie, non riusciamo a capire quale possa essere la portata del fenomeno, perché abbiamo in mente un’idea di multinazionale che non c’è più: oggi abbiamo multinazionali diverse con capitalizzazioni diverse.

Allora – penso alle grandi società dell’energia, o alle enormi catene di montaggio dell’industria dell’automobile – erano aziende fatte da persone, centinaia di migliaia di lavoratori; oggi sono società globali quasi prive di lavoro. Facebook, per fare un esempio, conta in tutto il pianeta poche migliaia di dipendenti.

Il potere di una società come questa, che ha iniziato quasi per gioco, mettendo in relazione gli studenti di un college universitario, è quello di accumulare i nostri dati prendendoli a pochissimo prezzo, e da questi dati estrarre informazioni preziosissime con margini di contribuzione altissimi. A una società come Facebook, arrivata in un tempo relativamente breve ad avere quattro miliardi di utenti in giro per il mondo – più degli abitanti del pianeta di quarant’anni fa – è permesso di far questo: appena spunta un concorrente lo compra, lo porta dentro la sua dimensione, pagandolo per soprammercato pochissimo, e aumenta la sua forza, diventando intoccabile. 

Il rischio qual è?
Dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato a guardare con preoccupazione al mondo digitale e delle sue possibili interferenze con la vita politica di uno Stato.

Lo scandalo di Cambridge Analytica ci ha rivelato che i timori erano fondati. Se questo potenziale bagaglio di informazioni è usato da Facebook per mandare a un numero elevatissimo di utenti una serie di messaggi selettivamente orientati per poi condizionarne i singoli comportamenti, è evidente che silenziosamente può cambiare la natura delle democrazie di tutto il mondo. Se attraverso Cambridge Analytica Facebook ha già orientato una volta una scelta decisiva, cosa potrà impedire che succeda ancora? E cosa potrà succedere fra dieci anni?

Pochi uomini saranno capaci di influenzare l’elezione del Presidente degli Stati Uniti, o avranno il potere di sceglierlo? Perché per iperbole potranno arrivare anche a far questo. E cosa potranno fare con questi dati per interferire nella politica italiana, francese o di qualsivoglia Paese occidentale?

Pensiamo a quanto tempo è stato necessario per far nascere processi di consapevolezza e di crescita di alcuni partiti storici, e paragoniamoli agli exploit di una proposta localistica come quella della Lega di Matteo Salvini, che grazie all’utilizzo dei social network ha divampato quasi in un lampo. In questa luce il quadro è preoccupante. 

Sembra però che il mondo digitale, per sua natura, si opponga alla diversità culturale, dal momento che sembra favorire i grandi player. Perché secondo lei non riescono a prendere forza alternative europee ai colossi americani?
Perché i nuovi big hanno un potere che non avevamo mai conosciuto prima. Pensiamo ancora a Facebook e al tentativo, per ora appena rimandato, di costruirsi una sua moneta, la Libra, con lo scopo di creare un’infrastruttura finanziaria in grado di facilitare gli scambi in ogni parte del mondo nella vita di tutti i giorni, inserendosi in quel gap non coperto dai servizi degli intermediari finanziari.

I segnali che manda sono quelli di un potere che fagocita i concorrenti, li assorbe, implementa le innovazioni tecnologiche all’interno del suo portafoglio di servizi. Semplificando con uno slogan: o comprano o incorporano. Sembrano imbattibili.

Un vecchio adagio dell’economia recita che una tecnologia migliore scaccia quella precedente, ma in questo caso non succede, perché quando nasce una nuova tecnologia già viene acquisita dal grande player, o viene replicata subito: e così l’alternativa viene scacciata. Non c’è posto per il secondo, chi vince prende tutto.

Nel 1984, a causa della sua posizione di monopolio, la AT&T fu costretta a dividersi in più società, la Ma Bell (compagnia madre) e Baby Bell (compagnie figlie). È arrivato il momento che le autorità antitrust impongano uno spezzatino anche per Google e Facebook?
Dal 1984 è cambiato tutto. Allora la legge antitrust era sostenuta dal principio per cui nessuna impresa può prendere una fetta troppo grande di mercato in nome della competitività: la così detta posizione dominante. Le leggi antitrust oggi sono cambiate: è consentito avere una posizione dominante, ciò che è perseguito è soltanto “l’abuso”.

Non credo sia giusto, dal momento che si arreca un danno al mercato già avendo un monopolio. Una posizione dominante in un settore o in un servizio ne genera altri a cascata: Google per esempio ha una posizione dominante sullo spending pubblicitario con Google Ads, gestisce la search, il flusso di informazioni del servizio mail, le mappe, con Google Display la pubblicità che mette su altri siti: ovunque tu entri su Internet inciampi sulla pietra di Google, sei tracciato su tutto il resto della navigazione, una rete di pietre d’inciampo da cui ti pesca sempre.

Il suo valore vero, come quello di Facebook, è una comunità enorme con un valore enorme. Vale l’economia di rete: il valore di un utente aggiuntivo è più grande del valore medio di tutti gli utenti presenti. Come quando si sceglie in quale discoteca andare, e si sceglie quella piena, piuttosto che quella vuota, il concorrente viene comprato per accrescere l’ecosistema.

Il costo marginale è zero, mentre gli altri oggi devono fare investimenti per ogni singolo nuovo cliente. L’effetto congiunto dell’economia di rete e del costo marginale zero fa sì che siano irraggiungibili, con tutto quello che di spaventoso ne consegue per il mercato e la vita democratica. Solo l’intervento della politica, che difende se stessa, potrà salvarci”. 

Solo la politica ci potrà salvare: in che modo?
La soluzione è l’unbundling dei servizi: l’obbligo di interconnessione. In italiano potremmo chiamarlo uno spacchettamento. Scolleghiamo la mail di Google dal suo motore di ricerca, le mie conversazioni su WhatsApp e i miei post su Facebook dalla mia lettura dei quotidiani on line o dalla mia libera navigazione. In Parlamento europeo è un tema di cui ho discusso, mi sono battuto, ho provato a far diventare legge. Ma i colossi fanno muro e la proposta non è passata.