La perdita delle radiciTra gli effetti imprevisti della pandemia c’è la fine del concetto di appartenenza

Secondo la scrittrice e giornalista Annie Zaidi, autrice di “Bread, Cement, Cactus”, il virus ha obbligato a rivedere la nozione di casa: dopo il lockdown, molti si sono ritrovati senza più lavoro, abitazione e aspettative, non sapendo dove stare o dove andare

C’è stato un lockdown molto severo, ora sono ricominciate alcune attività, anche se i contagi continuano a crescere. Per numero di infezioni, l’India si posiziona al quarto posto – ma i tamponi, rispetto alla popolazione, sono stati pochissimi: solo 2.573 milioni.

La pandemia potrebbe crescere, ma il governo non concede dati sicuri, alcune immagini dai social suscitano allarme. E le reazioni, sia della politica (a Delhi il governo locale voleva limitare l’accesso agli ospedali solo ai residenti) che delle persone sono diventate preoccupanti.

Tutto questo lo spiega Annie Zaidi, scrittrice e giornalista indiana, diventata famosa per aver vinto l’edizione 2018-2019 del prestigioso Nine Dots Prize – un riconoscimento bandito dall’Università di Cambridge dalla Kadas Prize Foundation per chi sa rispondere in modo originale a una loro domanda di carattere generale.

Partendo dal suo libro “Bread, Cement, Cactus”, che esamina gli effetti della memoria e del cambiamento e, soprattutto, della sensazione di casa e di sradicamento di fronte alla modernità, analizza gli effetti del coronavirus (finora) sulla società indiana. Sono stati molto più profondi di quanto si pensi. E soprattutto, non sono finiti con l’allentamento del lockdown.

«Una delle cose che la crisi ha provocato è stata rendere il luogo in cui ci si trovava il punto focale della nostra esistenza».

Non è da poco, dal momento che «centinaia di milioni in India sono “migranti interni”. Certo, non tutti hanno difficoltà economiche e non tutti tornano almeno una volta all’anno al loro luogo di origine. Ma una gran parte sì, e vivono vite molto precarie. È molto raro che abbiano case in affitto o contratti di lavoro. Possono essere licenziati con uno schiocco di dita, a volte non serve nemmeno che vengano licenziati».

Con il Covid, spiega, molti datori di lavoro hanno, in tutta semplicità, smesso di pagare. O di rispondere alle chiamate. E anche la casa ha smesso di essere una sicurezza. «Alcune persone sono stati mandate via dai padroni di casa nel giro di una notte».

Un periodo terribile, ma per certi aspetti anche rivelatore. Per esempio ha dimostrato che il senso di ciò che è casa e cosa non lo è non dipende solo dalla disposizione di una persona. «Amare una città, vivere lì, avere anche iscritto i figli a scuola, aver fatto trasferire i genitori: tutto questo può portare a un’apparenza di “casa”. Ma nel giro di una settimana, o di un mese, tutto può crollare».

Tra le varie emergenze, il virus ha ribaltato «la questione dell’appartenenza. Ci ha obbligato a guardare ciò che c’è sotto». E può non piacere.

«Sono affiorate domande di vario genere: di chi è davvero quel posto che noi consideriamo nostro? Chi può permettersi di vivere nelle città? Chi può permettersi di lasciare un luogo quando non ci sono più cibo e riparo? Chi è “tollerato” e chi no, e non solo in senso politico e culturale, ma anche fisico, di rifornimento, di sostegno? Chi può essere indicato come colpevole con più facilità rispetto ad altri? Chi può essere arrestato, anche senza aver commesso crimini?». Il virus ha messo a nudo le fratture della società.

«Nel mio libro ho parlato del sistema delle caste e del bigottismo della gente comune. In questi momenti lo ho visto all’opera: quando è stato introdotto il distanziamento sociale, sono subito cominciati i commenti delle persone che tornavano a lodare il vecchio sistema delle caste, quando non si potevano toccare alcune categorie di persone che svolgevano i lavori più umili. Per loro quello che accadeva in quei giorni andava quasi a giustificare una forma di apartheid ricevuta in eredità. E ancora: i musulmani non solo sono stati accusati di diffondere il virus, ma sono anche stati arrestati, messi in prigione». Alcune tensioni sono esplose, alcune rotture sono diventate evidenti.

Non è niente di nuovo, aggiunge, e non è specifico della pandemia. «Ma la pandemia ha ingrandito e amplificato questi fenomeni».

Uno dei più grandi fattori di cambiamento, come ha dimostrato nel libro, è stato la globalizzazione, che continua a incidere sul Paese.

«Sul tema sono esitante ad assumere posizioni radicali, perché con “globalizzazione” si indicano molte cose diverse. Spesso se ne parla come ciò che successo in India negli anni ’90, con l’economia che si apriva agli investimenti stranieri. Alcuni studiosi dicono che dovrebbe essere chiamata, più che globalizzazione, “neoliberismo” o “capitalismo transnazionale”. È vero che gli interessi culturali e commerciali occidentali hanno inondato l’India, ed è vero che ci hanno cambiato – soprattutto la classe media – in molti modi. Mi ricordo ancora di quando avere troppi soldi, o – meglio: quando l’esibizione di denaro e il consumo senza limite erano considerati un atteggiamento volgare. Mi ricordo anche di non avere sempre avuto facile accesso a un sacco di beni e di servizi, e che potevo scegliere solo tra due o tre tipi di prodotti. D’altro canto, mi ricordo anche una sensazione – difficile definirla con precisione – di adeguatezza».

Cosa è successo: «Alla fine degli anni ’80, il Paese si è conuquistato l’autosufficienza producendo molte cose. Orologi, aerei, armi, latte e grano. Lo Stato se ne occupava, e questo significava posti di lavoro sicuri, almeno per la classe media. Anche la sanità e il sistema bancario erano controllati dallo Stato, per cui esisteva l’intenzione di renderli accessibili a tutti».

Col nuovo millennio, tutto questo è cambiato. «Forse è successo prima, ma io l’ho avvertito con chiarezza negli anni 2000, perché avevo trovato il mio primo lavoro in una startup e, in quanto studentessa di giornalismo, imparavo a osservare tutti questi cambiamenti attorno a me. Si potevano scegliere più prodotti, ma c’erano anche più sensazioni di inadeguatezza. È innegabile che la disuguaglianza è cresciuta, ci sono dati che lo dimostrano».

Ma gli effetti non sono solo economici. «Una delle cose che ho notato è che i cambiamenti culturali rapidi creano ansia nelle persone. Vogliono restare aggrappati a ciò che credono che sia “noi”, e questo “noi” potrebbe anche non essere mai stato ben definito, per ovvie ragioni. Purtroppo tutti, in qualche modo, siamo un tipo di “noi”».

Gli effetti di questo tipo di retorica sono ovvi, cioè l’idea che «si può fermare il cambiamento tenendo lontane categorie di persone che si considerano “non noi”. Questo finisce per dare vita a forme di nazionalismo aggressivo, e visto che l’idea della nazione dovrebbe essere inclusiva almeno di tutti i cittadini, chiunque voglia esprimere idee diverse da quelle del gruppo dominante può essere colpito in nome della nazione stessa».