Andata e ritornoL’Isis è sconfitto, ma i Paesi europei non sanno come rimpatriare le mogli e i figli dei foreign fighters

Dal marzo 2019 è caduta l’ultima roccaforte dello Stato islamico, rimane però incerto il destino delle donne e dei figli di origine europea dei soldati che vivono nei campi profughi del Rojava. Almeno 750 bimbi avrebbero il diritto di essere riportati nel Continente

Afp

A marzo del 2019 gli Stati Uniti e i curdi del nord-est della Siria hanno annunciato la sconfitta territoriale dello Stato islamico. La fine dell’Isis, però, ha portato con sé nuove problematiche che sono tuttora prive di soluzione: una di queste è il destino delle donne e dei figli dell’Isis di origine europea che vivono nei campi profughi del Rojava. 

Nel campo di al Hol, uno dei più grandi di tutto il nord-est siriano, ci sono circa 70mila persone, di cui circa 11mila di origine straniera, divise a loro volta tra 4mila donne e 7mila minori, la maggior parte dei quali ha meno di 12 anni. Secondo le stime di Save the Children, inoltre, 750 bambini hanno origini europee e avrebbero quindi diritto ad essere riportati in Europa. 

Il caso di Shamima Begum 
Ad accendere nuovamente i riflettori sulla sorte delle donne e dei bambini dell’Isis ancora in Siria e di origine europea è stato il caso della britannica Shamima Begum. La giovane era scappata in Siria nel 2015 insieme ad altre due ragazze quando aveva ancora 15 anni. Una volta lì si era sposata con un miliziano dell’Isis di origine olandese per poi risposarsi con un secondo combattente dopo la morte del primo marito. La giovane aveva avuto tre figli, due dal primo matrimonio e uno dall’ultimo, ma nessuno di loro è sopravvissuto: il bambino nato dall’unione con il secondo marito è morto di polmonite ad al Hol dopo sole tre settimane di vita.

L’episodio aveva ulteriormente riacceso il dibattito sul destino dei bambini dell’Isis, dato che Begum aveva chiesto al Regno Unito di tornare a casa con il figlio poco prima che il piccolo morisse. Il rimpatrio era stato però rifiutato dalle autorità britanniche e l’allora Segretario per gli Affari interni, Sajid Javid, aveva anche privato Begum della cittadinanza. La legge del Regno Unito prevede infatti che un cittadino britannico che rappresenta una minaccia per il proprio Paese possa perdere la cittadinanza se è cittadino anche di un altro Stato. In questo caso specifico, Begum è considerata bangladese per discendenza paterna. 

A luglio del 2020, però, la Corte di Appello britannica ha stabilito che la donna ha diritto a fare ritorno nel Regno Unito per presentare ricorso contro la decisione del Governo. Per tutta risposta, il ministero dell’Interno ha annunciato che si opporrà alla sentenza della Corte, volendo evitare a tutti i costi il ritorno della giovane.

La posizione degli Stati dell’Unione europea
A spingere per il rimpatrio dei cittadini stranieri che si trovano nei campi profughi siriani è prima di tutto l’Amministrazione Autonoma (AA) del Rojava, che tra guerra e pandemia ha sempre più difficoltà nel garantire la sicurezza di donne e bambini dell’Isis, oltre che degli stessi combattenti jihadisti detenuti nelle carceri sparse per il nord-est. Ad oggi però gli appelli dell’AA sono rimasti per lo più inascoltati, dato che i Paesi europei non hanno ancora adottato una politica comune in materia di rimpatrio di donne e minori, continuando a decidere caso per caso. 

Ufficialmente non ci sono particolari limitazioni al rientro in Europa dei cittadini europei presenti in Siria, ma i Paesi membri hanno cercato di ostacolarne il più possibile il ritorno in patria. Oltre al rischio che tali persone rappresentano per la sicurezza, per gli Stati membri è difficile reperire le prove necessarie per processare qualcuno per dei crimini commessi in un Paese terzo e inoltre le legislazioni attuali prevedono pene troppo leggere per reati legati al terrorismo.

A questo proposito, l’Agenzia UE per la cooperazione in materia giudiziaria aveva suggerito di accusare i foreign fighters anche di crimini di guerra, così da aumentare il peso dell’eventuale condanna.  I Paesi membri lamentano anche la mancanza di relazioni diplomatiche con le autorità curde e la difficoltà nel comprovare il reale diritto alla cittadinanza europea dei figli dei miliziani dell’Isis. 

Un altro nodo da risolvere riguarda poi la possibilità di rimpatriare solo i minori e non anche le madri. Il timore infatti è che riportando i bambini in Europa, un giorno i genitori possano fare appello all’articolo 94 della Costituzione Ue per ottenere il ricongiungimento. Una diversa interpretazione ritiene invece possibile far tornare in patria solo i minori sospendendo la potestà genitoriale dopo aver classificato come un abuso l’aver portato i propri figli nel territorio dello Stato islamico. 

Non è quindi un caso che la maggior parte dei Paesi Ue con un alto numero di foreign fighters abbia fino a oggi preferito rimpatriare solo gli orfani o i minori che necessitavano di particolari cure mediche. In Belgio, per esempio, una Corte ha stabilito l’obbligo di riportare in patria i bambini con meno di 10 anni, ma non ha garantito lo stesso diritto anche alle madri. Francia, Germania, Olanda e Svezia hanno ugualmente preso in considerazione solo i casi di minori rimasti orfani o le cui madri avevano rinunciato alla potestà genitoriale, così da evitare i problemi legati al possibile ricongiungimento dei familiari. La Danimarca invece, dopo aver fatto rientrare un bambino malato dal campo di al-Hol, ha deciso di non rendere più automatica l’acquisizione della cittadinanza per i figli dei danesi che si sono uniti all’Isis. Una politica simile a quella britannica, che si avvale della possibilità di revocare la cittadinanza agli affiliati dello Stato islamico per limitarne il più possibile il ritorno.

La legislazione Ue
Data l’incapacità dei singoli Stati membri di dotarsi di regole precise circa il rimpatrio dei minori, il Parlamento europeo ha approvato a novembre del 2019 una Risoluzione che mira da una parte a garantire una migliore protezione dei bambini che si trovano in aree di conflitto o coinvolti nell’emergenza migratoria; dall’altra a contrastare l’apolidia dei minori nati in aree di conflitto, tutelando il loro diritto ad essere riconosciuti dal Paese di origine. Il documento, che prende il via dalla Convenzione per i diritti dei bambini delle Nazioni Unite, invita quindi i Paesi dell’Unione a procedere al rimpatrio dei bambini in possesso di cittadinanza europea. 

A gennaio del 2020, il Parlamento ha ribadito la sua posizione attraverso l’approvazione di una nuova Risoluzione che chiede agli Stati membri di riportare in Europa i minori presenti nei campi curdi “senza ulteriori indugi”, dato che i loro diritti non possono essere limitati a causa delle azioni commesse dai genitori. 

Nonostante i richiami del Parlamento, la strada verso una politica europea comune è ancora lontana, ma sempre più necessaria. La questione sarà di ancora più difficile gestione una volta che i minori saranno diventati adulti, momento in cui potranno recarsi in Consolato e chiedere il riconoscimento della loro cittadinanza europea. A quel punto però potrebbero davvero rappresentare un problema per la sicurezza dell’Unione.

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