Gaetano Testa, filosofo oraleScrittore, poeta, artista, fotografo e ragioniere: ritratto di uno dei fondatori del Gruppo 63

Nato a Mistretta, in Sicilia, nel 1935, è uno degli ultimi esponenti di un movimento di avanguardia in grado di fare tutto, da una cronaca-romanzo delle rivolte sessantottine a storie di fantascienza dall’impianto surrealista visionario

Foto di Letizia Battaglia (Collezione Fulvio Abbate)

Gaetano Testa, scrittore, pittore, assemblatore di legni, disegnatore minuzioso, fotografo rigorosamente in bianco e nero, diarista di se stesso, è tra i fondatori del Gruppo 63, la neoavanguardia letteraria italiana che ricevette il battesimo strategico-militante a Palermo, nell’anno mostrato dal proprio marchio editoriale. 

Il suo esordio come narratore risale ad allora, con lui Michele Perriera e Roberto Di Marco, in un volume intitolato in modo magistrale, “La scuola di Palermo”, azzardo letterario voluto da Giangiacomo Feltrinelli. 

In quarta di copertina, quasi una dichiarazione ideologica, il monotipo anarchico Testa piazza una frase che riassume l’irregolarità dichiarata dell’avventura creativa cittadina: «Questa gente è all’avanguardia della cultura europea», parole pronunciate indicando il contesto sub-proletario quasi spettrale, “messicano”, di piazza dello Spasimo. 

Testa, per non smentire la propria vivacità irresoluta, in piena rivolta del ‘68, pubblicherà “5”, forse il romanzo più estremo che la letteratura italiana abbia mai conosciuto, dove le voci della rivolta del luglio ‘60 e l’osservazione minuziosa, iperrealistica, al microscopio, di un contesto ora burocratico ora assoluto, riferito al vivente, vengono messe in pagina; già, l’immagine del più sofisticato microscopio rende bene l’occhio, lo sguardo, la curiosità talvolta allucinatoria di Testa. 

Nel 1970, con altri scrittori palermitani, “Tanino”, così per gli amici, con il sostegno dell’editore Sergio Flaccovio, darà impulso a “Fasis”, una rivista, un laboratorio permanente, cui poi seguiranno altri “marchi” editoriali, sempre escogitati dall’estro di Testa, facendo così proseguire la sua avventura artistica totalizzante, “Passalacqua & Gualerzi” e infine “Per Approssimazione” (meglio, “PerApp”) accompagnato, quest’ultimo azzardo, da una collana editoriale autoctona e autarchica, ne è ultimo frutto un volume, “Al balcone sognando” (10 euro) che sembra riassumere ancora una volta l’occhio dell’autore.

Dimenticavo: Gaetano Testa è, sempre a suo modo, straordinario compilatore di storie di fantascienza (o forse sarebbe più opportuno parlare di fanta-critica letteraria) dall’impianto surrealista visionario. 

L’uomo è nato a Mistretta nel 1935. Nella sua biografia quel luogo sembra riassumere la topografia planetaria, non perché lo scrittore reputi che il cosmo conosciuto inizi e si concluda lì, non c’è però sua nota biografica disposta a precisare la giurisdizione provinciale siciliana sotto cui quella cittadina ricade. 

Facendo caso alla vocazione di trasformare se stesso unicamente in filosofo orale, potremmo ancora raccontare il giovane Tanino che, negli anni ‘50, decora la grancassa della batteria di un suo vicino di caseggiato, tal Giacomino Moscatello, operaio del Cantiere navale e intrattenitore da matrimoni, cresime e battesimi, con l’effigie del Corsaro Verde. 

Intendiamoci, attraverso Testa e la sua avventura letteraria è possibile ricostruire un’ampia porzione di secolo della vita culturale italiana e palermitana, dai lavori del Gruppo 63 alla Settimana internazionali Nuova Musica promosse dal barone Francesco Agnello, a latere la sua collaborazione con “Il Verri”, “Quindici”, “Marcatrè”; fino al movimento studentesco del ‘77, accompagnato in prima persona. 

Dettaglio affatto secondario: Testa ha lavorato lungamente con la qualifica di “ragioniere” presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Palermo, tuttavia la stanza dove egli avrebbe dovuto unicamente far di conto è divenuta invece, a pieno titolo, una ulteriore cattedra dell’ateneo, insegnamento di letteratura sperimentale e potenziale.

Addirittura molti studenti disertavano le lezioni dei corsi generali in Aula “Columba”, per frequentare piuttosto la sua stanza al primo piano, il suo “ufficio”. Irrilevante che Leonardo Sciascia, estraneo alla vita culturale palermitana, irridesse alla neoavanguardia cittadina assimilandola ai “futuristi di Bagheria” (sic), si sappia infatti che Marinetti ne incoronò alcuni nella cittadina resa celebre da Guttuso, Ignazio Buttitta e Peppuccio Tornatore. 

Molto più significativo sottolineare il giacimento di idee e curiosità “novissime” giunto con Gaetano Testa nella crescita culturale all’ombra di Monte Pellegrino. Ora suggerendo la lettura di “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani ora testi come “Il mattino dei maghi” o perfino trattati di matematica, i “Canti pisani” di Ezra Pound, i versi di Chlebnikov, una sorta di seminario permanente. Matteo Di Gesù, in quei giorni non ancora docente di italianistica, ricorda pure un Testa che dice loro: «Ragazzi, andiamoci a bere una “Ceres”, leggete i polizieschi, non i classici!». 

Quest’ultimo suo “diario” così proclama: “La Sicilia è un’isola che in pochissimo tempo è diventata una provincia dei Sargassi, basta allontanarsi un metro e già comincia a profumare di rinoceronti bianchi”. 

In definitiva, a dirla tutta, Gaetano Testa è un irriproducibile microscopio vivente ad altissima precisione letteraria. L’uomo, lo scrittore, l’artista, il fotografo, il decoratore di legni pregiati si è dato lo scopo di penetrare fin dentro i nuclei più nascosti e apparentemente irraggiungibili della materia narrativa, irripetibile sommozzatore delle ultime possibili “felicissime” avanguardie.

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