Lady AntifaLa tragicomica storia della band che per non esser considerata razzista ha scelto il nome sbagliato

Il gruppo country Lady Antebellum ha voluto cambiare perché la denominazione originale evocava uno stile architettonico sudista. Ma è andata male: anche una cantante e attivista nera si chiama così. E li ha accusati di “appropriazione culturale”

Brett Carlsen / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Avevano deciso di cambiare nome alla band per combattere il razzismo, si ritrovano accusati di appropriazione culturale. È successo ai Lady Antebellum, gruppo country americano, di Nashville (Tennessee).

Tutto comincia l’11 giugno di quest’anno, quando dichiarano, in seguito a «molte riflessioni personali, discussioni nella band, preghiere e diverse sincere conversazioni con alcuni dei nostri amici e colleghi neri più vicini», di voler togliere dal loro nome la parola “antebellum” e di diventare soltanto “Lady A”, come del resto «i fan ci hanno chiamato fin quasi dall’inizio».

Nessun problema, sembrerebbe. In più l’obiettivo era eliminare, anche in ossequio alle manifestazioni che avevano preso piede in America dopo la morte di George Floyd, ogni possibile eco di razzismo.

“Antebellum”, anche se può sembrare parola neutra, è il nome del tipico stile architettonico in voga negli Stati del Sud prima della Guerra di Secessione (ante-bellum, appunto).

È, per capirsi, quello della villa di Rossella O’Hara in “Via col vento”. Tutti lo conoscono: elegante, con elementi neoclassici, ampi colonnati e destinato a dare forma alle case dei padroni delle piantagioni.

Toglierlo dal nome del gruppo assumeva un significato simbolico preciso, cioè quello di prendere le distanze da un passato e un mondo con cui i membri della band non volevano avere niente a che fare, nemmeno per caso, e riconoscere il collegamento tra stile “antebellum” e schiavismo.

Le cose però non sono andate nel verso giusto. Si scopre quasi subito che il nuovo nome prescelto, cioè “Lady A”, era già in uso.

È quello con cui, da almeno 20 anni, canta e si fa conoscere Anita White, musicista di colore di Seattle, senza etichette importanti, da sempre indipendente, attivista e nota nella zona della Costa Ovest (il Pacific Northwest) per «il suo soul e blues e per il suo sostegno alla sua comunità».

Per risolvere l’impasse, il gruppo e la musicista, cioè “Lady A” e Lady A”, si incontrano e cominciano a cercare un accordo per i diritti di utilizzo del nome.

All’inizio gli ex Antebellum sembrano ottimisti: il 15 giugno pubblicano lo screenshot di una conversazione a quattro su Zoom (loro, Anita White e quelli che sembrano gli agenti), dove tutti sorridono. «Siamo felici di condividere con voi il fatto che stiamo arrivando a una soluzione positiva, su un terreno comune. Le ferite si stanno trasformando in speranze. A presto altre news».

E invece no. Il ciclo degli annunci, appena cominciato, si interrompe subito. La trattativa salta. Da un lato c’è Anita White che aveva chiesto 10 milioni di dollari per consentire alla band di utilizzare il nome “Lady A”. Cifra eccessiva, secondo loro, che rifiutano.

Senza accordo, si va per vie legali: il 7 luglio il gruppo fa causa: «Siamo arrivati alla conclusione che dobbiamo chiedere a un tribunale di riaffermare il nostro diritto di continuare a usare il nome Lady A, un marchio che abbiamo avuto per molti anni» – dal 2010, per l’esattezza, quando avevano deciso di registrarlo dal momento che molti fan avevano cominciato a chiamarli in quel modo.

Secondo gli avvocati, Anita White, che pure utilizza quel nome dal 1987, avrebbe dovuto farsi viva all’epoca della registrazione fatta dal gruppo e protestare. A rigore di diritto, hanno ragione, anche se è difficile che una musicista di Seattle si tenga aggiornata sui cambi di nome di un gruppo del Tennessee. Ma la cosa da notare è il cambiamento di tono, molto meno conciliante e “pentito” rispetto ai primi giorni.

Dal canto suo, Anita White ha controbattuto, punto su punto, in una intervista a Vulture. Qui sostiene di non aver mai creduto alla sincerità delle loro intenzioni: «Penso che lo sapessero fin dall’inizio che sarebbe andata così».

Dopodiché passa in rassegna i dettagli degli incontri: «L’accordo che proponevano non aveva nessuna sostanza», perché si limitava a chiedere «una coesistenza, in cambio di un generico impegno da parte loro di darmi una mano con i miei social network. Ma cosa vuol dire?». La cantante aveva allora proposto di utilizzare nomi diversi. «Loro sarebbero stati “Lady A – The Band” e io “Lady A – The Artist”. Non hanno voluto».

Nel frattempo era cominciata, anche su Internet, la transizione della band al nuovo nome. Sotto il nome di “Lady A” scompaiono, su Google, i collegamenti alle pagine e alle canzoni di Anita White. Chi avesse cercato i suoi brani blues avrebbe trovato, nelle prime pagine, l’ampio repertorio country degli altri. «Ho perfino cercato di caricare il mio singolo su DistroKid ma non per tre giorni non sono riuscita verificare il nome».

E i 10 milioni che avrebbe chiesto? «Confermo tutto», dice. «Cinque li avrei impiegati per organizzare il mio rebrand, per ricominciare dopo più di 20 anni che lavoro nel settore con quel nome. Gli altri cinque li avrei donati a enti caritatevoli per dare sostegno ad altri artisti neri».

Insomma, «se davvero gli ex Lady Antebellum avevano intenzione di dare un aiuto concreto alle organizzazioni di colore, questo era il mio modo di essere sicura che lo facessero».

E così, quella che era cominciata come una storia di redenzione e antirazzismo, è finita per trasformarsi quasi nel suo opposto.

Forse, come suggerisce con ironia la critica televisiva Emily Nussbaum, i Lady Antebellum avrebbero risolto tutto con una soluzione più radicale. Ad esempio scegliendo di chiamarsi “Lady Antifa”.

E invece sono rimasti intrappolati di una battaglia legale e ideologica. Secondo Anita White, con la loro potenza mediatica, i Lady Antebellum si sono rivelati soltanto un’ulteriore manifestazione «del privilegio bianco». La loro scelta di cambiare nome, in questo senso, sarebbe solo l’ennesimo episodio di «appropriazione culturale». E la battaglia legale non viene né capita né apprezzata dai fan (basta vedere i commenti su Youtube). Un disastro?

A tutto questo va anche aggiunto anche la cattiva nomea di cui gode l’industria della musica country. Un genere che, nonostante (si scrive qui) si sia nutrito di influenze nere fin dalle sue origini e conti nel suo panorama anche alcuni artisti di colore, è rimasto tuttora un «fortino bianco», cresciuto durante il periodo delle leggi Jim Crow.

Adesso, dopo l’ondata di proteste che ha attraversato l’America, si sono visti anche i primi segni di ripensamento da parte di artisti ed etichette, con qualche gesto di sfida alle regole. Quello dei Lady Antebellum, se fosse stato condotto con minor malagrazia, sarebbe rientrato tra questi.

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