Prove di ripresaPerché un Comitato di esperti potrebbe rilanciare le imprese pubbliche

Sarebbe un tramite tra il governo e le aziende, ma anche portavoce di indirizzo politico e consulente tecnico. Il settore ha un grande potenziale non sfruttato: potrebbe fare la differenza, se agisse in modo coordinato, per il futuro

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Potrebbe essere la direzione giusta. Più confronto tra le imprese pubbliche, decisioni comuni sulle missioni strategiche che impegneranno il Paese nei prossimi anni e, perché no, un Consiglio di esperti, scelti settore per settore, che si occupi di monitorare e tenere i collegamenti con lo Stato.

Secondo la proposta presentata oggi dalla Commissione Imprese e Sviluppo, nell’ambito del Forum Disuguaglianze e Diversità, con il sostegno del progetto europeo GROWINPRO, è la strada giusta per far ripartire l’Italia.

Del resto, come ha ricordato uno degli estensori della proposta, il ricercatore Simone Gasperin dell’Ucl Institute for Innovation and Public Purpose di Londra, il settore pubblico in Italia è ancora «un pilastro», per le sue dimensioni, perché i privati «non reggono il confronto» e perché «le sue capacità di innovare sono ancora oggi indispensabili» per sostenere lo sviluppo.

Lo dicono i dati: le imprese pubbliche danno lavoro a oltre 350mila dipendenti, investono il 17% della loro spesa in ricerca e sviluppo.

«Sono centrali, insomma. Ma il loro potenziale trasformativo è ancora sottosviluppato, perché lo Stato è un azionista “assente” – anche per una carenza di competenze – e le imprese si auto-attribuiscono missioni strategiche senza coordinarsi con le altre».

Dopo 20 anni di stagnazione della produttività e una crisi pandemica, secondo gli estensori della ricerca (durata nove mesi) è il caso di cambiare formula. Ed ecco allora entrare in scena il Comitato.

Però non è semplice. Serve organizzazione, coordinamento e soprattutto un impianto giuridico efficiente per integrare il nuovo organismo con quelli già esistenti.

E poi, come fa notare il presidente di Saipem, Francesco Caio, il ritorno della politica nella gestione delle imprese pubbliche è senza dubbio un bene: lo Stato – anzi, i politici stessi, potrebbero assumere un ruolo più attivo e, soprattutto, «orientare le scelte al bene comune», formula ampia in cui vengono rappresentate «la competitività, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale».

Il vero ostacolo da aggirare (o togliere) è «il trade-off tra necessità di consenso da parte della classe politica e il fatto che gli obiettivi da raggiungere sono di lungo periodo». Occorre bilanciare, calibrare, conciliare.

Se si riuscisse, fa notare l’ad di Poste Italiane, Matteo Del Fante, il rilancio sarebbe dietro l’angolo. «Forse il ritardo italiano sulla fibra è figlio della mancanza di un Comitato?», si chiede.

Suggerisce che il Comitato abbia un ruolo più tecnico, per fornire allo Stato «le basi» per dialogare in modo produttivo con le aziende.

Anche perché, ricorda Francesca Bria, presidente del Fondo Nazionale Innovazione, il «mondo va verso quella strada e le concentrazioni di potere sono già enormi», riferendosi ai GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon).

Da non trascurare anche gli effetti sul mercato dei capitali. Lo fa notare Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo. La certezza di una visione strategica sistemica, l’idea di una direzione collettiva «avrebbero un impatto importante e positivo», dal momento che gli investitori – da cui derivano parte dei capitali delle imprese pubbliche – conoscerebbero gli obiettivi tecnici e saprebbero anche valutare la capacità di raggiungerli.

L’importante (e in quel momento parlava il manager) è che il Comitato non entri «nei processi decisionali, che spettano ai Consigli di amministrazione, anche secondo la normativa, che in proposito è chiara». E che soprattutto, visto che si tratta di un ritorno della politica, «le decisioni dovranno essere prese da soggetti eletti in modo democratico».

Niente tecnici, insomma. Un nodo che si sente di evidenziare anche Valentina Bosetti, presidente di Terna. A suo avviso l’interazione tra Stato e grandi aziende pubbliche è già in atto, «ad esempio lo si è visto con il Piano Nazionale integrato per l’energia e il clima, che il ministero dello Sviluppo ha affidato proprio a un team di esperti, modellisti, che hanno lavorato e hanno proposto le strade percorribili».

L’importante, però, è che si fermino qui: «La decisione finale toccherà alla politica, loro dovranno indicare le strategie possibili, con tutti i costi e i benefici».

Sono tutti punti di vista diversi che analizzano da più parti la proposta. Se è vero che l’assunto di base è condiviso – maggiore interazione tra Stato e aziende, con una finalità di ampio raggio e lungo periodo – restano da definire le modalità di azione.

C’è un quadro giuridico già presente da rispettare (ed è di provenienza europea), ci sono le prerogative dei manager e dei consiglieri pubblici e, da non dimenticare, quelle della politica stessa. Insomma, meglio procedere per gradi, come suggerisce Sergio Dompé, presidente e AD di Dompé Farmaceutici (l’unico privato presente).

Ha sottolineato l’importanza della catena del valore della conoscenza, campo in cui le imprese pubbliche possono entrare come protagoniste e leader, ma «senza rigidità. Il mondo cambia in fretta e tutti i programmi devono essere corretti nell’arco di pochi mesi – una cosa che io faccio sempre, almeno tre o quattro volte l’anno, mentre nel pubblico si fa poco».

Tocca al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri fare il punto della situazione, raccogliere i consigli ed elaborare una analisi. «Se le imprese pubbliche hanno potenziale, vuol dire che il modello fin qui adottato non è da buttare», dice.

Un modello, spiega, «che combina controllo pubblico e autonomia di gestione». Prima di modificarlo – mette le mani avanti – serve «attenzione».

Resta il fatto che si tratti di una buona idea, dal momento che «in occasione degli Stati Generali a Villa Pamphilj ho avuto occasione di incontrare, insieme al presidente del Consiglio, tutti gli esponenti delle maggiori aziende pubbliche, insieme, nella stessa mattinata».

Un confronto proficuo, «mai fatto prima, per quanto mi riguarda», che ha permesso di elaborare alcune tematiche di discussioni. «Serviranno dei tavoli più specifici, in futuro». Forse coordinati dal Consiglio degli esperti? Troppo presto per dirlo, ma senza dubbio è una possibilità.

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