Una vita con la seicorde tra le maniIl blues di Albert King, giramondo d’America partito dal basso

La sua biografia sembra quella di un commesso viaggiatore, ma la sua musica è pura e pulita come poche altre. Non è mai stato un santo, ma la sua chitarra rimane un dono del Cielo. Read & Listen

La copertina dell'album Born Under a Bad Sign

Lo chiamavano il Bulldozer di Velluto, per il timbro vellutato della voce, e l’imponente corporatura (o forse il fatto che guidava davvero quei macchinoni, entrambi rendono l’idea). Leggenda vuole fra il metro e novanta e i due metri, peso ben superiore al quintale. Ma la vera grandezza di Albert King è un’altra. Perché se parliamo di blues, Albert è stato una figura gigantesca quanto la sua stazza.

King non è il suo vero nome, essendo nato Albert Nelson nel 1923, forse nello stesso paese di B.B. King, Indianola, Mississippi, forse invece ad Abardeen (l’ammirazione per il Re originale, B.B., è stata quasi una dolce ossessione per molti anni, il cognome King se lo è dato dopo il successo di “3 O’Clock Blues” di B.B., e anche la sua chitarra, quella Gibson Fly-V, unione suono-freccia iconica, l’ha chiamata Lucy…).

Non che la cosa importi molto. Per il blues elettrico B.B. King è stato l’originator. Se il primo dei tre “King” (il terzo è Freddie) sarà sempre il numero uno, nel tempo Albert Nelson in King ha dimostrato di meritare quell’auto-investitura regale. Anzi, è probabile che la sua influenza sul blues-rock inglese e sul blues moderno sia stata ancor più incisiva di B.B. King. Il quale, alla sua morte prematura nel 1993 nell’eulogia disse: «Non eravamo fratelli di sangue, ma lo eravamo di blues». Parentela ancora più forte.

La sua bio sembra quella di un commesso viaggiatore, fin da piccolo: dal Mississippi all’Arkansas, infanzia a raccogliere cotone, papà che sparisce e lascia le due sorelline e lui, che si costruisce la prima chitarra con una scatola di sigari, un ramo e fili d’acciaio. Si parte dal basso, insomma.

La prima comprata a un dollaro e venticinque, chissà come si sarà sentito. Canta con alcuni gruppi di gospel (una sorta di scuola dell’obbligo nel Sud) ma la luce la vede davvero quando sente per la prima volta il country-blues di Blind Lemon Jefferson e il tono jazzato di Lonnie Johnson.

Da quel momento, il blues se lo porta dietro in ogni spostamento: parte dall’area intorno a casa in Arkansas, sale a Gary, Indiana (dove nascerà la nidiata Jackson 5), ma nella band di Jimmy Reed (un altro grande) c’è spazio solo alla batteria.

Incontra Willie Dixon, un’autorità, che gli procura un’audizione alla Parrot, qualche singolo e bye bye. Torna giù, poi va a St.Louis, dove nel 1961 incide uno dei suoi pezzi classici, “Don’t Throw Your Love On Me So Strong”, 14esimo in classifica nelle chart nazionali di r’n’b, e il suo primissimo album, “The Big Blues”.

Ce l’ha fatta? Macchè. Mancano ancora tre anni di peregrinazioni e circuiti di provincia prima di arrivare in quel luogo magico, a Memphis, Tennessee, nel Sud dov’è nato più di quarant’anni prima. Non so se sopra quell’insegna, Stax, ci sia una sorta di piramide invisibile che concentra l’energia dell’Universo in quella saletta d’incisione. Troppi momenti di musica purissima alla fine te lo fanno anche sospettare. Sta di fatto che improvvisamente, Mr. King trova la quadra.

Il suono della chitarra già c’è. È un suono unico, e ha un segreto dietro. Albert è mancino, ma non riposiziona le corde come fanno i mancini, invertendole. Lui gira semplicemente la chitarra, e il risultato è che lui spinge verso il basso le corde che tutti gli altri spingono verso l’alto quando vogliono “piegare” le note. Questo gli dà un tono potente, insieme rotondo e pungente, ma se proprio la vogliamo mettere sul tecnico, Albertone ha due frecce alla sua chitarra: una pulizia assoluta, mai una sbavatura né una distorsione (e siamo pur sempre nel periodo psichedelico), l’opposto di Jimi per capirci.

E quella bending nooooote infinita, una sospensione che ogni volta ti lascia lì, confuso e felice. Perché quelle note, lancinanti invece che morbide come quelle del suo mentore B.B., ti escono addosso dirette dalle casse e fanno qualcosa che è raro: sospendono il tempo, uno slow-motion anche di una frazione di secondo, abbastanza per rallentare quando la velocità e la passione hanno portato troppo lontano.

Sono sequenze di note che rispondono all’esigenza primaria di ogni amante del blues elettrico: la nota perfetta. Ma Albert fa di più, la prolunga, se la guarda mentre sta in aria, pronto a riaccoglierla dal suo volo, accoglierla in pancia, e rimandarla fuori un attimo dopo. Siamo sul Monte Olimpo della chitarra elettrica, l’avete capito.

Quello che King trova alla Stax è il perfetto, e necessario, complemento al suo blues. Jim Stewart stesso, il patron della Stax, all’inizio non è del tutto convinto. Teme che il blues sia troppo lontano dal soul e rythm’n’blues che identifica la Stax, non melanconiche riflessioni su quanto è blue la vita.

E invece lo prende in cura Al Jackson jr, batterista di Booker T & the MGs, la super house-band della Stax, quella che è stata dietro decine di capolavori della black degli anni ‘60. E che anche in proprio qualche traccia l’aveva lasciata, valga per tutti quell’evergreen nell’ambito del r’n’b-funk southern style, “Green Onions”.

Questa volta il chitarrista-base Steve Cropper è inevitabilmente escluso, il chitarrista già c’è; ma ci sono Booker T all’organo, un giovane Isaac Hayes al piano, la ritmica chiusa dal basso esuberante di Donald “Duck” Dunn: King trova allo stesso tempo un groove perfetto, e una pienezza di suono che pochi, forse nessun bluesmen può avere. Nel senso di un blues esuberante, eclettico, capace di strisciare e il pezzo dopo saltare in aria.

Al quadro completo mancano solo pezzi che possano valorizzare sia la chitarra, che la capacità interpretativa della voce di Albert, che gli arrangiamenti, alcuni dei quali, come in “As The Years Go Passing By”, una sontuosa rivisitazione del suo primo hit, sono straordinari. La verità, va detto subito, che questo non è un album come possiamo (cominciare a) intendere nel rock verso l’anno ’67.

Nel blues si producevano singoli, e gli album erano raccolte. E infatti il disco è veramente eclettico, si va dal r’n’b, i fiati di a pompare quando serve, a un paio di brani da puro crooner da night. Però dato che ai singoli ci tenevano tutti, brani clamorosi ce ne sono a iosa. Certo, Albert non ha una voce passionale, sfrontata, aggressiva o profondamente blue come Otis Redding o Sam&Dave, solo per citare solo due della scuderia Stax di quel periodo, né quel tuono di vocione del suo mentore B.B., ma è intonato, potente il giusto, ottima capacità interpretativa.

La title-track, scritta da William Bell, produttore e deus ex-machina della Stax, e Booker T stesso, apre con un riff di fiati poderoso, tipo quello di Zucchero in “Con Le Mani”. Fra bluesmen si presta, si dice. Poi parte questo ritmo funky, se potessi usare un ossimoro definirei cattivo e rilassato allo stesso tempo. Un viscerale leggero, altro ossimoro. Una ribollita nel pentolone funk, un accenno di assolo palesemente tenuto al guinzaglio, 2‘47” in cui Albertone col vocione canta la sua storia di gatti una storia di gatti neri e voodoo:

«Sono nato sotto un cattivo segno/ son stato giù fin da quando ho cominciato a gattonare/se non fosse per una cattiva fortuna, non avrei fortuna per niente…Sai che vino e donne sono tutto quello che desidero/una donna dalle gambe lunghe mi porterà fino alla tomba/Nato sotto un cattivo segno…».

Un’ode alla sfiga, alla nuvola di Fantozzi, al blues dell’appena nato.

Un altro classico futuro è “The Hunter”, scritta dai quattro MGs, praticamente la cover sulla quale i Free costruiranno il loro suono. Come anche “Crosscut Saw”, una ritmica shuffle per un classico istantaneo. C’è un remake di “Kansas City” di Lieber & Stoller, uno swing blues con il basso di Duck in primo piano.

E ci sono r’n’b arricchiti dai solismi di Albert: quelli uptempo come “Oh Pretty Woman” (no, non quella), e quelli mid-tempo, batteria che scandisce tosta come “Down Don’t Bother Me”. C’è “I Almost Lost My Mind”, un classicone scritto da una star del blues a 12 battute come Ivory Joe Hunter, cover di chiunque, da Fats Domino a Demis Roussos, persino di Pat Boone (#1 garantito): King la canta come un crooner, ogni tanto si distrae e spara improvvise sequenze di note, poi si rimette tranquillo a cantare.

Ma alla fine, e intendo davvero alla fine del disco, arrivano tre blues, e tutto prende senso definitivo. La fusione r’n’b/blues è perfetta: “I Wanna Be Your Personal manager”, sussurra (ora sarebbe ‘social manager’, suppongo), prima che si snodi (per soli 4’30”, ma il confine di un Lp di singoli sono la lunghezza dei brani).

Un blues lento, con assoli da pelle d’oca. “Laundromat Blues” è un po’ più robusto, e quella meraviglia del vecchio hit, “As The Years Go Passing By”, accompagnamento di fiati, un pianoforte che svisa e un assolo che esplode spontaneo, voce struggente e melodia indimenticabile… beh, quello rimarrà suo per sempre, insuperato.

Questi singoli, questo Lp, ben presto arrivano in Inghilterra, e King diventa una pietra miliare per tutto il rock blues inglese: la title track viene ripresa dai Cream nel disco live di “Wheels of Fire”, ma è soprattutto lo stile di King che influenza profondamente i giovani chitarristi inglesi, Eric in testa. Lo confessa lui stesso, «tutto Disraeli Gears e Strange Brew in particolare sono puro Albert King» (anche se il tono di Clapton in generale è più controllato, meno tirato di King).

Considerando proprio i limiti di durata dei singoli, se volete ascoltare il blues di Albert King al meglio, c’è un catalogo vasto, ma da conoscere prima di pescare a piene mani, perché gli album in studio buoni buoni sono pochi (“I’ll Play the Blues for You” forse il migliore).

Piuttosto, c’è una quantità di live dove “quel” tono lo ritroverete, e sarà goduria pura: il migliore di tutti è “Live Wire/Blues Power”, ma appena sotto ci stanno i due “Wednesday”/ “Thursday Night in San Francisco” (anch’essi incisi nel tempio del rock, il Fillmore di Bill Graham), “Blues At Sunrise” (Montreaux ‘73) e “Blues At Sunset” (dal concertone Wattstax e da Montreux).

Tutti su etichetta Stax, il suo periodo più luminoso. Un’altra perla è l’album live con Stevie Ray Vaughan, il suo discepolo più dichiarato. È chiaro che appena la sua fama si allarga, è accolto nei festival di blues, di jazz, ma soprattutto nei luoghi e dagli amanti del rock. È come andare a sentire il proprio eroe delle seicorde, ma meglio. Molti lo invitano a dividere il palco, come i Doors (“Live In Vancouver 1970”) e a Montreaux trova uno dei suoi adepti, Rory Gallagher, con un grande duetto/sfida su “As The Years…” (“Live Blues”, 1977).

Gli utimi anni li passerà fra ritiri e ritorni, sempre girando le strade d’America nel suo Greyhound customizzato, con sulla fiancata la sua ragione di vita: “I’ll Play The Blues For You”.

Ed è quello che farà, senza soste, fino a quella mattina del 21 dicembre 1992, quando un infarto lo ferma per sempre, due giorni dopo il suo ultimo concerto. I Memphis Horns guideranno la processione suonando “When The Saints Go Marchin’ In”. Non sarà stato un santo, ma la sua chitarra rimane un dono del Cielo.

15. Continua. Qui le altre puntate.

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