Gli alfieri della British invasionIl rock poetico dei Kinks racconta un’Inghilterra idealizzata e forse mai esistita

A differenza di tante altre band degli anni Sessanta che hanno sfondato negli Stati Uniti, Ray Davies e i suoi sono sempre rimasti molto legati alle origini, alla loro terra e a una certa quotidianità. Si ritrova tutto nei loro singoli e nei loro album, opere uniche con melodie così orecchiabili che puoi cantarli a memoria anche dopo 50 anni. Read & Listen

La copertina dell'album Something Else

Di tutte le band inglesi dei medi anni Sessanta, quelle che collettivamente vengono ricordate come gli alfieri della “British invasion” negli Stati Uniti, i Kinks sono sicuramente quella più vicina, e inseparabile, dal concetto di “British”.

Non che gli altri non lo fossero, ma il loro amore per il blues americano, e la voglia di spaziare su tutti i topici a disposizione (includendo anticonformismo, rabbia e rivolta), li rendevano meno “nazionali”. I Kinks no, sono legati a doppio filo alla vita ordinaria inglese, dal thè ai pub, dalle scuole pubbliche al pudding e roast beef, a luoghi e quartieri londinesi ben precisi.

È una direzione che la poetica di Ray Davies, principale autore e cantante, prende dopo qualche anno. All’inizio, diciamo dal 1964 al 1966, i singoli dei Kinks sono beat (così si chiamava allora), metallici, hard: il brano che li lancia, “You Really Got Me”, ha un riff di chitarra (mutuato da “Louie Louie” degli americani Kingsmen) duro, cattivo, che sarà ripreso da mille band di beat, di hard rock, di metal, di punk.

Uno di quei riff su cui si è costruito il rock a tutte le latitudini. Vero che hanno anche momenti delicati, quasi intimisti (come “Stop Your Sobbing”, poi ripresa dalla futura moglie Chrissie Hynde dei Pretenders), ma all’inizio è la chitarra elettrica del fratellino Dave Davies a fare il suono, senza mezze misure, magari come nel caso di “You Really Got Me” e “All Day And All Of The Night” grazie a un amplificatore sfondato usato a tutto volume.

Dopo un paio d’anni, lentamente ma inesorabilmente, Ray cambia, comincia a dipingere quadretti di vita tipicamente inglese, nei personaggi, nei luoghi, nelle abitudini, nelle tradizioni. E lo fa benissimo, con una grazia e una cura dei dettagli quasi introvabile nel rock, almeno fino a quando non avanzerà l’onda dei cantautori.

I Davies sono cresciuti in un quartiere di Londra, Muswell Hill, quartiere periferico allora affacciato sulla campagna, e per certi versi si può dire che Ray in realtà non se ne è mai andato. Il mondo lo guarda da quella vetrata al piano terra, porto di mare, dove i due fratelli facevano musica e invitavano gli amici a unirsi. Il suo sguardo, ironico e comunque benevolente sulla moda pop che irrompe sulla scena londinese, a partire da Carnaby Street, la dipinge in “Dedicated Follower Of Fashion”.

Il taxman (che ispirò anche Harrison) è lo spunto per “Sunny Afternoon”, l’arrivo dell’autunno freddo e piovoso, le serate davanti alla tv per la partita e il roast beef la domenica li descrive in “Autumn Almanac”, la nostalgia dei bel tempi andati la tratteggia in “Where Have All The Good Times Gone?”.

Tutti con melodie così orecchiabili che puoi cantarli a memoria ancora dopo 50 anni. A poco a poco, i rock duri si trasformano in ballate, e Ray introduce una serie di arrangiamenti e stili che sono molto più vicini a un musical, o a una performance teatrale.

Se aggiungi a tutto questo che in quegli anni la certificazione del successo arrivava dall’America, e dopo un primo incidente negli Stati Uniti non ci metteranno piede per un lustro, mentre tutti gli altri faranno tour continui (o, come nel caso di Eric Burdon, addirittura si trasferiscono), si capisce perché i Kinks, delle cui storie di vita inglese al pubblico americano – nel massimo momento del beat e garage rock – non poteva fregar di meno, si capisce perché rispetto agli Stones, Animals, Who e compagnia i Kinks non hanno mai sfondato, e sono sempre rimasti un po’ indietro.

Difficile scegliere, nel loro canzoniere anni ’60, un album che li sintetizzi alla perfezione. “Something Else”, 1967, è un album di transizione, e soprattutto ordinario in un momento in cui sta esplodendo la psichedelìa, in cui i Beatles con “Sgt. Pepper’s” stanno portando la sperimentazione nel rock ai piani superiori, in cui la scena inglese è invasa da band di rock-blues prima, hard rock poi.

È un album un po’ in controtendenza quindi (ed è ancora nulla rispetto a quelli che verranno…), e nonostante contenga uno dei più memorabili singoli di tutti i tempi all’uscita vende poco e male. Vendere album nel ’67 non era così scontato: considerati una singles band, né la casa discografica né i fan sapevano cosa aspettarsi, e quella sterzata di stile e contenuti li coglie di sorpresa.

È lo stesso problema che dovranno affrontare gli Who, considerati per anni una singles band, mai presi sul serio per la capacità di incidere album consistenti e di livello, questio che risolveranno con ‘Tommy”.

Ma i Kinks sono “true originals”, il loro scopo non tanto è la competizione con gli altri, quanto lo sviluppo di un veicolo che possa sorreggere in modo conveniente i temi, le ossessioni, le atmosfere care a Ray che – come è stato scritto – più che cantare personifica dei ruoli: non più i giovanilismi del primo rock, ma eclettiche vignette che possano descrivere una sorta di versione ideale, mitizzata, forse non-esistente dell’Inghilterra, con i suoi costumi e le sue figure stereotipate. E quante ce ne sono, su queste due facciate.

“David Watts” racconta di un sempliciotto che la notte sogna di essere come D.W., gran fico e capitano della squadra di football della scuola. “Two Sisters” è una metafora dei due fratelli (sempre in frizione e lotta fra loro, come saranno i due Oasis 30 anni dopo) virati al femminile: Ray è Percilla, sposata e gelosa della sorella single, Sylvilla, single e libertina (ma alla fine guardando i suoi bambini capisce che va bene così).

In “No Return” c’è la paura di incontrare la donna della vita quando sai che ormai è finita. “Harry Rag” (sinonimo di fag, sigaretta) racconta di madre e figlio che, qualsiasi cosa succeda, comunque si rollano una cicca (ma quale?!) e se ne vanno a letto. “Tin Soldier”, il soldatino di latta, è l’emblema dell’uomo comune, il soldatino che non va mai oltre le apparenze.

“Lazy Old Sun” è una riflessione sul tempo che cambia (in peggio, pensa adesso…). “Afternoon Tea” descrive l’abitudine irrinunciabile di ogni buon inglese, ma senza più Donna, che se ne è andata per sempre, stesso tema anche di “Funny Face”.

Ma la cosa da notare è che raramente sono canzoni rock, né pop di per sé: usano clavicembali e trombe, marcette e folk-rock, attingono a stili musicali del passato (music hall inglese, vaudeville), in “No Return” persino a una bossa nova. Non è lontano da alcuni momenti di McCartney, che comunque guida una macchina ben più potente ed affermata.

Rimangono i due singoli, fra i miei preferiti di quell’anno in cui ogni settimana usciva una meraviglia: “Death Of A Clown”, scritta e cantata da Dave (cover italiana dei Nomadi con testo di Guccini, titolo di raro conformismo: “Un figlio dei fiori non pensa al domani”), una malinconica ballata sul triste finale del clown e del suo circo.

Infine, chiude quello che è stato votato da Time Out come l’inno londinese per eccellenza, e dalla critica una delle più belle, se non la più bella, canzone rock di tutti i tempi, “Waterloo Sunset”: 3’16” di pura magia, una di quelle che quando parte faccio sempre fatica a trattenere un paio di lucciconi d’annata, chissà poi perché.

Questa fotografia del tramonto di fronte alla stazione di Waterloo, dove i genitori lo portavano bambino a vedere la grande Skylon che negli anni ‘50 rappresentava il progresso e la rinascita per una città distrutta dalla guerra, con la gente che si affolla in tutte le direzioni, e quella citazione di Terry e Julie (forse Terence Stamp e Julie Christie in un cult del cinema inglese, “Via Dalla Pazza Folla”), è struggente, un vero gioiello di testo e musica.

Album di transizione, dicevo, perché nei due successivi il taglio British sarà ancora più evidente, quasi senza ritorno (almeno per molti anni). “Village Green Preservation Society”, 1968, è una fittizia associazione per la salvaguardia del verde cittadino, un peana alla conservazione delle tradizioni (…”birra e verginità”), vita tranquilla in una cittadina rurale, con prati e aiuole, il campanile della Chiesa e gente contenta di vivere in un un piccolo mondo antico, senza scossoni e modernità.

Nell’altrettanto eccellente e più corposo “Arthur (or the Decline and Fall of the British Empire)”, Ray e i Kinks andranno fino in fondo su Via della Nostalgia, tornando indietro ai tempi della Seconda Guerra attraverso gli occhi di un londinese che si trasferisce in Australia, shockato dalla guerra e dalle sue conseguenze.

La voce sottile e particolare di Ray a guardare indietro e raccontare mondi ideali che non esistono più, in pieno contrasto con i temi del Vietnam, della droga, del “cambiare il mondo” come chiunque cantava a cavallo fra ’60 e ’70. Nessuna sorpresa quindi che per ritrovare il successo i Kinks dovranno poi ritornare a un suono più rock, anche se quella magia non la ritroveranno praticamente più.

P.S. Se prendete la riedizione di “Something Else” Deluxe, troverete anche altri tre singoli, “Sunny Afternoon”, “Autumn Almanac” e “Susannah’s Still Alive”, e tante altre chicche. Ma se volete una compilation che selezioni per voi nei vari album ce ne sono decine, c’è solo l’imbarazzo della scelta (ma guardate bene sia il periodo che i brani).

16. Continua. Qui le altre puntate.

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