Inside BamakoQuali conseguenze avrà il colpo di Stato in Mali per la Francia (e l’Unione europea)

Parigi insieme ad altri Stati Ue, tra cui l’Italia, è impegnata nell’operazione Takuba, avviata nel luglio 2020 per contrastare lo jihadismo nel Paese e nel Sahel

Afp

Il 18 agosto il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta, ha rassegnato le proprie dimissioni a seguito di un nuovo golpe organizzato da un gruppo di ufficiali che da quel momento hanno assunto il controllo del Paese. La situazione nello Stato africano era particolarmente instabile già dall’inizio di giugno, quando la popolazione è scesa in strada per manifestare contro il Governo accusando il presidente di brogli, corruzione e di non essere in grado di garantire la sicurezza dei suoi cittadini.

Il colpo di Stato ha provocato la dura reazione della comunità internazionale che teme ripercussioni sulla stabilità regionale – ed europea – e sul lavoro svolto dal 2013 a oggi dalle missioni Onu e francesi attive in Mali e nel Sahel per contrastare il terrorismo.

Le cause che hanno portato al colpo di Stato
Il golpe di agosto è il risultato di un’instabilità politica che va avanti da anni. Nel 2012 il presidente Amadou Touré viene destituito da una giunta militare mentre le forze secessioniste tuareg e i jihadisti affiliati ad al-Qaeda tornati dalla Libia prendono il controllo del nord del Paese.

I militari lasciano presto il controllo del Paese a un governo transitorio civile, che dura solo fino a fine anno: a dicembre del 2012 il Mali assiste a un nuovo colpo di Stato. Il 2013 si apre invece con le elezioni presidenziali, vinte dall’ex primo ministro Ibrahim Boubacar Keïta, che può contare sul sostegno dei giovani. Le urne del 2018 riconfermano Keïta per un secondo mandato, anche se la sua popolarità inizia a diminuire come dimostrano le elezioni parlamentari di marzo 2020 e la reazione popolare ai risultati delle consultazioni. Il partito del presidente ottiene una maggioranza relativa, sconfiggendo quindi l’opposizione rappresentata da Soumaila Cissé, già candidato alle presidenziali di due anni prima.

Proprio la figura di Cissé è importante per capire quanto sta accadendo in Mali: il politico viene rapito tre giorni prima delle votazioni durante il suo tour elettorale nel Paese e la sua scomparsa innesca le prime proteste contro il Governo. La situazione però peggiora a fine aprile, quando la Corte costituzionale assegna 31 seggi parlamentari al partito di Keïta. La società civile insorge, l’opposizione si compatta contro il presidente e il 5 giugno si assiste alla più grande manifestazione contro il Governo nella capitale Bamako. A guidare la società civile, riunitasi nel Movimento 5 giugno (5M), è l’imam Mahmoud Dicko, ex sostenitore di Keïta e vicino al Qatar.

Intanto la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) interviene e il 10 agosto ottiene la nomina di nove nuovi giudici della Corte costituzionali, che si scopre essere stati scelti da un alleato del presidente. Una settimana dopo si arriva al colpo di Stato.

Il ruolo della Francia in Mali
Il golpe in Mali è stato immediatamente condannato dall’Unione africana, dall’Ecowas, dagli Usa – che hanno interrotto ogni cooperazione militare – dall’Ue e dalla Francia, sostenitrice del presidente Keïta. Il timore maggiore è che il colpo di Stato indebolisca le operazioni contro il jihadismo attive nel Paese, fornendo l’occasione ai gruppi armati del nord per espandere ulteriormente il loro controllo sul Mali.

A essere particolarmente preoccupata è la Francia, che tramite il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha espresso l’attaccamento di Parigi «alla sovranità e alla democrazia maliane», mentre il presidente Emmanuel Macron ha ricordato che «la Francia e i suoi partner sono impegnati in Mali e nella regione per la sicurezza delle popolazioni saheliane e su richiesta degli Stati saheliani».

La Francia infatti è impegnata fin dal 2013 in Mali, prima con l’operazione Serval – passata poi nelle mani dell’Onu con l’operazione di peacekeeping MINUSMA – e poi con quella Barkhame, a cui partecipano 5.100 soldati dispiegati nella regione del Sahel. Parigi, insieme ad altri Stati Ue tra cui l’Italia, è inoltre impegnata nell’operazione Takuba, avviata nel luglio 2020. Obiettivo dell’impegno militare francese e comunitario è la lotta contro lo jihadismo nel Mali e nel Sahel, che dopo aver preso piede nel nord minaccia di espandersi anche nel resto del Paese.

Il golpe mette però a repentaglio la collaborazione tra la Francia e il governo del Mali, nelle mani di una giunta militare che non si sa fino a quando resterà al potere. I militari hanno in realtà fatto sapere che continueranno a lavorare con Parigi per contrastare il terrorismo, ma hanno avvertito che sono pronti a reagire a «ogni tentativo di ingerenza straniera».

Parole che sembrano rivolte in primis alla Francia, verso cui la stessa società civile esprime da tempo la propria insofferenza. Non mancano infatti le accuse di neocolonialismo e lo stesso ex ministro Cheick Oumar Sissoko, ora tra i leader del 5M, sostiene che Parigi si sia alleata con i separatisti con l’obiettivo di smembrare il Mali e sfruttarne le risorse.

Di certo, negli ultimi tempi le operazioni francesi e internazionali nel Sahel non hanno avuto il successo sperato: come ricorda l’Ispi, negli ultimi dodici mesi più di 6 mila persone – di cui il 40 per cento nel Mali – sono morte a causa dell’insurrezione jihadista, segnando così un aumento del 60 per cento rispetto al numero di vittime registrato nei dodici mesi precedenti.

I rischi per l’Unione europea
Il Sahel rappresenta uno snodo fondamentale delle rotte migratorie del continente africano e la sua stabilità dal punto di vista politico, sociale ed economico è condizione necessaria per limitare i traffici di esseri umani all’interno dell’Africa e verso l’Ue. Il Mali in particolare ospita 45 mila rifugiati, ha 250mila sfollati interni e la forte presenza jihadista nel nord rischia di complicare ulteriormente la situazione.

L’Unione europea è presente nel Sahel dal 2011, quando è stata avviata la “Strategia per la sicurezza e lo sviluppo” dell’area, che opera lungo quattro direttrici: la prevenzione e il contrasto della radicalizzazione; la creazione di condizioni adeguate per i giovani; la migrazione, la mobilità e la gestione delle frontiere; la lotta al traffico illecito e alla criminalità organizzata transnazionale.

Per quanto riguarda la lotta al terrorismo, l’Ue nel 2017 si è impegnata a stanziare 50 milioni per sostenere la forza congiunta G5 Sahel (formata da Mali, Burkina Faso, Ciad, Niger e Mauritania), mentre sul fronte migratorio è impegnata a intensificare la cooperazione con i principali Paesi di origine e di transito. Ma i recenti sviluppi complicano ulteriormente il quadro di azione europeo.

Il golpe militare infatti è già costato al Mali l’esclusione dal G5 Sahel e la sua instabilità potrebbe minare anche le politiche di crescita messe in campo dall’Ue con conseguenze facilmente immaginabili in termini di flussi migratori.

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