La caduta della rockstar cattolicaIl compositore è accusato di molestie, e la Chiesa mette al bando le sue canzoni sacre

Il caso di David Haas scuote il cattolicesimo americano: il musicista, autore di alcune “hit” delle messe statunitensi, avrebbe molestato donne e ragazze per oltre 40 anni

Immagine tratta da Youtube

Alla fine è scattato il divieto. A David Haas, 63 anni, il più importante compositore di canti liturgici cattolici negli Stati Uniti, non è più permesso suonare in almeno un terzo delle 32 arcidiocesi americane. Le altre si stanno attrezzando, con un bando alle sue composizioni. Gli editori di canti liturgici OCP e GIA hanno deciso di interrompere ogni rapporto. E il nuovo canzoniere dei mennoniti ha già fatto sparire dalle pagine i suoi brani.

L’uomo, autore di canti di successo nel settore come “Blest Are They”, o “You Are Mine” è stato accusato da 38 donne di molestie sessuali, avvenute nell’arco di oltre 40 anni. Quasi tutte sarebbero state sue allieve, alle quali lui avrebbe fatto in forma ripetuta avance non gradite, accompagnate da promesse di carriera e tentativi di ottenere con la forza baci e prestazioni sessuali.

Forte della sua posizione di rilievo – così recitano le testimonianze – selezionava vittime con un backgroud difficile, facili da manipolare, bisognose della sua approvazione.

Alcune parlano di proposte oscene, altre di messa in stato di servitù, altre ancora di abusi e violenze. Molte lo hanno raccontato a Into Account, un gruppo di aiuto e difesa delle vittime di violenza sessuale, che ha reso pubblica la questione, scatenando il putiferio.

Al momento, non ci sono denunce contro di lui. Ma le accuse sono gravi. «Si tratta di insinuazioni pesanti, spietate e false», aveva risposto il musicista in una conferenza stampa il 16 giugno. Il gruppo Into Account «ha scelto i social media per impedirmi di avere un luogo più legittimo per incontrare i miei accusatori». Ha anzi dato il via «a una campagna di marketing per distruggermi».

Non è così: le arcidiocesi di St. Paul e di Minneapolis hanno subito ricordato di avere ricevuto segnalazioni sul tema già nel 2018 e nel 1987.

Insomma, le voci sono tante e le accuse credibili. Anche per questo, pochi giorni dopo la conferenza stampa, Haas ha cambiato registro ed è passato alle scuse. «Sono consapevole che, offrendole, in tanti penseranno che tutte le accuse contro di me siano vere». Ma «è un rischio che intendo correre, perché voglio davvero scusarmi per le cose dolorose che ho fatto davvero».

Insomma, si scusa ma non spiega bene di cosa.

Per il mondo della musica di chiesa americano il caso è una sorta di terremoto. Le composizioni di Haas sono tra le più amate e cantate nelle parrocchie cattoliche statunitensi.

«Non è esagerato dire che David Haas abbia dato forma al panorama musicale liturgico post-Concilio Vaticano II», ha dichiarato Peter Kwasniewski, teologo e compositore di musica sacra. In ogni messa domenicale dell’aricidiocesi di Chicago ci sono in media almeno tre sue canzoni. E spesso vengono cantate anche ai funerali.

Del resto David Haas, nato nel Michigan nel 1957, vanta una doppia laurea (musica e teologia), una ventina di libri pubblicati sul tema della spiritualità, della musica e della liturgia, 45 raccolte di canti e inni (alcuni anche tradotti in francese e spagnolo), la fondazione di un festival come Music Ministry Alive!, cioè una sorta di campo estivo per giovani e adulti aspiranti musicisti. Inoltre, da anni gira per gli Stati Uniti facendo workshop, concerti e lezioni.

È una sorta di rockstar del genere cattolico. Sposato, divorziato, risposato (la ex moglie Jeanne Cotter, anche lei compositrice, aveva ricordato le sue avance fatte quando lei aveva 16 anni e lui 23), si ritrova ora nel mezzo della bufera. Con un canzoniere ormai bandito da ogni chiesa.

Il perdono (se il pentimento è sincero) è una missione per il cristiano e, forse, anche Haas sarà riabilitato. Nel frattempo la sua musica resterà ai margini: rimane il dubbio che, almeno nel suo caso, il principio per cui si debba sempre separare l’artista dall’opera d’arte forse viene meno.

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