Ok ComputerL’album dei Radiohead fatto di paranoia, poetica e suoni sperimentali

La band di Thom Yorke non fa musica per tutti, ma per chi insieme a loro sopravvive a un mondo in evidente decadimento. Il terzo disco è un manifesto della loro filosofia: l’angoscia di una vita solitaria, la follia, la morte, yuppies paranoici e alieni benevolenti. Dopo averlo ascoltato nulla sarà più lo stesso. Read & Listen

Se consideriamo che questo disco ha festeggiato tre anni fa (con una riedizione doppia) il suo ventennale, “OK Computer” è davvero OK: è ancora un disco nuovo, fresco, fuori dell’ordinario. Importante, come allora. E, si potrebbe aggiungere, difficile da definire, categorizzare. E penso questo sia la cosa di cui Thom Yorke e i suoi quattro amici-diventati-una-band siano più soddisfatti. Fors’anche orgogliosi. Missione compiuta: «Quando dicono una cosa di noi, non sarà mai quella che accade davvero».

Bisogna pensare a Radiohead più come un progetto nel tempo, un’idea in divenire, che cambia continuamente, cercando nuove soluzioni, nuove atmosfere, nuove sonorità. Nuove strumentazioni, nuove contaminazioni, che inevitabilmente ti portano in altre direzioni. 

Ogni album dei Radiohead è un passo avanti, non necessariamente nella stessa direzione. Pensate a loro come un flusso che può cambiare direzione, anche bruscamente. Questo, il loro terzo, è un album molto importante, per loro e per la musica degli anni 90. In una decade in cui rap trip-hop e down/jazz-beats erano la colonna sonora dominante, i Radiohead reinventano il rock, più o meno come a Seattle lo stanno aggredendo i Nirvana.

Mondi diversi, approcci molto diversi alla parola onnicomprensiva rock, ma c’è qualcosa che unisce Thom con Kurt e quella sterminata miriade di anime fragili, disturbate, alienate dalla società circostante. Il legame finisce qui, Yorke ha una creatività meno autodistruttiva (anche se un incontro con la depressione l’ha fatto), non ha solo forza di distruzione, è più legato a una ricerca sia esistenziale che musicale proiettata nel futuro.

È poetica dello spiazzamento, fragilità del relazionarsi, paranoia dell’androide – l’automa preda delle circostanze – che è in noi. Questa vena è sottolineata dalla voce di Thom, cantilenante, quasi masticata, poco dinamica ma fortemente ipnotica, che senza sforzo in un attimo può virare da un falsetto angelico dopo digrignare i denti, contorcere le sillabe e lo spirito. Può dispiegarsi come avvitarsi su se stessa. La maniera di cantare rivela tutto di te. Se c’è qualcosa che rimane fuori, allora è la musica che fai che rivela quello che manca. E su questi 12 brani, la musica è sontuosa.

I Radiohead nascono nell’Oxfordshire, tutti studenti della stessa Abingdon School (ricordate la Charterhouse dei Genesis?), avviati da un professore di musica a una visione molto ampia, dal jazz all’avanguardia, dalle colonne sonore alla musica classica del 20° secolo. Certe cose rimangono. Partono con un nome assai meno iconico, On A Friday, perché quello è il giorno in cui c’è a disposizione la sala per provare. La domenica gliela fanno pagare, ammazza che tirchi. Quando la EMI li ascolta in una delle tante date nei piccoli locali della zona e li mette sotto contratto gli dice anche di darsi un nome più memorabile, e loro scelgono Radio Head, uno dei brani dei Talking Heads di “True Stories”, quel bizzarro viaggio audio/video nella provincia americana, Byrne alieno-cowboy al volante di una convertible rossa.

Pubblicano un primo album, “Pablo Honey” che passa inosservato finchè uno, due, altri dj in giro per mondo (Israele, Los Angeles) non mette in rotazione “Creep”, una ballata di un weirdo, uno strambo, uno “sgradevole”, cantata con una voce che nessuno ha mai sentito prima, l’estraniato malinconico Yorke.

Scaldati i motori, di album ne esce un altro, “The Bends”, che piace a tutti, e la critica li candida come credibile alternativa agli U2, guitar bands che amano accordi e suoni potenti. Ma i Radiohead, che nel frattempo hanno cominciato a raccogliere premi e sold-out, non si accontentano.

Non fanno musica per tutti, ma per coloro che insieme a loro sopravvivono a un mondo in evidente decadimento, come una carie incurabile, e che in questa zona desolante cercano scampoli di verità, di arte come catarsi. Una rock band sperimentale, senza il mantra delle vendite e del commerciale. Una band che sa che c’è abbastanza gente là fuori sulla loro sintonia da non doversi preoccupare di rivolgersi a tutti.

Rientrano in studio, come sempre Yorke a creare sketch sui quali poi lavora tutta la band, che ama lavorare di gruppo, tanto che per raggiungere una assoluta interdipendenza nel tempo ha cominciato a scambiarsi gli strumenti, non per gioco, a volte per dischi/progetti interi.

Lasciano alle spalle il format tre-chitarre, e procedono in una terra senza mappe. Come ispirazione ascoltano i Beatles, Ennio Morricone, Miles Davis, Charlie Mingus, Alice Coltrane e DJ Shadow, che in quegli anni è l’emblema di una nuova via alla musica (oltrechè al ruolo di dj): taglia e cuci, come i primi PC, campionamenti (ovviamente costruiti ad arte) che si sostituiscono alla musica suonata. Yorke attribuisce al «suono incredibilmente denso e terrificante» di Bitches Brew di Miles il punto di partenza: «Era come costruire qualcosa e vederla cadere a pezzi, questa è la sua bellezza. Era al centro di quello che stavamo cercando di fare con OK Computer», citando poi Elvis Costello, PJ Harvey, i REM e i tedeschi Can, oltre e “A Day In The Life” dei Beatles, come altre influenze sulla sua scrittura.

E nonostante Yorke abbia sempre contestato il prog degli anni ‘70 come influenza, qualche traccia, soprattutto in “Paranoid Android” in quell’alternarsi di pianissimi e grandiosità sonora qualcosa di progressive effettivamente evoca. Ma nel caso è certamente una reinvenzione totale. Perché la forza del disco sta proprio nella dimostrazione continua di una capacità di reinventare il passato spingendosi molte oltre la musica che gira loro intorno: in un momento di stanca generale, i Radiohead reintroducono una scrittura e struttura di canzoni poco convenzionali. 

E, come sostiene Steve Wilson, un’autorità in merito ai suoni e al rimissaggio di dischi sonicamente grandiosi, per esempio King Crimson e Gentle Giant, «i Radiohead sono stati il cavallo di troia per riportare l’ambizione, la voglia di fare dischi assurdamente ambiziosi e pretenziosi».

L’album, se ascoltato nel modo giusto, senza troppe aspettative né pregiudizi, è puro piacere. I brani sono potenti, gonfi di suono anche nei passaggi più intimi, e ce ne sono tanti, a partire proprio da “Paranoid Android” (che prende il nome da un personaggio, Marvin the Paranoid Android all’interno del libro “Guida Galattica per Autostoppisti”, che è responsabile anche del titolo, una frase di dialogo: «Ok computer, posso procedere manualmente»), o un altro gioiello che è “Karma Police”.

C’è tensione nei brani, non c’è mai una caduta, hai la sensazione che in ogni momento potrebbe succedere qualcosa che cambia il corso. “Slowdown” ha uno scorrimento e chitarre che ricordano Gilmour e i Pink Floyd, “Exit Music (For a Film)”  è ispirata a Romeo e Giulietta: il lento incedere, gonfiato da un coro di mellotron e voci elettroniche sembra musica sacra, proveniente da una cattedrale popolata di spiriti in cerca di un’uscita, fra cui queste due anime che non riusciranno a fuggire dalla loro sorte. 

I testi di Yorke sono più astratti degli album precedenti, sono frammenti di sensazioni generalmente esistenziali, che lentamente compongono un quadro di desolazione distopica. A proposito di “Let Down” (delusione) dice: «Siamo bombardati da sentimenti, persone che esibiscono le loro emozioni», e siamo oltre vent’anni fa…, «ma la delusione è che è finto, o meglio ogni emozione è sullo stesso piano di una qualsiasi altra, che sia una pubblicità o una canzone. Questo scetticismo, distacco dalle emozioni – abbastanza tipico della Generazione X – è l’approccio della band a tutto il disco».

I temi ricorrenti sono l’angoscia di una vita solitaria, la follia, la morte, la polizia alle manifestazioni, la vita moderna inglese, yuppies paranoici e alieni benevolenti, la globalizzazione, soprattutto una stanza anti-capitalista in parte derivata dai libri dello scrittore americano Noam Chomsky, ferocemente critico delle manipolazioni del Potere, del dominio delle multinazionali.

E se vogliamo, c’è anche il paradosso che mentre la band cerca strade nuove strade impossibili senza la tecnologia, i testi condannano l’impatto che la tecnologia sembra portare da un punto vista psicologico, sociale, di spersonificazione dell’individuo.

Ma questo è un problema che viviamo tutti noi, il che ci fa capire quanto questo disco fosse avanti nell’anticipare il mondo che abbiamo costruito negli ultimi 20 anni. Un’era di nessuna certezza, di politici manipolatori e corrotti, di paranoia, di media tendono a creare una morbosa insanità (e allora i social neanche esistevano). Un album che lascia un segno forte, agli antipodi del Britpop che impazza in quegli anni. Come avviene per gli album davvero importanti, dopo nulla sarà più lo stesso.

18. Continua. Qui le altre puntate.

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