Manuale d’istruzioneSulla riapertura delle scuole non ci sono più dubbi, sulla capacità di tenerle aperte un po’ meno

Il governo è deciso a far ripartire le classi, ma l’aumento dei contagi desta preoccupazione e c’è il rischio di nuove chiusure. Ora le istituzioni invocano il senso di responsabilità dei ragazzi, ma la realtà è che non siamo pronti

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Le scuole non chiuderanno per le discoteche aperte, e non riapriranno per le discoteche chiuse. Polemiche ferragostane a parte, ormai è deciso: la scuola riapre. Sarebbe troppo non farlo ora, dopo mesi in cui si è sostenuto che a settembre tutte le aule sarebbero state pronte.

Eppure. L’ultimo caos scolastico in ordine di tempo è stato l’annuncio, alla fine della scorsa settimana, del comitato tecnico scientifico, secondo il quale si sarebbe potuto derogare al metro di distanza fra i banchi, sopperendo con la mascherina, laddove non ci fossero state le condizioni per mantenere un distanziamento sufficiente. La cosa ha ragionevolmente allarmato il mondo della scuola. Forse anche per questo motivo il Cts ha ritrattato, specificando come l’abolizione del distanziamento rappresenti una soluzione solo in casi eccezionali e comunque dovrebbe essere una misura temporanea (ancora non si sa di quanto, oggi ci sarà una nuova riunione per definire meglio i dettagli).

L’obiettivo è far di tutto pur di riaprire la scuola, ma diversi esperti ammoniscono che se per il momento la situazione è meno grave, la curva epidemica potrebbe crescere rapidamente nell’arco delle prossime settimane. «L’epidemia ha un andamento esponenziale, le occorre un certo periodo di tempo per crescere, ma poi i casi raddoppiano ogni due o tre giorni. La prima condizione è dunque abbassare la curva e invertirla», dice a Linkiesta Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute e professore di Igiene all’università Cattolica di Roma. «Per la scuola servono protocolli rigidissimi, incentrati sulla migliore evidenza scientifica, che seguano l’approccio dei paesi che hanno avuto successo, come Danimarca e Cina, e non quello dei paesi che non hanno avuto successo, come Francia e Israele. Questo è il nostro orientamento e la nostra necessità: invertire la curva epidemica».

L’intervento per la chiusura delle discoteche, spiega Ricciardi, è andato in questo senso. «Tutti noi avevamo già detto che le discoteche non dovevano essere aperte, ma sono le regioni che hanno derogato. L’obbligo da parte del governo è derivato da questo. Noi siamo un paese in mezzo a tanti altri che hanno avuto una serie di aumenti di casi enormi, come Croazia, Spagna, Malta. Un’altra cosa a cui stare attenti è l’importazione di casi, dobbiamo isolare e testare le persone per evitare che creino focolai».

Insieme ai locali da ballo, a preoccupare negli ultimi giorni è infatti anche l’abbassamento dell’età dei contagiati e la positività dei ragazzi di rientro dalle vacanze all’estero. Tanto è vero che negli ultimi giorni le istituzioni, a partire dal ministro Speranza e dalla ministra Azzolina, sono corse ai ripari diffondendo dichiarazioni rivolte proprio a loro, per richiamarli al loro senso di responsabilità.

Secondo Fabrizio Pregliasco, virologo direttore dell’Irccs Galeazzi e docente alla Statale di Milano, però, non si possono colpevolizzare i giovani. «Sui media fa scalpore la frangia più scatenata, che comunque c’è e ha portato all’evidenziazione di questa situazione, anche se in modo più sopravvalutato rispetto alla realtà». Pregliasco si dice ottimista sul riuscire ad evitare una seconda ondata – «il sistema, nonostante le difficoltà sui tamponi, tiene», dice, «ma prepariamoci al peggio».

Che la scuola sia preparata al peggio, però, al momento non è così certo. Ancora ci sono molte incertezze sull’arrivo dei banchi monoposto per garantire il distanziamento, e l’annuncio del commissario Arcuri sulla consegna fra settembre e ottobre non è bastato a tranquillizzare dirigenti scolastici e sindacati. A differenza dei paesi in cui la riapertura delle scuole ha avuto successo, poi, la raccomandazione di mantenere gruppi classe di 12-15 studenti al massimo si è scontrata con l’oggettiva difficoltà nel reperire gli spazi necessari, per cui ci si è limitati a cercare di garantire il metro di distanziamento, ma le classi resteranno comunque numerose.

«Scientificamente non si deve mai derogare alla distanza di sicurezza. La Danimarca prevede piccoli gruppi, distanziamento all’interno delle classi, mense scolastiche chiuse, trasporto molto scaglionato. Tutto quello che infrange queste regole è destinato a far aumentare i casi» commenta Ricciardi. «Il sottofinanziamento di sanità e scuola in questi anni ci porta anche a una sottologistica. Realisticamente il comitato tecnico scientifico dice di preferire la ripartenza della scuola, ma io sono del parere che ogni deroga è un’apertura che viene fatta al virus».

Sull’uso delle mascherine da parte degli studenti, poi, il Comitato tecnico scientifico deve ancora esprimersi. Dall’Organizzazione mondiale della sanità si aspetta un parere a fine mese sull’opportunità o meno di farle utilizzare anche tra i bambini fra 0 e 6 anni. Per il momento, restano indicate dagli 11 anni in su, ma solo nei momenti di spostamento al di fuori dell’aula. Mentre la misurazione della temperatura dovrà essere fatta a casa: il comitato tecnico scientifico ha stabilito che la questione non è di pertinenza della scuola, mentre il ministero dell’Istruzione ha specificato che «uno studente che ha la febbre e non sa di averla non deve salire sull’autobus o stare in fila insieme ad altre centinaia di ragazzi davanti alla scuola. Sarebbe un rischio per l’intera comunità».

Dall’Istituto superiore di sanità è in arrivo il documento contenente le “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di Sars-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia”, nel quale si specifica il protocollo da seguire in caso di contagio: se uno studente dovesse risultare positivo, l’intera classe sarà isolata e con essa i docenti che hanno fatto lezione in quell’aula nelle 48 ore precedenti. Si sta attualmente valutando l’ipotesi di fare test rapidi e la chiusura temporanea dell’istituto è una possibilità concreta, «ma poi la scuola riapre», ha assicurato il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri.

Altro grande margine di incertezza è sul personale: nonostante le 84mila cattedre di ruolo autorizzate, le graduatorie non consentiranno di coprire tutti i posti. La previsione dei sindacati per quest’anno è di 200mila supplenti. Il ministero ha provveduto con il decreto del 14 agosto a consentire di nominare gli insegnanti fin dal primo giorno, ma il mondo della scuola sa che storicamente la presenza al completo del personale all’apertura dell’anno scolastico non c’è mai stata. La partita rimane aperta.

Infine, sul monitoraggio finora l’unica raccomandazione è stata di far scaricare Immuni agli studenti delle superiori: una misura «utile, e uno degli elementi complementari» al tracciamento, secondo Pregliasco, ma di per sé non esaustiva per il contenimento del virus. Alcuni esperti, tra cui Enrico Bucci, hanno di recente suggerito di adottare la tecnica del pooling, che consentirebbe di testare i campioni sierologici o nasofaringei di più persone contemporaneamente, abbattendo i costi. La proposta è stata anche ufficializzata da Più Europa, ma ancora non è chiaro se sia stata presa in considerazione.

«So che c’è una discussione in corso nel Comitato tecnico scientifico su come ottimizzare i protocolli. Per me tutto quello che è finalizzato a rafforzare le 3T è efficace», dice Ricciardi. «Quanto più i test sono estesi, quanto più il tracciamento è tempestivo, e il trattamento anche, tanto più le scuole saranno ambienti sicuri e un motore di sviluppo del paese».

Se il lavoro fatto in questi mesi non può essere ignorato, la debolezza (soprattutto economica) del sistema nel trovare soluzioni adeguate rischia di remare contro alla capacità di evitare un’ondata di epidemia nelle scuole. Il viceministro Sileri l’ha detto chiaramente: «Ci aspettiamo un aumento del numero dei contagi e dei focolai, però con il virus dobbiamo convivere».

Insomma, alla domanda “siamo pronti?”, l’unica risposta possibile sembra essere: si sarebbe potuti esserlo di più. Conclude Ricciardi: «Bisogna mettersi ventre a terra per recuperare, istituendo una catena di comando unica. Aprire la scuola a milioni di persone, come in Cina, e non avere neanche un caso, è possibile».

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