La nascita della non-santa trinità“In Rock”, l’album che ha dato ai Deep Purple un posto nella storia

La band inglese era già in giro da tempo e aveva già pubblicato tre dischi con molte incertezze. Ma nel 1970 arriva l’illuminazione: l’incisione di un capolavoro che è una sorta di esperimento-ossimoro, roba che in quei tempi di sperimentazione totale non si negava a nessuno. Read & Listen

La copertina dell'album

Metti la puntina sul disco (be’, ai tempi…) ed è come aprire una porta sul caos più totale, distorsioni di chitarra a tutta manetta, la stanza che gira, le luci impazzite come uno stroboscopio intergalattico. Poi, al secondo 49, tutto si placa, e subentra un Hammond celestiale, quasi un organo da Chiesa in quei passaggi che elevano, un accenno di “Per Elisa” di Beethoven (non di Alice…), tutta la tensione si scioglie e…cosa diavolo arriva adesso? Altri 44 secondi e arriva un colpo secco sul rullante, ed entra come una saetta la voce di Ian Gillan, alta quanto la Torre di Londra, che urla indomita «Good Golly, Miss Molly…» riprendendo il testo (solo il testo, bada bene) di un classico del r’n’r prima maniera.

Questo è “In Rock”, dentro e fuor di metafora. Il brano? “Speed King”, il re della velocità, ma per chi sa anche delle amfetamine, quelle che ti fanno andare al doppio. È il 1969, e i Deep Purple Mark II entrano di diritto, al fianco degli Zeppelin e dei Black Sabbath, in quella che è stata chiamata “The unholy Trinity of hard rock and heavy metal” al momento della loro nomina (rimandata per molti anni, in mezzo a mille polemiche e lobbying di molte rock star, da Slash ai Metallica) nella Rock‘n’Roll Hall Of Fame.

Sarà anche non-santa, questa trinità ad altissimo contenuto di watt, ma quel suono, anzi, quella violenza sonora, è quello che milioni di teenager in giro per il mondo aspettano. Il 1970 è ufficialmente l’anno della nascita del rock duro, che poi muterà in heavy metal e tutte quelle altre cosette che fanno impennare i decibel dove non sono mai arrivati prima.

A partire da titolo e illustrazione (geniale, i cinque ritratti come i quattro Presidenti Usa, padri della Patria – Washington, Jefferson, Roosvelt, Lincoln – nella pietra di Mount Rushmore nel South Dakota), questo è l’album che “fa” la band inglese, anche se non proprio dal nulla.

Perché i Purple sono in giro già da un po’, hanno pubblicato tre album con molte incertezze sulla rotta da seguire e un po’ di sfiga con il distributore americano che, almeno oltreoceano, gli ha tarpato le ali.

Il pilota fino ad adesso sembra essere stato Jon Lord, che subito prima dell’incisione di “In Rock” li ha anche trascinati in una sorta di esperimento-ossimoro che in quei tempi di sperimentazione a 360° non si nega a nessun audace, la fusione classico/rock (gli altri due sono “Five Bridges Suite” dei Nice, primo gruppo di Keith Emerson, e i Moody Blues con “Days of Future Passed”, i New Trolls ci proveranno anche loro col “Concerto Grosso”).

Il loro flirt con la musica classica si traduce in un “Concerto for Group and Orchestra” in tre parti scritto da Lord, e portato in scena con il supporto della mitica Royal Philarmonic Orchestra diretta da Malcolm Arnold.

Confesso di non averlo mai più sentito dai tempi di Per Voi Giovani, ma se la memoria non tradisce, non era proprio un’ideona indimenticabile.

Comunque, l’arrivo nella band di due membri nuovi, Roger Glover al basso e Ian Gillan alla voce (e quando dico voce dico almeno tre ottave usabili senza risparmio) spazza via ogni tentativo di Jon di continuare da grande gli studi classici. Questa versione dei Purple, la Mark II, parte in un’altra direzione decisamente condizionata dalla chitarra di Blackmore, e non potrebbe essere più violenta, rumorosa, eccessiva. Non a caso nel 1972 verranno misurati come ‘band più rumorosa del mondo’ in un concerto nella sala-emblema della musica londinese degli anni ‘70, il Rainbow Theatre. Gente che usciva coi timpani sanguinanti ma felice, valli a capire.

Volume non vuol dire incompetenza mascherata. A parte il suo “vizietto”, Jon Lord è un bravo tastierista, la ritmica di Ian Paice e Glover indemoniata, Ritchie Blackmore, fra una svisata e un effettone è un ottimo chitarrista, vero caposcuola per quel genere di tecnica flashosa e virtuosistica-nel-caos che farà nascere un intero movimento sulle sue tracce.

Gillan è un capitolo a parte, nel senso che redimerebbe anche una band di scalzacani senza speranza.

Viene da un’esperienza curiosa, interpretando Gesù nel musical rock più famoso dell’epoca, Jesus Christ Superstar, album, film e spettacolo teatrale trionfali a ogni botteghino. Ha un’estensione vocale che assomiglia all’apertura alare di un Boeing, ma non è grossolano, sa usare il registro giusto a seconda del momento.

Se serve, può rivaleggiare con la cascata di suono di Blackmore (non sarà per questo, ma i due litigheranno da subito e per sempre, almeno finché uno dei due – a turno – non se ne andrà dalla band) urlando ancora più forte – ma sempre in controllo (perché cos’è la potenza senza controllo, etc etc).

Ma se serve, sa anche toccare corde e tonalità più umane, come in quello che è il brano più completo, elegante e drammatico di tutti i Purple nelle varie determinazioni simil-razzo a base di Mark: “A Child In Time”, 10’13”, ripreso poi (ma solo come titolo…) dal romanziere inglese Ian McEwan, nasce come ballata, tempo medio, coretti in falsetto dietro, fino a crescere, lentamente, poi sempre più velocemente verso l’impennata inevitabile, preparata dall’organo di Lord e dai suoi vocalizzi ad altitudini glaciali (come diceva la Signora del Canyon parlando della sua vita).

Lì si parte per una cavalcata epica, l’assolo di Blackmore che spazza via tutto fino a scivolare di nuovo nell’apparente quiete dell’inizio. Finale caotico, chevvelodicoaffà. È l’inizio di un viaggio che ancora dura, nonostante la morte di Lord e la cacciata di Blackmore, dopo infiniti cambi di personale che fanno arrivare, con i Mark che corrono come un tassametro, la band ai giorni nostri, ancora capace di attrarre folle ai loro concerti.

La copertina, l’invenzione del sound e l’inizio del viaggio me lo fanno preferire a “Machine Head”, che arriverà due anni più tardi a celebrare la distruzione del Casinò di Montreux in “Smoke On The Water”, e che in genere compare nelle classifiche sulle ali di quel riff memorabile (più “Highway Star”).

Qui ci sono le premesse di quello che sarà, che siano ritmi alti, veramente amfetaminici, o ritmi spezzati, o…no, non c’è altro. Di ballatone rock, quelle che caratterizzeranno gli anni ‘70 e ‘80, non c’è traccia, qui è tutto pompato, veloce, tosto, cattivo. E’ questa la formula appena trovata, se c’è da cambiare qualcosa sarà più avanti. C’è un singolo fantastico, “Black Night” (solo sulla riedizione), e in generale c’è la sorpresa per milioni di ragazzi di scoprire che nell’aria c’è qualcosa che li rappresenta: un monumento di pietra contro il quale sarà una gioia senza dolore picchiare forte la testa.

5/Continua. Qui le altre puntate

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