Il sistema si è rottoLe classifiche internazionali contano poco: le università americane sono in declino

A parte pochi, inespugnabili centri, il mondo dell’istruzione superiore statunitense è in crisi: pochi risultati, nessuna garanzia di miglioramento sociale e un costo cresciuto del 600% in 40 anni

Maddie Meyer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Al primo posto c’è, da 17 anni, l’Università di Harvard. Segue, in ordine diverso a seconda delle annate, Stanford, l’inglese Cambridge, poi il Massachussets Institute of Technology (MIT) e a ruota, Oxford, Berkeley, Princeton, la Columbia University. Ogni volta che viene pubblicata la graduatoria dello Shanghai Ranking, cioè la classifica cinese che certifica sulla base di criteri oggettivi e coerenti il valore delle università del mondo, le sorprese sono assenti.

I centri americani prevalgono, stravincono, si confermano di anno in anno. Eppure questi numeri, secondo Le Monde, possono essere ingannevoli. Il sistema educativo americano, sostiene, è in crisi. E i grandi esempi della Ivy League costituiscono «l’eccezione, non la regola».

I problemi sono diversi. Prima di tutto, il successo scolastico. Nei centri d’élite il 90% riesce a concludere gli studi e raggiungere la laurea (va detto che nel restante 10% ci sono anche casi come quello di Mark Zuckerberg).

In tutte le altre 4mila università degli Stati Uniti, invece, il valore si dimezza: solo il 45% degli studenti ce la fa. Al dato statistico – quantitativo – si può aggiungere anche una valutazione qualitativa. Come scriveva nel 2015 il professor Kevin Carey, direttore dell’Education Policy Program del think tank New America Foundation, «il 45% non fa alcun progresso nei suoi primi due anni, né dal punto di vista del ragionamento analitico né nel pensiero critico né nella capacità di espressione».

Il fallimento si estende anche sul piano della ricerca. Solo i grandi centri d’élite, che dispongono di soldi e prestigio, riescono ad attirare premi Nobel (o equivalenti) a lavorare nelle loro facoltà, lasciando agli altri le briciole.

Questo significa che soltanto poco più della metà dei lavori scientifici portati a termine nelle accademie americane trova una citazione in pubblicazioni terze (dice Ryan Craig, autore nel 2015 di “College Disrupted”), dato che peggiora se si considera il lato umanistico: solo il 2% ce la fa. Il resto è da buttare.

Non brillano nemmeno per la capacità di inserimento nel lavoro, visto che seguono i loro studenti solo per i primi sei mesi dal momento della laurea. E sul piano della diversity il dato è devastante: l’80% degli studenti universitari bianchi sono nelle università più prestigiose. Il 75% delle minoranze si trova in quelle meno rinomate.

Il costo economico è una delle spiegazioni: dagli anni ’80 a oggi è cresciuto del 600%. Al momento, un ciclo di quattro anni richiede tra i 100mila e i 200mila dollari di media. Chi non li ha, si indebita (per un totale collettivo di 600 miliardi di dollari) e chi ha paura di indebitarsi non studia. Quest’ultimo dato è aumentato negli ultimi anni, segno che il sistema educativo americano non riesce più a essere attrattivo né democratico.

Gli atenei pubblici
Per il segmento delle università pubbliche, che il New York Times definisce «una delle due maggiori istituzioni americane», (l’altra è l’esercito), è un duro colpo.

È vero che, come spiega il giornale newyorchese, qui si sono incontrati e hanno convissuto tipi e persone di ogni provenienza («quelli che badano ai soldi, gli ex carcerati, chi ha perso tutto, chi è stato sottovalutato, i veterani, i rifugiati, chi è maturato in ritardo, madri single, padri divorziati» e tra questi c’era anche il candidato democratico Joe Biden), ma è anche vero che quella spinta propulsiva, nata nel secondo dopoguerra e che ha portato con il GI Bill milioni di soldati e veterani a studiare, è svanita.

All’epoca fu la più grande operazione di promozione sociale condotta attraverso lo studio mai avvenuta nella storia. Accompagnata da rivendicazioni civili e da nuove figure umane, che conciliavano riuscita personale e idee liberali (un esempio: Bill Clinton), aveva portato una ventata di novità nelle idee e nella composizione delle istituzioni e delle società.

Oggi, al contrario, è un ambiente in cui i voti hanno perso ogni valore (non a caso il tema della “grade inflation” campeggia da anni nei dibattiti sull’istruzione) e la figura dell’insegnante, privato ormai del diritto/dovere di giudicare somiglia, più a quella del mentore.

Le università tendono più a cullare lo studente, attirarlo e facilitargli la vita anziché prepararlo ad affrontare il futuro lavorativo o accademico.

La causa di questa mutazione genetica va cercata nella diffusione dei ranking delle università. Il primo risale al 1983, opera del magazine U.S News & World Report, che precede di 20 anni lo Shanghai. Da quel momento, nulla è stato uguale a prima.

Mettere in fila – dalla migliore alla peggiore – le istituzioni educative americane ha generato un effetto al ribasso. Tutte le istituzioni hanno cercato di guadagnare posizioni (più si è in alto, più si attraggono studenti), adeguando l’offerta non agli obiettivi formativi ma ai criteri della classifica.

Le conseguenze? Meno interesse per l’istruzione, più attenzione alle citazioni sulle riviste specializzate. Meno cura per la composizione egalitaria delle classi, più enfasi sulla superselettività.

Questo fenomeno ha portato ad accrescere il divario tra le università. Solo 200 su 4mila mantengono standard di qualità importanti, le altre hanno perso terreno. Per loro, strette tra classifiche impietose, numeri sempre più bassi e finanziamenti in calo si prospetta un futuro poco allettante: la sparizione.

Già da tempo, del resto, si parla di una futura, se non prossima, estinzione di centinaia o addirittura migliaia di università (quelle meno buone).

Resteranno le più importanti, che si accoppieranno alle più grandi aziende del tech. Una unione di brand di centri celebri destinata a creare una cinquantina di superscuole che saranno destinate, secondo Scott Galloway, professore di marketing alla Stern School of Business della New York University, «ai figli dell’1% più ricco del mondo».

Sarebbe un ritorno ai “Colonial College”, gli antichi istituti d’élite (erano nove, sette ora fanno parte della Ivy League) fondati tra il XVII e XVIII secolo, destinati alla formazione della classe dirigente.

La sua previsione è tenuta in gran considerazione: del resto Galloway ha previsto, prima di tutti, l’acquisto della società di distribuzione di cibo bio Whole Food da parte di Amazon, insieme al crollo del gigante del co-working WeWork. Quando si esprime, sa di cosa parla.

Tuttavia, al momento il rischio più serio è un altro: per anni considerate elemento portante del soft power americano, le università si trovano a dover fronteggiare gli effetti della pandemia. Il primo è il calo delle iscrizioni, e di conseguenza quello delle entrate.

Secondo uno studio della Nafsa, una diminuzione del 25% delle immatricolazioni si tradurrà nel licenziamento di 100mila dipendenti. E nel crollo dei bilanci di quelle più orientate ad accogliere gli studenti stranieri.

Rispetto al declino generale del sistema educativo, insomma, ci sono questioni più urgenti e concrete. Che con ogni probabilità neppure il dolce inganno delle classifiche globali aiuterà a risolvere.

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