Gli AnimalsPochi bianchi cantano il blues meglio di Eric Burdon

La nidiata inglese degli anni Sessanta, da Rod Stewart a Steve Winwood, ha fatto la storia e influenzato generazioni di musicisti di qua e di là dell’Atlantico. La band britannica ha molte radici e altrettanti epigoni. Read & Listen

Partiamo da un assunto: pochi cantano rhythm’n’blues meglio di Eric Burdon, uno di quella nidiata di cantanti inglesi, usciti tutti fra il 1962 e il 1966, che guardando al di là dell’Atlantico  si sono messi a interpretare classici del blues e r’n’b nero americano. Definiti dalla stampa blue-eyed soul (anche se avevano quasi tutti gli occhi scuri), volendo con questo dire musica nera cantata da bianchi senza apparire razzista, va detto che ognuno aveva il suo stile.

È questo che rende il momento storico di livello, altrimenti sarebbero state solo cover a go-go. I nomi li conoscete: Rod Stewart e Stevie Winwood, Van Morrison e il primo Mick Jagger, Small Faces e anche i primi Who, a cui vanno aggiunti alcuni che non sono mai arrivati stabilmente in alto nelle classifiche, come Georgie Fame, Long John Baldry e altri che arriveranno molto dopo, come i Bee Gees formato disco e il Bowie di Young Americans. E, naturalmente, il nostro Eric.

Burdon nasce nel 1941, a Newcastle, nord dell’Inghilterra, ennesimo figlio della guerra destinato al rock. È figlio di un elettricista, origini umili di working class, quindi. Ma con un vantaggio: grazie al lavoro di papà, ha solo 10 anni quando entra in salotto una tv: una sera scocca la scintilla di fronte a Louis Armstrong, e l’amore per il blues è istantaneo. Nella sua autobiografia parla della scuola come di un incubo dickensiano, molestato sia dai compagni di scuola che dai professori, con punizioni corporali sadiche. Cambia tutto quando al liceo il suo professore lo invita a iscriversi ad Art School, che è stato il transito di buona parte dei musicisti inglesi, una scuola che evidentemente faceva maturare talenti ancora acerbi o inconsapevoli. Lì incontra il primo batterista dei futuri Animals, John Steele, e un sacco di altri giovani ribelli con cui condividere l’amore per quella musica d’importazione, fosse jazz, blues o folk. E per la birra, anzi, la Brown Ale, of course. 

Nel 1963, quando Burdon si trasferisce a Londra ed entra nel gruppo r’n’b di Alan Price, nascono – con altri nomi – i futuri Animals, così chiamati dai fan per la presenza selvaggia sul palco. Il primo a notarli è Graham Bond, la Università alternativa a quella di John Mayall per blues e jazz, che li segnala al manager Giogio Gomelski, ragazzo molto attivo nei circuiti londinesi essendo il proprietario del Crawdaddy dove gli Stones sono la house band e dov’hanno debuttato gli Yardbirds (oltreché manager e discografico di Brian Auger e Julie Driscoll). Gomelsky è anche impresario, cura il tour inglese del grande armonicista blues Sonny Boy Williamson, e da ciò nascono due album live, uno degli Animals in proprio, l’altro come backing band del bluesman americano. 

Vengono messi sotto contratto da Mickie Most, ex-cantante pop diventato produttore (fra gli altri Donovan, Jeff Beck Group, Suzi Quatro) che li porta alla EMI. Gli inizi sono molto simili a quelli dei Rolling Stones: circuito di club di r’n’b londinesi e della provincia, cover di artisti americani (in comune, ‘She Said Yeah’, ‘Around and Around’), attitudine sfacciata e provocatoria, un amore da vorrei la pelle nera per quella musica d’oltreoceano che in America veniva ancora venduta in negozi e persino in classifiche segregate da quelle bianche. 

L’elenco delle radici degli Animals è un’enciclopedia: il primo singolo è di John Lee Hooker, ‘Boom Boom’, bis poi con ‘Dimples’ (cantata anche dal giovane Winwood con gli Spencer Davis Group) e tris con ‘I’m Mad Again’; c’è Jimmy Reed, bluesman ben presente nella discoteca di Keith Richards, con ‘Baby What’s Wrong ‘e ‘Bright Lights Big City’; poteva mancare Chuck Berry? (‘Around and Around’), o Fats Domino? (‘I’ve Been Around’ e ‘I’m In Love Again’); saccheggio di Bo Diddley, all’anagrafe Ellis McDaniels, inclusa una ‘The Story of Bo Diddley’ nella quale offre un tributo al pioniere del r’n’r, ma cita anche tutti i suoi eredi, Stones inclusi; ce n’è uno di Bobby Troup (quello di ‘Route ‘66’), scelgono ‘The Girl Can’t Help It’ , e se ci mettiamo anche un Ray Charles (‘Hallelujah I Love Her So’, ‘Talkin’ Bout You’  e ‘I Believe To My Soul’) e Sam Cooke (‘Bring it On Home To Me’) abbiamo praticamente un who’s who di interpreti e autori di r’nr b americano anni 50 e 60. 

Il serbatoio è quello, e Burdon lo canta in maniera ‘sporca’, con ruvidezza e ululati, con quel vocione che ama tirare fino alla distorsione. Ma per lanciarsi serve un singolo. Il suo repertorio confina sporadicamente con il folk-blues che in quegli anni segue un coetaneo che si sta facendo le ossa al Village di NYC, Bob Dylan: entrambi riprendono dal catalogo dei traditional ‘Baby Let Me Follow You Down’ (cambiato dagli Animals in ‘Baby Let Me take You Home’), ma c’è una seconda connection, ben più importante, con i folksingers che si muovono per i localetti della zona bohemienne della metropoli americana: qui le versioni differiscono, perché Dylan sostiene che quella versione è simile a quella del suo primo album, ma c’è anche un suo collega, Dave Van Ronk, che sostiene che Dylan l’ha copiata da lui.

Burdon dice che in realtà ha preso spunto dalla interpretazione di Josh White, un folk-blues singer che ha fatto da ponte fra gli originali e un pubblico più vasto. Il brano risale a molto tempo addietro, inizio secolo, una ballata inglese del 700 che è stata tramandata oralmente nel Nuovo Continente, mentre il testo (che parla di una prostituta, o forse di una detenuta che ricorda il luogo che le ha rovinato la vita) è molto più recente.

Ma cos’è questa Casa del Sole Nascente? forse è davvero un bordello, forse una prigione. Fatto sta che l’hanno cantata e incisa in metà di mille, persino Joan Baez e Nina Simone. Per Burdon è il razzo che fa decollare una carriera, e se il brano è venuto troppo lungo (4’32”!) e il tecnico della EMI gli dice che bisogna tagliarla, ci pensa Most a fermare tutto. «Va bene così, non si taglia nulla, è un singolo perfetto». E lo è. ‘The House of The Rising Sun’ arriva in testa in molti Paesi, e rimane ancora adesso il classico degli Animals – con la voce urlante di Burdon e il l’assolo all’organo Vox di Price che segna tutto il brano – che ne hanno fatto l’interpretazione definitiva.

Ci sono tanti altri hit nei due anni in cui gli Animals rimarranno con Most alla guida, prima di considerare troppo pop la scelta del materiale e salutarsi vicendevolmente: ‘I’m Crying’, scritta da Price e Burdon, ‘Don’t Let me Be Misunderstood’, inciso due anni prima da Nina Simone, e che negli anni 70 in Europa riceverà il trattamento-disco dai Santa Esmeralda.

C’è un altro brano urlato a pieni polmoni, che diventerà un inno dei soldati in Vietnam e in generale di chiunque voglia fuggire via dal posto in cui è costretto a stare, ‘We’ve Gotta Get Out Of This Place’. Infine, ‘It’s My Life’, che sarà anche troppo pop (scritta da due autori del Brill Building, la fabbrica newyorkese del pop, è la pietra dello scandalo con Most), ma che viene trasformata in un gesto di orgoglio e di affermazione della propria identità e indipendenza: 

«È un mondo difficile da penetrare, tutto il meglio è stato già preso 

Ma nonostante sia vestito di stracci un giorno vestirò in pelliccia»

e cresce a poco a poco, fino all’urlo finale di Burdon all’unisono con gli altri della band 

«Ma ragazza ricordati che è la mia vita, e farò quello che voglio

È la mia testa, e penserò quello che voglio».

Qui si chiude l’avventura con Most produttore. Due anni e mezzo di grande r’n’b, che hanno rappresentato il lato hard della British Invasion, popolari quasi quanto i Beatles e Stones: quando arrivano in America, e sfilano per la città ognuno in una convertible con una modella al fianco, ci sono scene di delirio fra le fan lungo le strade, prolungate poi all’apparizione all’Ed Sullivan Show.

Gli Animals entrano in una seconda fase, producendo due album (‘Animalisms’ e  ‘Animalism’ senza la ‘s’, che fantasia, comunque meglio il primo) dove la formula funziona ancora, e c’è un altro grande singolo, ‘Don’t Bring Me Down’. Poi, Burdon scioglie la band storica (che si ricomporrà per un solo album, “Before We Were So Rudely Interrupted”, nel ‘77), il bassista Chas Chandler va in America a iniziare una carriera di talent-scout/produttore che lo porterà a scoprire e lanciare Jimi Hendrix, e anche Burdon si trasferisce oltreoceano. Darà vita a un’incarnazione denominata Eric Burdon & The (New, poi lasciato cadere) Animals, facendo un r’n’b psichedelico, con lunghissime versioni di ‘Coloured Rain’, ‘Paint It Black’, ‘To Love Somebody’, e parteciperà alla grande estate floreale di San Francisco con il singolo ‘San Franciscan Nights’. Infine si unirà a un gruppo latino di San Diego, i War, con un suono ancor più lontano dagli inizi.

Che rimangono comunque uno dei momenti più significativi di una scena inglese che è partita imitando e finisce gli anni 60 inventando il futuro del rock. Senza quella ruvidezza, quella passione che da amatoriale si evolve in qualcosa di davvero importante, senza questo gioco di rimbalzo fra USA e GB, il rock chissà cosa sarebbe diventato. I primi Animals non solo c’erano, ma sono stati fra le colonne degli anni 60.

PS
Ho scelto la raccolta in due cd delle produzioni di Most, ma non è certo l’unica anche se è l’unica completa. Se qualcuno volesse una compilation che tocchi anche il secondo e terzo periodo di Burdon, può cercare ‘Absolute Animals: 1964-1968’. Invece, solo per il ‘secondo periodo’ c’è ‘Don’t Bring Me Down: the Decca Years’ o ‘Inside Looking Out’ della Decca, e per il terzo ‘The Best of Eric Burdon & The Animals, 1966-1968 della Polydor. Dovunque si pesca, si pesca bene.

38. Continua. Qui le altre puntate.

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