Chitarre memorabili Il sound incendiario di Mike Bloomfield e dei suoi amici, tra cavalcate veloci e blues lenti

L’album dalle due versioni, registrato al Fillmore di Bill Graham, è uno degli esempi più ispirati di come un chitarrista bianco avesse padronanza del blues e fosse capace di suonarlo al livello più alto. Read&Listen

‘Mike Bloomfield, Nick Gravenites and Friends’, 1969

Michael Bloomfield è stato uno dei chitarristi bianchi più importanti, se non il più importante, della musica americana degli anni 60 e 70. Un purista del blues, ma anche dell’integrità e della qualità – più alta possibile – della propria musica. Il suo ruolo di ponte fra il blues di Chicago e la scena rock, di cui né stato assoluto protagonista, lo ha svolto con una personalità, una classe e una dedizione che avrebbero meritato miglior fortuna. I demoni hanno preso il sopravvento, su questo ragazzo dolce e socievole, finché la sua ansia, la sua insonnia cronica e le droghe che prendeva per difendersi lo hanno silenziato per sempre. Nel 1981, overdose. Ma la sua è una storia intensa e vissuta, con un’eredità importante: “quel” suono della sua sei corde rimane là, e va solo ascoltato. Sono note che bucano e penetrano, sempre tirate, ma con una rotondità e un gusto che solo i maestri. Chi sa ascoltare, sa.

La vita di Bloomfield è, in pratica, un continuo melting pot, superamento di cliché e barriere, incontro con persone diversissime. Fin dalla nascita: mamma Dottie è una bella donna, ama la musica e la moda, per un tot è anche la testimonial della Wrigley’s chewing gum, e lo adora. Chissà se si può dire lo stesso del padre, ex pugile ed erede col fratello delle Bloomfield Industries, settore oggetti per la cucina: se siete mai stati un coffe shop americano, non vi sarà sfuggito quel versa zucchero di vetro col beccuccio, o la versione sale & pepe. Ecco, quelli. Siamo lontani dalla sensibilità che ci vorrebbe con Michael, un idealista che vive non per fare l’industriale ma il chitarrista. Famiglia benestante ꞊ servitù di colore. Una svolta, Bernice e Trudy gli fanno conoscere la musica nera alla radio, e per il suo 15esimo compleanno la maid di un amico li accompagna a un concerto con Miles Davis e Art Blakey & the Jazz Messengers. Si comincia bene.

L’iniziazione è quella giusta, il discepolo è determinato. Dice: «Avevo la sicurezza del jewboy, il ragazzo ebreo, e dita veloci, ma non avevo soul». Quella, la trova nei club della South Side dove si esibiscono tutti i maestri del blues elettrico, parallelamente alle sue band da teenager (dove suona r’n’r) inizia a suonare anche con questi giganti. All’inizio è effetto-sorpresa, «un ragazzino bianco qui?!», ma poi gestori pubblico e soprattutto musicisti capiscono che la passione è pura, e lo accolgono: fra gli altri Howlin’ Wolf, Littler Brother Montgomery, il folk-blues singer Josh White e Muddy Waters, con cui diventerà così amico che la grande quercia del Delta/Chicago blues gli affiderà le due nipotine come babysitter. Sulla connessione bluesistica con gli afroamericani, era solito dire: «I neri soffrono esteriormente in questo Paese. Gli ebrei soffrono internamente. La sofferenza è il tratto in comune per il blues».

Nel 1964 il grande Direttore Artistico della CBS, John Hammond Sr., lo provina, tre pezzi tre generi diversi, rimane colpito e lo mette sotto contratto. Hanno qualcosa in comune: anche lui è cresciuto in una famiglia ricca e usava scendere nelle cucine per ascoltare dalla servitù quella “musica del diavolo”: alla CBS ha preso Bessie Smith, Robert Johnson, Billie Holiday, Miles Davis. Appena il tempo di conoscersi e Mike è già per la sua strada. Incontra un amico, Nick Gravenites, che lo trascina dentro una band appena formata a Chicago, la Blues Band di Paul Butterfield, armonicista e leader. Un tipo evidentemente minaccioso il giusto, se Mike di lui diceva: «Lui sapeva già tutto, del blues. Un grande. Ma se da una parte mi affascinava, dall’altra mi incuteva timore. Mi spaventava. A real bad cat».

Entro i limiti molto elastici della band, brani che potevano durare (e durare, e durare) Mike cresce, si affina, suonano classici e pezzi loro con ferocia e spirito. Ma il destino ha in serbo un’altra sorpresa, la recording session con Bob Dylan nel 1965 che lo consegna alla fama imperitura. Al Kooper, che diventerà presto suo sodale (la famosa “Supersession,” in studio e live), che dovrebbe essere il chitarrista della session per “Like A Rolling Stone”, l’avanguardia del Dylan-elettrico, lo vede scaldare le dita in studio e capisce che non ce n’è, meglio ripiegare sull’Hammond (che peraltro sa appena suonare, ma il suo riff sarà uno dei motivi di successo del 45).

Mike suona su tutto “Highway 61 Revisited“, uno di quelli che cambia la storia, e poi, senza Paul ma con tutta la Band più l’aggiunta delle tastiere di Barry Goldberg e Al Kooper, sono dietro a Dylan al Newport Folk Festival del ‘65, dove il convertito-all’elettrico-Bob tira in faccia a un pubblico di puristi folk la potenza del rock. “Maggie’s Farm” Mike la tira via in modo così aggressivo che molti fischiano, chi va via, Pete Seeger vuol tagliare i cavi della corrente, insomma succede un casino. Dylan, sempre contento quando fa un salto in avanti che la gente non capisce, gli offre di continuare, ma Mike preferisce tornare all’interno della band (Dylan continuerà il percorso elettrico con quella che si chiamerà The Band). Ancora un disco, l’eccellente “East-West”, con le sue influenze indiane (ma la psichedelìa in quegli anni consentiva anche questo), e Mike riloca. La vita on the road lo stanca troppo, quando suona non riesce a dormire, è continuamente sull’orlo del collasso.

Dopo essersi trasferito a San Francisco, a metà degli anni 60 decisamente il luogo dove stare, creativamente parlando, forma un’altra band, Electric Flag, altro melting pot di blues-rock-r’n’b, con la montagna nera Buddy Miles a spingere dietro i tamburi, i fiati a punteggiare gli assolo come fossimo alla Stax, la sua chitarra sempre protagonista. Arrivano al Monterey Pop Festival del’67, il loro nome appena inventato, ed è un trionfo. Ma presto arrivano i dolori: Buddy la butta troppo in soul revue, metà della band è sotto eroina, il disco che dopo un anno in studio finalmente esce, “A Long Time Comin” appunto, non è male, ma niente a che vedere con l’esuberanza dei loro spettacoli dal vivo. Servirebbe un band leader forte che tenga tutto insieme, ma Mike non lo è, non è la sua vocazione. Fine corsa.

E siamo al 1968, quando Kooper (appena uscito dai Blood Sweat and Tears di sua creazione), che vuole fare dischi non con una band ma con musicisti “sciolti”, lo chiama. Kooper lo conosce bene, due ragazzi ebrei uniti dall’amore per la musica ed entrambi sofferenti d’insonnia, sa che le pressioni e la stanchezza sono sempre lì in agguato: «perché non ci vediamo in studio and we fuck around, facciamo un po’ di casino?». Informali, senza obblighi, il suo stato d’animo migliore. Dopo esser stati in jam per otto ore filate e aver più o meno riempito una facciata di Lp, Mike crolla, gli lascia un biglietto di scuse e si eclissa. Kooper è costretto a chiamare come sostituto un altro chitarrista, Stephen Stills, a sua volta appena uscito dai Buffalo Springfield.

Nasce così quello strano disco che è “Super Session”, un culto dell’epoca e un trendsetter. 13mila dollari di costo e disco d’oro, niente male. Formazione stretta a quattro, brani compatti ma da far fluire liberamente, la chitarra di Mike è davvero memorabile, ha la libertà di quando la suona live con quella personale postura, lui omone con un cespuglio in testa ripiegato su di lei, come se fosse una bambina da proteggere, da cullare. “Albert’s Shuffle” apre la facciata A magnificamente, ma è “His Holy Modal Majesty” che splende, con le sue scale modali in omaggio a John Coltrane, mischiando rock jazz raga indiani e flamenco. In assoluto, forse il suo momento più alto.

Qualche mese dopo, Al vuol ripetere il tutto dal vivo, e al Fillmore East va in scena un altro dei dischi culto di quegli anni, “The Live Adventures of Mike Bloomfield and Al Kooper”, copertina iconica del grande pittore/illustratore americano Norman Rockwell: è tutto meno che un disco perfetto, sia per le registrazioni (un grande assolo di Mike su “I Wonder Who” di Ray Charles inspiegabilmente sfumato a metà) che per la produzione, che per il via vai dei musicisti. Bloomfield suona divinamente per le prime due facciate/concerti, e poi-dopo tre giorni sveglio senza riuscire a chiudere occhio-crolla e viene portato in ospedale. Arrivano però colleghi di grido: Elvin Bishop, che era collega-di-Butterfield, Carlos Santana e Johnny Winter (Johnny solo nel disco integrativo uscito molti anni dopo, “The Lost Concert”) sono praticamente al loro debutto su un palco importante.

C’è un terzo disco, poi, inciso dal vivo l’anno successivo, di nuovo in un formato-jam, con molti dei musicisti che hanno accompagnato il suo viaggio da Chicago a San Francisco: Nick Gravenites alla voce e chitarra, Mark Natfalin al piano, John Khan e Bob Jones alla ritmica. Più la sezione fiati, molto dinamica, che riporta alla mente le potenzialità inespresse degli Electric Flag. Come sempre, al Fillmore di Bill Graham, di cui ormai Mike è amico oltreché fidato consigliere su quali artisti neri invitare, o quali musicisti di generi diversi affiancare in double bills molto originali. Curiosamente, è un concerto che nel tempo è stato spalmato su due album: uno di Gravenites, “My Labours” (mix di live e di studio di Gravenites ‘solo’), e uno intestato ‘Mike Bloomfield, Nick Gravenites and Friends’, di cui ne esistono due versioni, una con la scritta curva e una con la scritta dritta: il primo ha sei brani, l’altro, uscito molto dopo, prende quelli di “My Labours” e arriva a dodici brani, (quasi) tutto il concerto.

È un album bellissimo, uno degli esempi più ispirati di come Bloomfield e amici avessero masterizzato il blues e fossero capaci di suonarlo al livello più alto. Il tono di chitarra di Bloomfield è essenziale (la lezione di BB King, meglio una nota giusta che dieci in fila), lirico (mai note buttate lì a caso, sempre un filo a condurti) e, quando serve e serve spesso, incendiario. Sempre e comunque intenso. In questo album ci sono alcuni brani monumentali: i 15’ di “Blues On A Westside” (con un assolo che molti reputano uno dei migliori della storia del rock), “Moon Tune”, “One More Mile To Go” (con Taj Mahal alla voce e armonica), quei blues elettrici lenti e sofferti che personalmente adoro.

Difficile trovare di meglio. Ci sono delle cavalcate veloci ed eccitanti (“It Takes Time”, “Carmelita Skiffle”), anche del funk (“Gipsy Good Time”), e in generale c’è un’atmosfera magnifica, una jam fra amici particolarmente ben riuscita. Nel suo 1969 ci sono altre cose importanti: un disco di musicisti blues neri e bianchi, “Fathers And Sons”, il nome dice tutto, il suo primo solo, finalmente (ma non grande cosa), “It’s Not Killing Me”, e la partecipazione alla band che supporta Janis Joplin in “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!”.

Potrebbe essere l’inizio di una carriera trionfale, ma i 12 anni seguenti saranno ben diversi: continuerà praticamente da solo, in direzione-professionale e personale-ondivaga, sempre in questo limbo, fragile mentalmente, tossicodipendente dall’eroina (dal 1970 al ’73 poggia la chitarra e non suona più, poi si disintossicherà dall’eroina con l’alcool, mai una buona idea), disilluso dal sistema discografico e spaventato dalle pressioni della vita on the road. Per cui nonostante incida alla fine parecchi dischi con Case importanti e con piccole etichette, moltissimi dal vivo in piccoli e grandi club, un “triumvirato” con Doctor John e John Hammond Jr. senza successo, persino dei dischi di tutoraggio per chitarristi sui sentieri della musica americana in tutte le sue accezioni, e nonostante ognuno di questi dischi abbia momenti straordinari di capacità chitarristiche, sono pochi quelli da comprare a scatola chiusa.

I tre indicati sono quelli da cui cominciare, e quest’ultimo è il mio preferito. Per uno sguardo completo, il cofanetto “From His Head To His Heart To His Hands”, 2014, assemblato da Al Kooper con ottime note di copertina di Michael Simmons, ha tre cd che ripercorrono tutta la carriera e un dvd con il film “Sweet Blues: A Film About Mike Bloomfield”, documentario fatto col cuore. Quando sentirete quel tono così lirico, così emotivo, non lo dimenticherete più, e non dimenticherete più il ragazzo talentuoso che non rincorreva la fama: «Quando arrivi al top, scopri che non c’è nulla. Solo l’amore conta».

35. Continua. Qui le altre puntate.

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