Daverio spiega la pittura olandeseTra ‘500 e ‘600 Rubens espresse il tripudio gioioso delle Fiandre opulenti

Iperalimentati perché di successo, e disposti a mostrarlo: cambiano i tempi, si modificano i canoni estetici. Il divulgatore recentemente scomparso racconta in “La mia Europa a piccoli passi” (Rizzoli) un continente in cui influenze e ispirazioni non hanno mai avuto confini

Pieter Paul Rubens (1577-1640) è figlio del più alto magistrato d’Anversa. Suo padre Jan scappa a Colonia per sfuggire all’ira del duca d’Alba, che sta ferocemente reprimendo i protestanti; diventa lì l’amministratore dei beni di Guglielmo d’Orange, ma anche l’amante della moglie. Preso in flagrante, finisce in galera.

Per motivi politici il figlio dovrebbe stare con i ribelli protestanti, ma per motivi forse edipici opta per la causa dei cattolici, va a studiare a Venezia e finisce poi a Mantova, dove Giulio Romano gli insegnerà la passione per le carni. Di ritorno nelle Fiandre, sotto il dominio spagnolo fa carriera e diventa ricchissimo: farà addirittura l’ambasciatore del re.

La Alte Pinakothek di Monaco di Baviera è forse il luogo in cui si trova il maggior numero di pitture di Rubens: un concentrato puro di tripudio di carni.

Il rigore francescano è totale e l’occhio della Spagna che vigila sulle Fiandre è quasi tangibile. Ce n’è per tutti i gusti e anche di più, ma in realtà il sapore è quasi sempre lo stesso: si va dall’antichità concepita come serbatoio di lezione morale, come nel caso del Seneca morente che sembra Paul Newman e che ha delle vene sulle gambe straordinariamente tardorinascimentali, all’antichità invece intesa come autorizzazione a citare la mitologia e conseguentemente la crapula: grande lezione imparata negli anni di formazione a Mantova e sostanziale citazione di Giulio Romano.

Nel Sileno ebbro ricompaiono i satiri che ciucciano il seno della madre, che però è estremamente fiamminga. Il Bacco pare il proprietario di una birreria; alle sue spalle, in alto, sbirciano figure femminili che sono parenti delle cameriere d’Olanda.

L’impostazione complessiva di certi quadri preannuncia già Böcklin e il futuro de Chirico, e intanto l’antichità diventa moderna, ossia entra in pieno Seicento, quando personaggi mitologici si trovano affiancati ad altri, invece, perfettamente contemporanei.

Curiosamente però, sempre di cellulite si tratta, di quella ciccetta che garantisce di non appartenere ai poveri della Guerra dei trent’anni: quando grasso era bello ed era così morale da apparire nel Grande Giudizio universale, creato per l’altare centrale della chiesa dei gesuiti.

L’estasi dell’arabo al centro della scena era sicuramente la stessa che provavano i gesuiti quando si inginocchiavano davanti a questo capolavoro. E poi, di nuovo, la passione per il movimento delle carni. Ma tutto in realtà è vorticoso, anche negli altri dipinti, con veri e propri capolavori del movimento centrifugo e centripeto.

Ogni tema è suscettibile di far vedere il nudo, o meglio: la carne. E la carne è così viva nel Ratto delle figlie di Leucippo che di una delle due si vedono addirittura i graffi appena fatti con le mani sulle chiappe, in una visione non dissimile da ciò che è in bella mostra oggi nei sexy shop ma neanche dall’immaginario di Hieronymus Bosch.

E rimangono infatti sedimentate in Rubens le tracce del vecchio Brabante misterioso, che appaiono sotto forma di angeli decaduti, mostri, pipistrelli, vespe… fino ad arrivare nella Caduta dei dannati al terrore più profondo: che il diavolo strappi la trippa acquisita con tanta fatica, quella che potrebbe finire malissimo in un’eventuale caduta verso l’inferno. Qui il Barocco è il male e il bene insieme: sembra di essere in un film splatter.

Questo mondo folle però fa da cornice a un mondo nobile ed estremamente sofisticato. Di questo mondo dolce e aristocratico è partecipe lo stesso Rubens, sia con la prima moglie di cui rimarrà rapidamente vedovo, sia con la seconda che sposa sedicenne. Lei era considerata dal fratello del re Filippo IV di Spagna, ambasciatore nelle Fiandre, la più bella donna della regione, e forse anche la più ricca. Lui lascerà ai pittori degli anni a venire, e in particolare a Rembrandt, due particolari caratteristiche: la dimensione dei sederi e la serietà iperalimentata dei borghesi.

da “La mia Europa a piccoli passi”, di Philippe Daverio, Rizzoli, 2019

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