La versione di GeorgeAll Things Must Pass: l’album in cui il “solitario“ dei Beatles dimostra la sua grandezza

Dopo anni nella band di Liverpool, Harrison trova la sua strada da solista: il disco è un capolavoro con sperimentazioni alla chitarra, nuovi temi più spirituali e idee melodiche che nel gruppo, dominato dal Lennon-McCartney, non sarebbero mai passate. Read & Listen

L’ultima canzone che i Beatles registrano in studio per l’album “Let It Be”, l’1 e 2 aprile 1970, scritta da George Harrison, è “I, Me, Mine”. Rappresenta tutto ciò che George, ormai da diversi anni su un cammino spirituale, vuole lasciarsi alle spalle: “io”, “me stesso”, “mio”, sono concetti in contraddizione per chi cerca la liberazione spirituale e di tagliare i legami con le storture del “material world”.

Per il George del 1969, i Beatles sono malati di egotismo, quattro schegge impazzite ormai incontenibili insieme, e osserva loro, e se stesso, con quel distacco che i tre anni di meditazione e percorso spirituale gli hanno insegnato. Vede la fine arrivare, e con eleganza la scansa aprendo, con classe innata, la sua carriera solista.

Se uno pensa a “All Things Must Pass”, monumentale triplo (anche se il terzo Lp è di jam in studio) come a un primo “solo” arrivato solo per accumulo di materiale, non ne coglie l’essenza: prima ancora che un disco, è un riscatto, una dichiarazione d’indipendenza, una affermazione di identità per il più giovane dei quattro, “il cucciolo” come era sempre stato chiamato, ottimo chitarrista ma mai valutato dalla coppia Lennon-McCartney come un vero contendente per il ruolo di autore al loro pari.

È vero che alcune sue composizioni son state inserite qui e là negli album, ma più che altro come buoni riempitivi. “While My Guitar Gently Weeps” sul doppio bianco e “Something” e ‘

“Here Comes The Sun” su “Abbey Road” hanno mostrato al mondo che George è tutt’altro che una seconda fila anche al cospetto di due fra gli autori più geniali del XX secolo.

Ma la maggior parte delle canzoni che George propone in quegli ultimi anni insieme non vengono “approvate”: le troviamo tutte qui, e spiegano il “mio”, nel senso di “roba nostra”, che era nell’aria.

Non solo: Paul, che ha ormai preso in mano il volante, vista la luna di miele con Yoko che sta vivendo John, sempre più disinteressato alle sorti della band con cui sente ormai un legame sottile, durante le session di “Let It Be” lo redarguisce, gli dice esattamente come suonare.

George non si rivolta, gli dice – col suo strascicato accento liverpooliano, a metà fra nonchalance e arrendevolezza – «va bene Paul, faccio come vuoi», ma non ne può più. Se ne va, per 12 giorni i Beatles come quartetto non esistono più. Poi rientrerà, ma quella sera è furioso, torna a casa e scrive “Wah Wah”. Se mettete ‘bla bla’ al posto del suono della pedaliera per chitarre, il testo è chiarissimo, stai sereno Paul:

«…Mi hai reso una star così grande,
Stando lì al momento giusto….
…Non vedi le mie lacrime
Non senti i miei sospiri
Wah-Wah, non ho più bisogno di wah-wah
So quanto può esser dolce la vita
Se mi mantengo libero
Da tutti quei wah-wah…»

Quindi, rispettosamente, dopo aver atteso che uscisse “Let It Be”, “lascia che sia” davvero, e dopo il primo solo di Paul che esce una settimana prima del canto del cigno, anche George si mette in gioco, con una simbologia sulla copertina, i quattro buffi nani da giardino sdraiati intorno a lui, cappello e barba e capelli da mago Merlino, sul grande prato di casa a Friar Park. Come a dire: c’erano loro, ora ci sono io.

A differenza di Paul, che dichiara finiti i Beatles a sorpresa il 10 aprile 1970, infuriato perché John ha messo in mano la sua versione grezza di “The Long And Winding Road” a Phil Spector (che la addobba con una orchestrazione natalizia banale e sovrabbondante, George Martin inorridito, lui che aveva sempre evitato l’effetto facile e commerciale), Harrison si affida al produttore americano, come farà poi Lennon per i suoi album.

La famosa “wall of sound” di Spector veste queste canzoni di Harrison in maniera meno invasiva ma pur sempre “grandiosa” (la specialità della casa), con overdose di riverbero, e non è un caso che nella riedizione del trentennale, George stesso eliminerà un po’ di sovrabbondanza, evidenziando anche i demos, chitarra e voce, che hanno intensità diversa ma altrettanto significativa: «Non puoi ascoltare le cose di 30 anni fa con l’orecchio di adesso, sembra tutto datato».

Spector, che sarà matto come un cavallo (punteggerà le session con follie tipo «18 brandy prima di cominciare», ora è in galera a vita per omicidio), ma la qualità la sa riconoscere, apre lo scrigno e trova tanta roba, «senza fine!». È dal 1966 che George sta scrivendo in proprio, e son cose di livello. Il traguardo di qualcosa di suo, finalmente, l’ha spinto a scriverne ancora di più. La liberazione di non dover più rispondere ai limiti di una band lo porta in giro, nuovi musicisti, nuovi au pair.

Conosce Dylan tramite The Band e diventano amici. Scrivono insieme “I’d Have You Anytime” che apre l’album, Dylan che gli dice «suona qualche accordo» e George risponde «tu dammi un po’ di parole», rimarranno amici per sempre, dai concerti per il Bangladesh ai Travelin’ Wilburys.

Riprende anche la sua “If Not For You”, frutto dal country flavour, maturato nel ritiro campagnolo a Woodstock nei lunghi mesi per rimettersi dall’incidente di moto. A differenza dei futuri lavori di Paul e John, questa è meno musica-formato-Beatles, sia per la musica che per i testi.

L’incontro con i futuri Derek & the Dominos, insomma il caro amico Clapton più i tre appena scesi dal carrozzone Deep South di Delaney & Bonnie (Jim Gordon alla batteria e Carl Radle al basso, Bobby Whitlock alle tastiere) porta in scena un suono “americano”, venato da un po’ di soul, di country, grandi spazzolate di Hammond, una o più chitarre cosmiche a far da fondale.

Aggiungi qualche altro amico, tipo Ringo o Billy Preston e il suo spirito soul-funk, e (nei momenti giusti) i fiati, e sei arrivato a un cast di circa 30 musicisti. Aggiungere a piacere chanting in stile Hare Krisna. Se volete un’anteprima dei Dominos (quelli di Layla, 1971) c’è “What Is Life”, “Let It Down” sembra presa da “Mad Dogs and Englishmen”.

In più, George ha masterizzato, dopo il sitar, anche lo stile della slide guitar (mai sentita nei Beatles) e ne fa abbondante uso. Anzi, da “My Sweet Lord” in poi, diventa il suo trademark. Non è folk-o-country-rock, né “Americana” ante-litteram, non è Beatle-pop e neanche r’n’b. Un po’ un misto di tutto questo, con la sua fragile ma empatica voce sopra. Un riconoscibilissimo Harrison-sound che si porterà dietro nella decina di suoi album dischi solisti.

Siamo, evidentemente, molto lontani dai Fab 4. Ma lo siamo anche nei testi.

La maggior parte dei brani ha un taglio spirituale, se non proprio esoterico, in accordo con il percorso interiore di George, aperto alle vie orientali, con tutto il loro bagaglio di consapevolezza sulla reincarnazione, sul vivere adeguatamente questa vita in preparazione per le prossime.

George racconta, poeticamente e simbolicamente, la sua visione che guarda all’India e ai suoi grandi Maestri spirituali, a una visione esoterica della vita come transito, della morte/nascita come un ciclo dal quale serve liberarsi, se ci si vuole ricongiungere con l’Altissimo. Nella sua biografia più testi, commenti e immagini preparata con Derek Taylor (lo storico press man dei Beatles), “I Me Mine”, quando arriva a quel brano parla di piccolo “i”: “i am this, i own this, io sono, io possiedo, è mio”; e di grande “I”, l’assoluto, l’OM, la Coscienza Universale.

Parla di una intuizione durante un trip di LSD, nel quale ha percepito come fossimo bloccati in un meccanismo di relatività, tornando sempre indietro al punto di partenza. «Quando siamo nel relativo tutto è su-giù, buono-cattivo, sì-no. Nel grande “I” la relatività non esiste più».

Chiaramente le canzoni non sono le pagine di un libro, non spiegano ma procedono per immagini, sintesi, simboli, parole chiave. Ma l’album è davvero una riflessione sul valore spirituale di una vita, sulle trappole della fama e del mondo, sulla transitorietà del nostro percorso e di come renderlo più consapevole.

Suona come una lecture sulla spiritualità, ma è pur sempre meravigliosamente pop, e George possiede un delizioso sense of humour. Le melodie e i ritornelli e le melodie poi sono così orecchiabili e fascinose che chi non fa attenzione ai testi o non è interessato neanche se ne accorge, l’album fila che è una meraviglia.

“All Things Must Pass”, ispirata dal suono di The Band, è un concetto «già scritto da tutti i mistici e anche gli ex-mistici come Timothy Leary nei suoi poemi psichedelici». Parla della vita e dell’amore, ed è facilmente riferibile anche al gruppo che si è lasciato alle spalle.

«Tutto passa
Nessuno dei fili della vita può durare
Per cui devo andare
E affrontare un nuovo giorno
L’oscurità rimane solo per la notte
Svanirà al mattino
Quando arriverà la luce
No, non sarà sempre così grigio
Tutto passa, e va…».

“Run Of The Mill” (sentirla giusto per capire dove hanno pescato gli Oasis) è la descrizione, dentro e fuor di metafora, dei guai dei Beatles del periodo Apple («ognuno la voleva di un colore diverso: chi bianco, chi verde, chi blu e io arancione»), Paul in particolare (come sempre):

«Ognuno può scegliere, quando e quando non
Alzare la voce
Sei tu a decidere da quale parte girare,
Mentre senti che il nostro amore non ti riguarda
Sei tu a decidere…».

“My Sweet Lord” (“molto simile” a “He’s So Fine”, brano anni ’60 delle Chiffons, al centro di una battaglia di copyright che farà giurisprudenza) è ispirato da “Oh Happy Day”, ed è tanto orecchiabile quanto devozionale, una sintesi di gospel e canti Hare Krishna in salsa pop.

“Let It Down” ha un andamento beatlesiano, se solo riesci a ritrovarlo sotto un arrangiamento grandioso di fiati, voci, archi e chissà quale altro mattone nel muro di suono spectoriano.

Oltre a questa e alla title-track, “Hear Me Lord” è un’altra delle canzoni rifiutate: nessuna sorpresa, visto il testo, molto lontano da una sensibilità-Beatles:

«Perdonami, Signore per gli anni che ti ho ignorato
Perdona, Signore, coloro che pensano di non potersi permettere Te
Aiutami Signore per favore
A elevarmi sopra tutti questi affari
Aiutami Signore, per favore,
Ad amarti con più feeling…».

“Awaiting On You All”, ispirato alla meditazione Japa Yoga, è un gentile cartoncino d’invito, nella forma di un corale maestoso, ad aprire il cuore e cercare la verità, attraverso la ripetizione di un mantra, l’energia mistica incastonata in una struttura sonora:

«Non hai bisogno di passaporti o visti
Non devi designare o emigrare
Prima di poter vedere Gesù
Se apri il cuore vedrai che sta già lì
C’è sempre stato e ci rimarrà
Ti solleverà dalle tue preoccupazioni»

In “Beware of Darkness” invita a stare guardarsi dall’Oscurità, da coloro che si muovono o come illusionisti/truffatori o nell’indecisione di quale strada scegliere :

«State attenti, diffidate di leader ingordi,
vi porteranno dove non dovete andare
…Guardatevi dall’Oscurità».

John Lennon sul suo primo solo, “Plastic Ono Band” che uscirà qualche mese dopo, in “God” canterà che non crede più in Gesù, nella Bibbia, i tarocchi, i Kennedy, fino ad arrivare ai Beatles. Vale la pena credere, suggerisce, «solo in me, Yoko and me».

La versione di George, non laica ma spirituale, è «attenti alla Maya», alla grande Illusione della vita terrena. E per quanto riguarda credere in se stesso, beh, in “I, Me, Mine” ha già detto tutto.

L’ultimo brano in cui rivela la sua visione spirituale è un pezzo cominciato già quattro anni prima, “The Art Of Dying”, forse il più esoterico di tutti. Nel suo libro, George gli dedica due pagine di spiegazione, un A-Z di quello che significa la morte: «L’arte del morire è quando qualcuno può lasciare consapevolmente il corpo al momento della morte, al contrario di chi muore senza capire cosa sta succedendo».

Parla poi della legge del Karma, del meccanismo di azione/reazione e di come il Karma sia paragonabile a una corda con dei nodi, e lo scopo della vita sia sciogliere tutti questi nodi; ma è anche vero che durante la vita per scioglierne uno ne annodi altri venti. Spiega di come il Satguru, il Maestro Perfetto incarnazione di Dio, venga a liberare le anime che ne hanno desiderio e sono pronte, prendendo su di sé il Karma. Come fece Gesù il Redentore. Inizia con una ironia:

«Verrà il momento quando tutti noi dovremo andare via di qua
Non ci sarà nulla che potrà fare “Sister Mary”»

(forse un riferimento alla religione cattolica, nella prima versione il nome è quello di Mr. Epstein, il famoso manager dei Beatles).

Poi parla della reincarnazione:

«Verrà il tempo in cui molti di noi torneranno qui
Spinti dal desiderio di essere una entità perfetta
Vivendo milioni di anni piangendo
Finché non avrete realizzato l’arte del morire»

e chiude con un «Do you believe me?» dolcemente ironico, come a dire “ci siete o vi ho perduto?”.

Ci sono anche altre canzoni, che parlano di temi diversi, fra cui quelle che sembrano canzoni d’’amore, “What Is Life” (il secondo singolo dell’album’) , “Isn’t It A Pity”, “I Dig Love”, “I Live For You”; “Apple Scruffs”, dedicata ai ragazzi che lo aspettano all’uscita degli Abbey Road Studios; “Ballad of Sir Frankie Crisp”, dedicata al primo proprietario della magione di Friar Park, la magione neo-gotica (30 stanze, 62 ettari di parco intorno) che George ha comprato all’inizio del 1970. E anche una composta per Dylan come incoraggiamento alla vigilia del suo grande ritorno all’Isola di Wight 1970, “Behind That Closed Door”:

«Il mondo sta aspettando
L’amore di cui sei stato benedetto
Per cui apri il tuo cuore, ti prego,
Da dietro quella porta chiusa a chiave».

Alla sua uscita, è un disco di cui si parla in tutto il mondo. A pochi mesi dalla fine della più importante e influente band del pianeta e una miriade di dubbi su cosa sarebbe successo dopo, il lavoro di George è una rivelazione del tutto inattesa, e viene accolto in massima parte molto bene (i critici ci sono sempre, anche per distinguersi).

È chiaro che quello che verrà considerato il più riuscito di tutti gli album solisti dei quattro è anche una presa di coscienza – da parte di critica e pubblico – di un nuovo status del “giovane George”. A 27 anni, la prospettiva si è capovolta.

Questo album, no.1 in tutto il mondo, e la leadership per il Concerto del Bangladesh, convinto dalle preghiere del suo amico e maestro Ravi Shankar, lo innalzeranno al livello di John e Paul.

Non tutti l’avrebbero predetto.

Ma del resto, come George ben sa, tutto passa, tutto si trasforma…

39. Continua. Qui le altre puntate.

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