Prudenza über allesElogio della Germania di Angela Merkel, il Paese modello che tutti dovrebbero imitare

Un punto di riferimento, un esempio di solidità e certezza. Il libro “Why the Germans Do It Better”, di John Kampfner raccoglie e spiega il carattere di un popolo che, con difficoltà, è risorto dalla guerra e ha fondato sul dogma della stabilità il suo successo. E ora può insegnarlo al resto del mondo

Michael Kappeler / POOL / AFP

Ottima governance, competenze di livello, finanze pubbliche solide. E ancora: una organizzazione regionale funzionante e solidarietà sociale. E poi, ma da poco, anche il primato nella categoria della compassione.

È la Germania, il Paese-modello, il punto di riferimento cui ispirarsi, la pietra di paragone. Perché non riusciamo a fare noi quello che riescono a fare loro? Perché non si riesce a eguagliare lo sviluppo di un Paese che, nella seconda metà della sua esistenza (saranno 150 anni nel 2021) è riuscito, con rigore e serietà, a impostare una società equilibrata, libera e prospera: in un periodo storico caratterizzato da pulsioni anti-democratiche, a diventare una fortezza della democrazia occidentale.

Come spiega nel suo nuovo libro il giornalista e imprenditore inglese John Kampfner, “Why the Germans Do It Better: Notes From a Grown-Up Country”, la Germania è il Paese “adulto” cui guardare, ma non è facile replicare l’impasto di ordine, tenacia, rigore e concretezza insito nella mentalità e nelle istituzioni.

È il frutto di un processo storico, anzi: di una serie di processi storici che hanno accompagnato la resurrezione di un Paese dalle sue macerie. Kampfner individua in quattro date simboliche le svolte che hanno portato la Germania a essere il Paese di oggi.

La prima è il 1949, con la promulgazione della Costituzione, un documento robusto ma flessibile (è stato modificato più di 60 volte, senza mai mettere a rischio i principi fondamentali) che organizza una distribuzione equlibrata del potere tra centro e periferia (cosa che i londracentrici inglesi si sognano) e che anche oggi riesce a far funzionare, con tutte le sue cautele e le necessità del compromesso, i governi usciti dalle ultime elezioni.

È sano ed efficiente e lo si è visto anche nella gestione della crisi del Covid: se l’Inghilterra di Boris Johnson si è distinta per miopia, scarsità di mezzi, una visione che mescolava «eccezionalismo e ideologia libertaria», quella di Angela Merkel ha fatto leva sulla responsabilità – parole chiare al popolo, senza misteri né minimizzazioni – prevenzione, prudenza e approccio razionale e scientifico (certo, la differenza sta anche nei leader: la Cancelliera giganteggia rispetto ai suoi omologhi stranieri, mentre Boris Johnson è arrivato ai vertici sfruttando un «rapporto flessibile con la verità» e un paese lacerato da scelte politiche assurde come la Brexit). In ogni caso, si può parlare di una contrapposizione tra concretezza e retorica.

La seconda data fondamentale è il 1968, quando è iniziato il periodo di riflessione sul proprio passato: la fase, difficile e dolorosa della denazificazione, della resa dei conti con le memorie e le eredità del Terzo Reich ha forgiato le coscienze di una nazione, risultando nella applicazione di un vero e proprio principio di prudenza, esposto nella formula “langsam aber sicher”, “piano ma in modo sicuro”, cioè evitare scivoloni, esagerazioni e puntare, piuttosto all’equilibrio e all’affidabilità.

Un dogma che, fa notare Kampfner, viene rispettato anche a costo di rimanere indietro (e lo è) sul piano dell’innovazione: stupisce sempre notare come i tedeschi non abbiano una banda larga decente in molte aree del Paese, manifestino diffidenza alle forme di pagamento digitale, utilizzino ancora con tenacia il fax.

Ma all’idea del “calma e gesso” si aggiunge la propensione all’austerità e l’antipatia nei confronti del debito: un Paese di risparmiatori che, a differenza dell’Italia, si riflette in un sistema di istituzioni che, per anni, ha seguito il mantra dello “schwarze Null”, il pareggio di bilancio – con cui ha accumulato il surplus che la ha tenuta a galla negli anni della crisi 2007-2008 e ha permesso di occupare una posizione di preminenza nei mercati europei.

È una tendenza al centro, che è sia compromesso tra idee e posizioni diverse che bilanciamento delle situazioni regionali. Una differenza enorme rispetto alla Gran Bretagna: se togliendo Berlino la Germania sarebbe più ricca dello 0,2%, eliminare Londra significherebbe tagliare un terzo di tutto l’output economico inglese.

Al contrario, con una industria diffusa, i tedeschi hanno privilegiato la piccola-media impresa, il Mittelstand, la manifattura: e hanno così assorbito negli anni lo squilibrio imposto dalla riunificazione (il 1989, con la caduta del Muro è la terza data cardine), integrando 17 milioni di cittadini che partivano da condizioni socio-economiche molto più basse, per ripetere l’esperimento nel 2015, (l’ultima data passaggio chiave secondo Kampfner), accogliendo un milione di profughi siriani.

Insomma, sono le condizioni di partenza – e gli incidenti di percorso – che hanno reso la Germania un modello inimitabile, eppure da imitare. Quello che non si può riprodurre (la storia, la mentalità, gli incidenti di percorso) andrà evitato, ma quello che al contrario può essere copiato (la prudenza, il rispetto per le istituzioni e da parte delle istituzioni) va studiato e applicato.

Poi certo, non tutto è perfetto nemmeno lì. E un leader come Angela Merkel, che durerà fino al 2021, non è facile da sostituire. Kampfner lo ricorda: c’è preoccupazione per questo. Ma del resto essere preoccupati è già un’indizio di serietà.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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