L’onda lungaIl lockdown ha cambiato il nostro modo di vivere la socialità (e continuerà a farlo)

I mesi di separazione e distanza sono stati un trauma di cui risentiremo ancora a lungo. La pandemia ci ha spaventati, indeboliti e trasformati. Le relazioni sono passate nello spazio digitale, le vecchie modalità di aggregazione si sono arrestate. La normalità è a un vaccino di distanza

da Flickr, Creative Commons

Per il mondo delle relazioni, la pandemia è stato «come uno tsunami». Improvvisa, devastante e destinata a lasciare a lungo il segno. Secondo la professoressa Monica Santoro, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, il lockdown è finito (per ora), ma i suoi effetti profondi continueranno a condizionarci.

«Ha imposto a tutti una riflessione sulle relazioni e sul significato delle azioni quotidiane». Ha sconvolto un universo di rapporti più o meno stabili, basati su una routine di frequentazioni fisse, programmate, attese ed essenziali. Ha reso necessario inventare «una nuova quotidianità in uno spazio limitato, insieme a persone con cui si aveva una relazione che era basata anche sui tempi dell’assenza». Ha, insomma, creato una sorta di trappola per coppie e famiglie: abituate a passare qualche ora insieme, si sono ritrovate a condividere tutte le giornate.

«Non possiamo dimenticare che la quarantena è stata una cosa unica. Il suo impatto è stato fortissimo», continua la professoressa. «Per l’immediatezza, innanzitutto. Nessuno era pronto a stravolgere in questo modo la propria vita lavorativa e sociale». E poi perché «era fondato sull’emergenza sanitaria. Cioè sulla paura del contagio, della malattia. Siamo stati a rischio e non ce lo scorderemo».

Adesso le case si sono riaperte, i mezzi hanno ripreso ad andare e c’è stato spazio per fare le vacanze – anche queste, senza dubbio, molto diverse da come ce le si immaginava a gennaio. Ma non si può parlare di “ritorno alla normalità”. Semmai di una nuova normalità, dove «le relazioni sono diminuite e, insieme alla diffidenza, prevale anche la qualità». Si scelgono cioè persone per cui «vale la pena davvero rischiare un po’». Sono gli affetti più profondi: a volte i familiari, qualche amico o collega, cioè «i famosi congiunti di cui si era parlato ai tempi del lockdown»: una definizione celebre per la sua vaghezza e che proprio per questo, forse, fotografava bene la varietà dei rapporti contemporanei.

«C’è un’altra conseguenza del lockdown, però, che resterà a lungo nelle nostre coscienze», spiega. Ed è «la scoperta della nostra vulnerabilità». Ci si è scoperti deboli, attaccabili, fragili, in una situazione in cui il virus è andato a minare proprio il sistema della dei rapporti umani. Ha intaccato la fiducia reciproca: gli altri, anche quelli più vicini, potevano essere un pericolo.

E allora, in questo sentimento di abbandono, accompagnato dalla reclusione forzata, i contatti sono stati trasferiti nella rete. Chat, videochiamate, videoconferenze: lo spazio virtuale è cresciuto, ha cominciato a occupare quasi ogni aspetto della vita. Ha assunto più valore, influenzando anche le relazioni online. È forse cominciata una rivoluzione?

Non proprio. Secondo Valeria Càrpino, psicologa e psicoterapeuta, autrice insieme al professor Tonino Cantelmi di “Amore tecnoliquido. L’evoluzione dei rapporti interpersonali tra social, cybersex e intelligenza artificiale” la distinzione tra «online e offline» era già poco netta anche prima della pandemia.

«Non siamo più di fronte allo scenario di 15 anni fa, dove le persone si incontravano in rete e utilizzavano questo strumento per aprirsi e raccontare aspetti di sé che non rivelavano a nessuno». Ora «è tutto più immediato, collegato alla vita offline senza una vera soluzione di continuità». Ci si contatta, ci si scrive, ci si vede. È cambiato il ritmo ed è cambiato anche il modo in cui si vive lo spazio virtuale. Cioè, «è diventato uno spazio normale», sostiene Càrpino.

Anche durante il lockdown, «ci sono state persone per le quali le app di incontri sono state un sollievo: poter parlare, discutere, sfogarsi con qualcuno». Spesso si è trattato di relazioni che poi, con la fine della quarantena, si sono dissolte. «La distanza è una sofferenza per tutti». Ma quello che si è capito è che la vita ibrida, cioè quella che comprende rapporti con presenza fisica e insieme digitale è diventata normalità. «Si può vivere lontani, ma essere vicini a livello emotivo? Certo». I nuovi strumenti sono un aiuto e un sostegno «soprattutto per i rapporti che vivono e si alimentano di una profondità condivisa». Serve quello. La rete fornisce solo uno spazio in più.

Ma mentre ci si avventura alla ricerca di una nuova vecchia normalità, intorno tutto continua a cambiare. Sono movimenti sotterranei, spiega il professor Giovanni Semi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Torino, «nuove faglie che si sono aperte e che non sappiamo quali effetti avranno». Il lockdown è stato «un terremoto»: ha innescato processi che ancora non si sono interrotti. A essere travolte sono state le città, «perché ha messo in discussione la “logica di agglomerazione”, cioè il fenomeno, molto studiato, per cui serve riunirsi per fare avanzare le economie e vivere bene. È il sistema della città, dei contesti densi», dove le dinamiche di incontri tra amici e colleghi, sul lavoro e dopo il lavoro, fanno circolare «informazioni, generazno esperienze, portano alla creazione di contatti e legami». Tutto questo, con la quarantena e il trasferimento delle attività – dove si poteva – in rete, è saltato.

«Si è creata una faglia. E si sta allargando, generando una frattura nelle abitudini e nello stile di vita». Cosa succederà? «Difficile dirlo. Di sicuro la faglia resterà e, con ogni probabilità, genererà conflitti», sul lavoro, in economia, nelle relazioni.

Per tutto il resto, l’estate appena finita «è stata una lezione. Un momento di rilascio, in cui tutti (o quasi) sono corsi a riprendere le relazioni e i contatti che erano stati interrotti. Noi siamo legati a quel modello di aggregazione. È faticoso adeguarsi alla vita da quarantena».

Questi mesi hanno dimostrato che «c’è voglia di consumare e, nonostante tutto, di muoversi e viaggiare, di stare insieme. Siamo stati molto spaventati e quello era il momento di rimettersi alla pari». Ma, appunto, la faglia continua a esserci. Soprattutto, c’è ancora il virus e il rischio di una pandemia non è azzerato. «Finché non ci sarà una soluzione, una cura, la faglia continuerà ad allargarsi», con o senza nuovi lockdown. Anzi, sarà interessante come ci comporteremmo di fronte a un secondo. «Un esempio lo abbiamo già: è Israele». Sarà presto un oggetto di studio. Insieme alle città svuotate e alla nuova vita a metà tra internet e passeggiate a distanza.

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