Melting pot universalePerdersi per ritrovarsi in “800” di Mercan Dede, fra danze sufi, beat elettronici, tradizione e spiritualità

Il disco è un piccolo capolavoro, nella larga scia di coloro che hanno intrapreso la stessa sintesi, da Peter Gabriel a Brian Eno, da David Byrne a Damon Albarn. Read&Listen

Arkin Ilicali ha cinque anni quando ascolta un suono dalla radio che lo lascia affascinato, totalmente, come può esserlo un bambino. «È un ney» gli dice la madre, quel flauto di apparentemente semplice artigianeria, una canna di bambù con sei fori. Da quel momento, la sua vita è segnata. Quando arriva all’Università, a Istanbul, lasciando dietro la sua nativa Bursa senza una lira in tasca, vede nella vetrina di un negozio di strumenti un ney.

Strappa un foglio di giornale, lo appoggia al vetro e ci segna sopra le misure, la lunghezza, il posto esatto dei fori. Va da un ferramenta, e compra una tubo di plastica: «non era perfetto, ovviamente, e il suono era diverso, ma per me era l’inizio. Quando il secondo giorno riuscii a tirarne fuori un suono, ero felice». Poi, gli dicono che c’è un certo Omar, nel bazaar di Istanbul, che glielo può trovare a un buon prezzo. Dopo giorni e giorni (mai stati al mercato di Istanbul?) lo trova, ma l’anziano gli dice che non ne ha, forse un giorno.

Ripassa, e poi ripassa ancora. Un anno e mezzo dopo, il ney gli viene consegnato «con la ritualità della katana in Kill Bill». Arkin gli dà una busta. «Cos’è questa?». «So che non è abbastanza, ma sono i soldi che ho risparmiato fin dal primo giorno che sono venuto per pagare il ney». Il vecchio scuote la testa: «Molta gente lo compra e poi lo mette via. La tua passione è diversa. Il ney che ti do è gratis, questo non è un oggetto che si vende. Si tramanda fra le persone a cui è destinato».

Il ney è lo strumento con il quale Arkin, che ha scelto il nome d’arte Mercan Dede da un personaggio di un romanzo (dede vuol dire “nonno”), intraprende un viaggio nella musica che nel giro di qualche anno lo porterà ad essere uno degli artisti di world music più rispettati e premiati e a collaborare con altri grandi artisti: a volte come musicista, altre volte come autore-progettista, altre ancora come remixatore. “Sufi Dreams”, 1998, «era la realizzazione di un sogno, per questo si chiama così».

Lo pubblica una piccola etichetta, ma viene notato, cominciano gli inviti e cresce l’autostima. Nel frattempo, seguendo il suo amore per la fotografia e la pittura, si è trasferito con una borsa di studio all’Università a Montreal, dove ancora vive facendo un frequente avanti-indietro con la Turchia. Per finanziarsi comincia a fare il dj (come Allan Arkin ha pubblicato diversi cd) e a fare dischi in cui il ney rimane il fulcro: “Journeys Of A Dervish”, “Seyahatname”, poi “Nar” (Fuoco), 2002, il primo album di un progetto sui 4 elementi, e anche il segnale di un cambiamento di rotta.

La ricerca fra tradizione e sound contemporanei, con un fil rouge che è la spiritualità, si apre a 360°. I due album successivi, altri due tasselli degli elementi, “Su” (Aqua) e “Nefes” (Breath, respiro, aria) sono due lavori magnifici. Entrambi al primo posto della classifica di World Music per mesi. I suoi due presìdi, le percussioni e il flauto, a questo punto sono solo il punto di partenza: l’elettronica, conosciuta prima da dj e poi da musicista – un po’ alla Eno, fantasia oltre i limiti tecnici – entrano con naturalezza in queste melodie mediorientali, danno loro una nuova dimensione.

Manca un elemento alla tetralogia, la Terra. Mercan, che nel frattempo ha lavorato in teatro con Pina Bausch e ha vissuto anche serate grandiose come quella di “East Meets the West” dell’International Montreal Jazz Festival, di fronte a 170.000 persone, dopo 4-5 canzoni si rende conto che la musica vale, ma che c’è qualcosa che non va. Non è connesso, alla Terra, lo spirito va altrove.

Un giorno, alla radio sente una notizia: «Le Nazioni Unite, in occasione degli 800 anni dalla sua nascita, dichiarano il 2007 l’anno di Mavlana Rumi, per la sua “promozione della pace, delle relazioni east-west, e per il suo essere musulmano”. L’ONU, capisci? Un musulmano per la pace! Era un segno. Quello che stavo scrivendo è diventato il mio regalo di compleanno alla persona che più mi aveva ispirato spiritualmente».

Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī è stato un rivoluzionario, per la sua epoca, il 1200 persiano. Uno dei padri del sufismo, la dimensione mistica dell’Islam, che peraltro ogni Paese ha plasmato in filoni diversi, più o meno teocratici, è il poeta più letto del mondo islamico. Questa famosa strofa del suo poema “Masnavi” rivela la sua visione dell’evoluzione umana:

«Sono morto nello stato minerale e sono diventato una pianta
Sono morto nello stato vegetale e diventato animale
Sono morto nello stato animale e diventato uomo.
Cosa dovrei temere? Morendo non mi sono mai sminuito.
Al prossimo cambio morirò nella mia dimensione umana,
Così che possa alzare la mia testa e le mie ali con gli angeli
E poi salire ancor più degli angeli.
Tutto perisce tranne il Suo volto,
Ancora una volta sacrificherò lo stato dell’angelo,
Diventerò quello che sfugge all’immaginazione,
E allora diventerò non-esistente, che come un organo mi dice In verità, è da Lui il nostro ritorno».

Fin da giovane Mercan ha seguito, e approfondito poi man mano nella vita, gli insegnamenti di questo maestro spirituale: «Rumi diceva che tutte le domande, e tutte le risposte, sono dentro di noi. Che bisogna conoscere sé stessi, mettersi su un cammino di consapevolezza». Sulla sua dargah, mausoleo, c’è una iscrizione:

«Vieni, vieni; chiunque tu sia, vieni.
Sei un pagano, un idolatra, un ateo? Vieni!
La nostra casa non è un luogo di disperazione,
e anche se hai tradito cento volte una promessa… vieni».

«Ritorna, e sarai accolto. Diceva cose che ancora adesso fanno fatica ad essere accettate. La religione si identifica con le scritture, e interpreta Dio alla lettera. La spiritualità è una roadmap, la vera esistenza è in evoluzione, nulla è fermo. Come le gonne che ruotano dei danzatori sufi».

Il rituale della danza sufi – teorizzato per primo da Rumi – è un simbolico abbandonare il proprio ego, quando all’inizio si spogliano del manto nero e lentamente cominciano a girare. Ruotano, come gli atomi e l’Universo tutto, nel piccolo e nel grande. L’uomo è a metà fra la terra e il cielo, e loro danzano tenendo una mano verso la terra e una in alto verso il cielo. Trasformano l’energia. Si connettono e girano con la creazione, entrando in una trance mistica.

Nel mio primo incontro con Mercan, nel 2011, i danzatori sufi erano sul palco della Cavea dell’Auditorium, e lui era là dietro, in mezzo a tastiere e percussioni assortite, ad aggiungere i suoi beat digitali al Taranta Project di Ludovico Einaudi (mastro concertatore del Festival pugliese dell’anno precedente): uno straordinario mix di viscerale sentimento ancestrale, del lirismo pianistico di Einaudi e dei beat elettronici di Mercan. Oltre ai danzatori, sufi e di pizzica, naturalmente.

Tutti i suoi cd li avevo comprati pochi mesi prima in un viaggio a Istanbul, “turismo musicale” che ogni tanto vale la pena fare. Ero entrato, avevo sentito, avevo chiesto, avevo portato a casa. Compreso quell’”800”, nominato miglior disco di world music al WOMEX del 2008, che mi era sembrato un disco extra-ordinario, a partire dalla copertina, rielaborazione di una foto fatta da una bambina quando, per la prima volta e in mezzo a critiche feroci degli ortodossi, aveva portato sul palco una danzatrice sufi.

Mai successo: «Ma Rumi diceva che non ci sono differenze fra le persone, e allora perché non una donna a danzare?». Mi ero innamorato di questo mix di mondi – perché Mercan nel frattempo aveva introdotto altri elementi – mediterranei, indiani, iranici, balcanici, dub, nativi australiani, europei – e del gusto raffinato con cui rivestiva e abbelliva queste musiche, in parte meditative, in parte uplifting.

Per uno che ama la contaminazione, l’idea di melting pot universale, il passato e la tradizione coniugate con l’assoluta modernità digitale, era un sogno. Un piccolo capolavoro, nella larga scia di coloro che hanno intrapreso la stessa sintesi, da Peter Gabriel a Eno, da David Byrne a Damon Albarn. Ci sono decine di dischi di queste tipo-remix dance e chill out di musiche etniche-in-elettronica, ma questo era un disco con un’anima, un pensiero, una intenzione che lo elevava.

Con un occhio alla spiritualità, ma anche a quello che succedeva intorno nel nuovo secolo: «Le storie di ieri lasciatele indietro. Raccontiamo una nuova storia, oggi», diceva Rumi. “800” si apre con un suono elettronico dronico leggero, come un fondale sul quale dipingere: una voce femminile sussurrata, una chitarra acustica, “echi di danze sufi”, diceva Mastro Franco.

Si fluttua nell’aria, un trombone su nota bassissima gira tutt’intorno finché le percussioni cominciano a indirizzarsi e tutto comincia a muoversi, ed entra la voce del più famoso rapper turco, Ceza: ma qui non è “politico” – come al suo solito quando parla di diritti civili, di omofobìa, in difesa dei curdi – è spirituale, quasi mistico, nel suo sentirsi piccolo e parte di una creazione molto più grande, che si apre ai cuori gentili:

«Sono un servitore solitario in questo mondo intero
Se non ci fosse amore, la luce del giorno non verrebbe a lavorare
L’amore è venuto, è diventato il mio sangue nelle vene…
… La terra che vedo è così grande, ciò che non vedo è enorme
Quando anche questa anima che respira è indifesa
Il mio desiderio è grande, la mia strada è lunga e io sono una formica…»

Le fusion di luoghi e atmosfere sono continue, in “Mercanistan” che parte subito veloce ci sono archi arabeggianti e tabla indiane, un arrangiamento di trombone che richiama una band da matrimonio zingaro, o le commedie balcaniche di Emil Kusturica, e si chiude 7’ dopo con un assolo finale di baglana elettrica che suona uguale a dei pezzi strumentali di chitarra thailandesi.

In “Book Of Winds” ci sono i richiami mattutini dei minareti e l’erhu, strumento cinese a due corde dal lunghissimo manico, in sottofondo c’è la voce di una ragazza canadese che parla della sua prima esperienza a Istanbul, un violino entra ed esce dal mix raddoppiato da un synth mentre beat elettronici danno il tempo, ed altri beat galleggiano come bollicine sulla superficie. “The Sun Rises in the East” si apre, pigro e trafficato come un’alba orientale, con suono che assomiglia a quello di un clavicembalo, ma è un santur persiano, su cui poi entra un hurdy gurdy, un organetto.

Yildiz Tilbe, una delle cantanti pop turche più conosciute, dà la voce a “Captive”: ha una voce emotiva e una personalità forte, ribelle, arrestata per possesso di marijuana e sempre in contrasto con le regole, pronta a cacciarsi nei guai nonostante la sua dimensione di grande popolarità commerciale. Una wild card, la definisce Mercan, un tentativo di quelli che possono fallire o vincere.

All’inizio rifiuta l’invito, pensando che Mercan “Dede” fosse, appunto, un nonno, un anziano. «Ma che musica dovrei cantare?!». Ascoltato il brano e capito che era tutt’altro, ha messo una condizione: «O lo facciamo oggi o non avrò più tempo», e un’ora dopo entra nel piccolo studio casalingo di Mercan. Si mette a scrivere un testo, e lo canta di getto: «Caldo dal sole, nudo dall’acqua/ come le ali di un gabbiano/prigioniero».

Quando Mercan le chiede perché un gabbiano sia prigioniero, gli risponde con un’inversione di prospettiva «è prigioniero delle sue stesse ali». Fa un primo take, e quando si tratta di fare la registrazione buona dice: «Ma l’ho già fatta!», e aggiunge: «Vogliamo tutti le stesse cose/pace amore ed essere amati/in una musica dal vivo/ non pre-registrata, la vita va vissuta al momento, se la facessi di nuovo non sarebbe più la stessa».

L’ultimo brano di questa avventura sonora è “Where Are You?”: «Ho ricevuto per molti anni le poesie di una persona che non ho mai conosciuto. Mi diceva: «Se vuoi usale», ma erano bizzarre, spirituali e allo stesso tempo punk, e non si confacevano alla musica. Poi, mi ha mandato questa, ed era giusta. Gli ho chiesto di venire a registrarla, ma lui mi ha detto: «Sono vecchio, vivo in cima a una montagna. Ti manderò mio figlio. Ma è la tua voce, quella che voglio». Alla fine è venuto, e la sua voce così cavernosa, in questo brano meditativo, ci sta benissimo».

In mezzo a questi brani ce ne sono altri solo strumentali (dagli strani titoli, “Cotton Princess and Seven Midgets versus Ali Baba and the 40 Eskimos”, “Messenger From Mistery”, “Lullaby For a Sweet, Chubby, Lonely Mermaid”), che fanno da ponte, ognuno con le sue atmosfere fra il contemplativo e l’onirico in cui si incrociano, come su una antica via della Seta, viaggiatori suoni strumenti e culture diverse. Mercan è un eccezionale maestro musicale – inventore e organizzatore insieme – che fonde stili e rompe barriere, unisce mondi lontani e con sapienza e gusto non comune riesce a creare la colonna sonora di un viaggio multi-dimensionale. Esteriore e interiore insieme.

Un viaggio che, come il disco, si può vivere in superficie, ma anche come spunto per scendere giù, in profondità. Del resto, questa è musica di bellezza profonda, che seduce e porta altrove, in luoghi inesplorati. Musica che nasce dal cuore e ha dentro di sé una calma profonda, devozionale, ma che – pur nella sua apparente circolare tranquillità – è in continuo movimento, trasformazione. Aldilà dei singoli brani, è un suono nel quale immergersi, farsi portare e perdersi. Per ritrovarsi diversi. Perché, anche quando tutto sembra fermo, l’evoluzione continua.

36. Continua. Qui le altre puntate.

 

 

 

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