Redding canta il soulOtis blue è l’album emblema della black music americana

Il più grande cantante di musica soul, con un lato più graffiante e aggressivo perfino di Sam Cooke, ha una voce sofferta e tormentata, come se l’ansia e il dolore fossero l’ingrediente principale. Read&Listen

Otis Redding è probabilmente il più grande cantante di soul music mai apparso sulla scena, e la sua intensità, la sua passione e il trasporto dei suoi spettacoli rimangono un picco insorpassato nella black music americana. È l’impersonificazione maschile del “deep soul” del Sud, con tutto il suo carico emotivo, la sua visceralità, e in generale quel clima passionale che è testimoniato da centinaia di incisioni, più o meno famose, sparse per le varie etichette, a volte minuscole, a volte “nazionali”. È quella zona del Paese dove negli anni ’60 vive ancora uno spirito confederato, la segregazione razziale è ancora ben presente, e la musica affonda le sue radici nel blues del Delta e nel rythm’n’blues degli Stati meridionali. Alla fine il “soul profondo” è solo un’etichetta, ma rende bene il significato e la potenza. Se cercate “cose vere”, deep soul è una bella indicazione lungo la strada.

Negli anni ’60 americani, le due polarità della black music sono Detroit e Memphis: la prima è sede della Tamla Motown, la Casa costruita dall’afroamericano Bill Gordy che rappresenta – soprattutto all’inizio, prima che Stevie Wonder e Marvin Gaye spicchino il volo verso una musica molto più eclettica e personale – uno stile più patinato, destinato ad andare verso il pop, di cui può rappresentare la “versione nera” del periodo.

A Memphis, nel profondo Sud del Tennessee, invece c’è la Stax (la sintesi del nome dei due fondatori e proprietari, Jim Stewart e la sorella Estelle Axton), curiosamente di pelle bianca, anche se evidentemente di sensibilità “aperta”, nata in teoria come etichetta country, ma non è questo il suo destino. Qui il clima dentro e fuori delle sale d’incisione è totalmente diverso: intanto la musica è più ruvida, archi e abbellimenti vari totalmente sconosciuti; al contrario le sezioni fiati sono predominanti, è musica da party o sentimentale, ma di sentimenti forti, vissuti intensamente.

E, non ultimo, è musica che deriva direttamente dalle Chiese dove fin da ragazzini i bambini – spesso figli di un Pastore, di un Vicario, o nel caso di Otis di un predicatore occasionale – crescono all’interno della Congregazione, a pane e gospel. Come tutti, ripeto, tutti i soul e r’n’b singers degli anni 60, quello è l’elemento caratterizzante anche di Otis, nato in Georgia nel 1941, quarto di sei, una inclinazione fin da bimbo per gli strumenti (alla fine suonerà piano, chitarra, batteria).

Infanzia e gioventù fra coro della Chiesa, qualche apparizione alla radio e una partnership con un bravo chitarrista, Jimmy Jenkins, che lo porta a vincer 15 volte di fila (!) il talent locale “The Teenage Party”. È lì che incontra la moglie Zenda, entrambi ancora teenagers, si sposa e mette al mondo la prima di tre bambini. Poi arrivano degli ingaggi per dei tour fuori città, nel Chitlin Circuit, un circuito di sale esclusivamente per afro-americani, visto che i loro spettacoli sono “non presentabili” per una audience bianca.

Il colpo di fortuna arriva quando Jenkins va a un provino per Phil Walden (che sarà un giorno il patron della Capricorn per cui, dagli Allman in poi, incideranno tutte le band di “southern rock”). Il rappresentante locale della Atlantic (l’etichetta che distribuirà molta della musica prodotta fra Memphis e i rivali Muscle Shoals, Alabama) d’accordo con Walden convoca Jenkins negli studi della Stax. Otis, che raddoppia lo stipendio come autista di Jenkins, arriva anche lui, e aspetta in macchina. La sessione di Jenkins finisce senza aver destato grande interesse, e qualcuno menziona quel ragazzone, che un paio di singoli indipendenti li ha già pubblicati, e che ha chiesto più volte di poter avere la sua chance.

Otis canta due brani: il primo è troppo simile alla vocalità di Little Richard, in quel periodo il suo massimo punto di riferimento, ma il secondo è un’altra storia. È una ballata, scritta da Redding stesso, sofferta e travagliata, una storia d’amore che brucia lenta e senza sosta, e si chiama “These Arms of Mine”. Jim Stewart è colpito, questo ragazzo ha una maturità di interpretazione, ma anche di scrittura, molto più adulta dei suoi ventun anni. Stewart dirà: «lì dentro c’ha riversato tutta la sua anima». Esce come singolo alla fine del ’62, rimarrà per anni il suo best seller, 800.000 copie.

La carriera è decollata. Vola a NYC, al prestigioso Apollo Theatre a Harlem, per scoprire che il suo ingaggio (non male, 400$ a notte per uno che ne guadagnava poche decine) basta appena a pagare gli spartiti per la house band diretta da King Curtis, alla fine il headliner Ben E. King vede le difficoltà dell’esordiente e gliene dà cento lui. Il suo primo soprannome, considerando che canta generalmente brani lenti e sofferti, è Mister Pitiful e lui ci scrive una canzone. Arrivano il primo, il secondo Lp. Ma è il terzo che finalmente può essere definito un classico, e porta in scena tutte le sue capacità, di autore e di interprete.

“Otis Blue/Otis Redding Sings Soul” esce nel settembre 1965, e insieme al successivo “Dictionary Of Soul” (che contiene il suo supersuperclassico, “Try a Little Tenderness”) rappresenta il meglio dell’Otis in studio. È un album completo, che mostra al mondo le sue radici, i suoi modelli, e fa anche intendere in che direzione sta crescendo, dove vuole andare. Passata la sbornia-Little Richard, il suo modello è Sam Cooke, colui che ha “inventato” il soul, e che dopo una carriera breve e luminosissima è stato ucciso l’anno prima in un Motel a Los Angeles. In verità, se li si confronta (soprattutto dal vivo, dove lo stile non ha filtri né il lavoro di produzione, e viene fuori per quello che è) Redding è un po’ il lato più graffiante, più rauco, più aggressivo di Cooke, le parole più masticate, a volte scandite a volte sputate fuori in fretta.

E anche nei lenti, dove la voce di Cooke era liscia, melodiosa, quella di Otis è più sofferta, tormentata, come se l’ansia e il dolore fossero l’ingrediente principale. Basta confrontare le due versioni di quel classico, diventato l’inno del Movimento per la lotta per i diritti civili, “A Change Is Gonna Come”: la versione di Cooke è sofferta ma morbida, evocativa, e dato che è un disco postumo gli è stato costruito un arrangiamento d’archi che la rende “universale”, accettabile anche ai bianchi.

La versione di Otis è un melodramma, è come se implorasse per la sua vita, come se si contorcesse e soffrisse fisicamente per le migliaia di suoi fratelli insultati, picchiati, uccisi. Di Cooke riprende anche “Wonderful World” e “Shake”, pezzo fantastico dal vivo, travolgente, perfetto per quello scat singing –sillabe e suoni gutturali in libertà – che sarà la cifra di Otis in concerto soprattutto quando streccia i brani, li tira per il collo, ci improvvisa sopra ad libitum, a volte per molti minuti. È questo il trattamento che riserverà dal vivo a “Satisfaction”, brano scritto da Keith Richards svegliandosi una notte, e finito proprio con Otis in mente, tanto che alla fine è davvero difficile dire se è Otis che canta gli Stones o piuttosto un originale di Redding riarrangiato beat/rock da Jagger-Richards.

Stessa cosa per “Respect”, che Otis scrive e interpreta, ma che diventerà più famosa – uno dei 10 black classics degli anni ’60 – attraverso la voce sontuosa e inarrivabile di Aretha Franklin, che lo virerà in un inno proto-femminista, R-E-S-P-E-C-T. Fra le undici canzoni dell’album c’è anche la “My Girl” portata al successo dai Temptations e “Rock Me Baby”, un classico del blues, un traditional la cui genesi si perde nei decenni, per esser poi cristallizzato e firmato nel ’64 da BB King: scandito e sottolineato dalla chitarra di quello che sarà il suo principale co-autore negli anni a venire, Steve Cropper, uno dei due bianchi nel quartetto della house band Stax per eccellenza, Booker T & the MG’s, è Otis in un territorio relativamente poco frequentato.

Rimangono i tre brani firmati Redding, uno dei quali è una ballata di quelle che potrebbero sciogliere un cubetto di ghiaccio in pieno inverno, guarire un cuore ferito, avvolgere anche la più insensibile delle donne: scritta con Jerry Butler degli Impressions, I’ve Been Loving You Too Long (e, come recita il sottotitolo, “I don’t wanna stop now”), un’invocazione così sincera, profonda, senza difese che diventa quasi dolorosa anche per te che la senti 50 anni dopo, in un altro continente, nessun dramma sentimentale in atto:

«…La mia vita con te è stata meravigliosa,
Ma tu sei stanca, vuoi essere libera, e il nostro amore si sta freddando
Il mio amore sta diventando sempre più forte mentre la nostra relazione invecchia
Ti ho amato per troppo tempo, e non voglio fermarmi adesso…».

Non le fanno più così (penso anche a “Try A Little Tenderness”), e non le cantano neanche più, così… Due anni dopo, come il suo idolo, la morte andrà a prendersi Otis sul fondo di un lago ghiacciato nel Wisconsin dove è precipitato con l’aereo privato che aveva comprato per poter tener fede a tutti i suoi impegni.

Perché quell’estate 1967, l’estate dell’amore e del flower power, Otis – in buona compagnia, da Jimi a Janis agli Who – era stato la sensazione al Festival di Monterey, aveva accarezzato, fatto l’amore con quella che lui aveva battezzato “Qthe love crowd”, qualche migliaio di bianchi della West Coast che improvvisamente avevano scoperto quanto potesse essere eccitante, emotiva, irrefrenabile la musica nera. Forse anche più travolgente del rock.

Era stato invitato per le pressioni di Jerry Wexler, il capo della Atlantic (che distribuiva la Atco e la Stax, le etichette che pubblicavano i dischi di Otis), e ne era uscito come trionfatore. Gli si era aperto un mercato, ma la vicinanza ai rockers gli aveva anche aperto la mente, la moglie dice che ogni volta che tornava a casa dai suoi lunghi tour con le Soul Revues della Stax, quei pacchetti arrivati fino in Nord-Europa (e che si trovano in dvd), metteva su “Sgt. Pepper’s”, e non lo levava più.

Nessuno sa cosa avrebbe potuto fare, in che direzione andare, Otis Redding, a soli 26 anni uno spirito che guardava sempre avanti. Forse un indizio ce lo ha lasciato con “Sittin’On The Dock Of The Bay”, inciso la notte prima di morire, e che sarà il suo unico no.1 nelle classifiche pop di tutto il mondo. Una canzone avversata da molti dirigenti della Stax, persino in famiglia da Zelma, perché troppo lontana dallo stile per cui era conosciuto: un brano quasi folk, cantautorale, con un fischiettìo per scivolare via in mezzo ai suoni dei gabbiani e delle onde della baia di San Francisco.

Non lo sapremo mai, ma quello che è rimasto è la Storia. Se volete sentire l’Otis live, vi consiglio “In Person at the Whisky A Go-Go”, 1968, la cronaca del suo ingaggio nel famoso locale di Hollywood nel 1966, quando il crossover era cominciato. E per chi vuol esagerare, è uscito nel 2010 anche un doppio con tre set completi. Il primo dura meno ma ha tutto quello che serve, il secondo fotografa meglio cos’era un set di Otis (ce ne sono tre, abbastanza simili) dall’inizio alla fine.

37. Continua. Qui le altre puntate.

 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta