In cerca di pieni poteriL’attacco concentrico del populismo mondiale contro la democrazia

Come spiega il direttore di Repubblica Maurizio Molinari in “Atlante del mondo che cambia” (Rizzoli) una serie di movimenti con radice identitaria mira a sovvertire le regole finora accettate del vivere comune. Questa contrapposizione sta lacerando la nostra società

John MACDOUGALL / AFP

Ad oltre quattro anni dal referendum su Brexit che ha inaugurato la stagione del populismo in Occidente è possibile affermare che nelle democrazie parlamentari lo Stato di diritto è sotto attacco.

Per Stato di diritto si intendono qui le regole fondamentali che hanno distinto le democrazie dalle dittature durante le due grandi sfide del Novecento contro il nazifascismo e il comunismo sovietico ovvero la divisione fra i poteri, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini, le garanzie del welfare per i più deboli.

A colpire lo Stato di diritto sono gli opposti estremismi che nascono da ciò che resta delle severe sconfitte subite dalle ideologie di destra e sinistra nel secolo scorso.

L’estremismo di destra si nutre di una riscoperta delle radici etnico-nazionali che fa leva sull’identità tribale di singole comunità per indicare come avversari gli estranei: i migranti, i Rom e più in generale gli stranieri. È un’area ideologica assai vasta che va, con gradi e intensità diverse, dai gruppi neonazisti tedeschi e slovacchi ai suprematisti bianchi anglosassoni, fino agli ultranazionalisti fiamminghi, ai lepenisti francesi e ai sovranisti polacchi, italiani, austriaci e ungheresi. È una galassia di estremismo sovranista assai eterogeneo nel cui seno si annidano anche gruppi che promuovono l’odio contro gli ebrei, i musulmani, i gay, le donne, i disabili e chiunque sia un “diverso”.

Al momento partiti e movimenti di estrema destra godono di un consenso solido in più Paesi dalla Francia all’Italia, dalla Polonia all’Ungheria e producono un effetto uguale e contrario, ovvero un estremismo di sinistra altrettanto pericoloso. In Gran Bretagna trova ospitalità nel Labour Party che ha avuto per leader Jeremy Corbin, incarnando la simbiosi fra antisionismo e antisemitismo, mentre negli Stati Uniti trova espressione in candidati democratici alla presidenza come la californiana Kamala Harris che non esita a giocare in TV la carta della propria identità afroamericana per accusare Joe Biden per otto anni vicepresidente di Barack Obama di aver tollerato in passato esponenti segregazionisti.

Sul continente europeo tale estremismo di sinistra ha più volti: dai silenzi svedesi sulle violenze commesse dagli estremisti islamici a Malmö, al sostegno aprioristico, dalla Germania all’Italia, per quelle ONG che fiancheggiano di fatto i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Per non parlare del fanatismo del “politically correct”: bagni per bambini “transgender” nelle scuole pubbliche hanno spinto un numero significativo di americani a votare per Donald Trump nel 2016 e di brasiliani a scegliere Bolsonaro nel 2018.

È la contrapposizione crescente fra estremismo di destra e di sinistra, fra sovranismo e populismo, a contenere la minaccia più seria per lo Stato di diritto. E questo per quattro motivi.

Primo: in comune hanno il disprezzo per l’avversario che puntano a delegittimare in ogni modo a cominciare dall’uso dei social network generando narrative basate sul conflitto anziché sulle proposte. Secondo: si tratta di forme di intolleranza verso il prossimo che si alimentano l’un l’altra, spingendo un crescente numero di elettori moderati a schierarsi su uno dei due fronti. Terzo: pongono le basi per una sfida frontale fra estrema destra anti-migranti ed estremismo islamico, con posizioni spesso condivise da alcuni gruppi di estrema sinistra. Quarto: distraggono risorse, umane ed economiche, dalle sfide strategiche che incombono sugli Stati nazionali dalla lotta alle diseguaglianze allo sviluppo delle nuove tecnologie ponendo le basi per un impoverimento collettivo destinato a generare niente altro che ulteriore intolleranza.

Da qui l’interrogativo su come le democrazie possano riuscire a liberarsi dalla trappola degli opposti estremismi. La risposta non può che partire dalla responsabilità dei cittadini: la risorsa più importante di una democrazia sono i valori dei propri abitanti.

Voltare la testa dall’altra parte quando un leader politico di qualsiasi grado e colore insulta un qualsiasi individuo per la sua diversità di fede, pensiero, origine o genere significa diventare ingranaggio della macchina dell’intolleranza che costituisce la più grave minaccia alla libertà personale.

E poi ci sono le responsabilità di Stati, governi e partiti: in Europa come in Nord America sono chiamati a dare risposte urgenti ed efficaci su diseguaglianze economiche e integrazione dei migranti. Più tarderanno, più la protesta del ceto medio continuerà ad espandersi alimentando il vortice degli estremisti.

Austria, Ungheria, Polonia e Italia sono i quattro Paesi europei a cui guardare per meglio comprendere “i sovranisti”. Esprimono nuovi nazionalismi in Stati un tempo costole dell’ex Impero austroungarico che quando si dissolse fece svanire un radicato modello di coesistenza inter-etnica generando al suo posto un domino di estremismi da cui sono scaturite le peggiori catastrofi delle ultime generazioni: fascismo, nazismo, comunismo e ora pure il sovranismo. La rinascita del nazionalismo è un frutto tardivo del crollo del Muro di Berlino.

Nel 1989 i popoli dell’Est sotto il giogo del comunismo gioirono del crollo dell’Urss e si lanciarono in un abbraccio con l’Occidente che è però rimasto deluso per via del “relativismo etico” di cui si è dimostrato portatore.

E la reazione è stata, come spiega il polemista pro-Visegrád, Almassy Ferenc, “la voglia di riscoprire le proprie radici di cui Viktor Orbán è l’espressione in Ungheria”. La nostalgia dell’Impero asburgico che si trova nelle strade di Budapest rispecchia il personaggio di Mattia Corvino, umanista e mecenate magiaro della seconda metà del XV secolo, ricordato come il più grande sovrano della nazione perché in grado di esprimere un potere capace di far coesistere le identità di austriaci e ungheresi, polacchi e italiani.

Il richiamo a questo passato “identitario” è tanto più forte quanto coincide con il rifiuto dell’Occidente anglosassone uscito vincitore dalla sfida con il nazifascismo e il comunismo sovietico nel Novecento.

La globalizzazione dunque appare come il volto di un Occidente che tende a dominare il prossimo cancellando le differenze di identità fra popoli antichi e ciò porta gli ungheresi a sentirsi più vicini alla Turchia di Erdoğan, alla Russia di Putin e alla Cina di Xi che non a Washington, Londra o Parigi.

Di conseguenza i Paesi ex tasselli dell’Impero si ritrovano attorno a leader forti, che accentrano il potere sulla loro persona, frutto dell’esaltazione del nazionalismo: Orbán in Ungheria o Salvini in Italia, Kaczyinski in Polonia o il FPO austriaco sono assai più simili a Putin, Xi e Duterte nelle Filippine che non a leader espressione della cultura europea e atlantica degli ultimi 70 anni. Perché ciò che li accomuna è la difesa del popolo tramite il rafforzamento della nazione contro un mondo esterno che si presume ostile.

Ironia della sorte vuole che dei quattro pilastri che reggevano nell’Ottocento l’Impero austro-ungarico la Chiesa cattolica, l’esercito, la socialdemocrazia e la borghesia ebraica oggi resta ben poco. Ma tutto ciò è secondario perché a prevalere è la voglia di poteri forti e stabilità per ragioni che hanno a che vedere con la storia delle quattro nazioni sovraniste nell’Europa del 2019: l’Italia non ne può più di instabilità dei governi, la Polonia e l’Ungheria vorrebbero tornare allo Stato “che tutela” e l’Austria, congelata durante la Guerra Fredda, sente oggi di essere la più minacciata dagli sconvolgimenti in atto. I sovranisti magiari, polacchi, austriaci e anche italiani parlano a un ceto medio che patisce le sofferenze imposte dalla “cultura liberale anglosassone” ovvero relativismo culturale, ateismo, diseguaglianze economiche, impoverimento.

Ciò a cui più i sovranisti guardano è una “stabilità sociale” delle proprie antiche nazioni ovvero la volontà di sfuggire ad una globalizzazione delle persone e delle idee giudicata solo un metodo per esportare confusione e instabilità.

Ecco perché Matthias Strolz, il leader del partito austriaco Neos entrato in Parlamento nel 2013, definisce come obiettivo “un’economia sostenibile basata sul modello civile europeo”. In Italia è l’ex presidente eurofobo della Commissione bilancio Claudio Borghi a ribadire il bisogno di un “impegno coordinato per uscire dall’area euro” e al tempo stesso creare “un movimento paneuropeo per il cambiamento”.

La nostalgia di Ungheria, Polonia, Italia e Austria per la “stabilità sociale” è un fenomeno assai simile a quelli che garantiscono potere e popolarità a Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia e Xi in Cina.

Ma tutto ciò ha in sé i germi dell’“illiberalismo” perché tende a cancellare il mondo multietnico e multiculturale nel quale siamo immersi e che, a ben vedere, ha comunque retto alle ultimi elezioni europee di giugno 2019 “perché le istituzioni europee restano salde e la maggioranza degli europei comunque non vuole rinunciarvi”.

Il momento in cui il populismo-sovranismo deve affrontare gli elettori arriva con le elezioni del Parlamento europeo nel giugno 2019. Una miriade di sigle che riflettono populismo e sovranismo si presentano al giudizio del corpo elettorale nella convinzione di poter cogliere risultati importanti ai danni dei partiti tradizionali.

Per la prima volta possono ambire a diventare protagonisti dell’Emiciclo di Strasburgo. Quando però si chiudono i seggi e fanno i conti ci si accorge che i risultati disegnano una realtà ben diversa: fra i 751 eurodeputati la maggioranza relativa 179 vanno ai popolari che si impongono in Germania, Grecia, Irlanda e Paesi Baltici, mentre al secondo posto 153 deputati ci sono gli eurosocialisti che colgono vittorie importanti in Olanda, Svezia, Spagna e Portogallo. Al terzo posto la sorpresa dell’Alde, l’Alleanza liberal democratica, che raccoglie 106 eletti, vince in Repubblica Ceca, Slovacchia e Danimarca e include anche gli eletti di En Marche, di Emmanuel Macron, secondo partito francese. L’altra sorpresa sono i verdi, con 74 eurodeputati, mentre l’Europa “Nazioni della libertà” i sovranisti conquista la Francia, con Marine Le Pen, e l’Italia, con Matteo Salvini, somma 58 eurodeputati ovvero 6 in meno dei 64 dei conservatori, che includono i partiti al governo in Polonia e Belgio. Ultimi, ma non per importanza, i 38 della nuova sinistra europea e i 14 del Movimento Cinque Stelle che non aderiscono ad altri gruppi.  A conti fatti dunque non c’è stata un’ondata populista-sovranista che copre il Continente, bensì un mosaico di risultati che assegna alle forze della protesta un’identità ben visibile.

In Italia l’implosione del Movimento Cinque Stelle, la crescita di una Lega più a destra e il fenomeno delle “sardine”, benché passeggero, descrivono le evoluzioni dell’onda della protesta innescata dalle elezioni spartiacque del 4 marzo 2018.

Quel voto resta la genesi dell’attuale fluidità della politica nazionale perché gli elettori espressero la protesta del ceto medio contro diseguaglianze economiche, corruzione e gestione del fenomeno migranti generando l’attuale Parlamento dove le forze populiste M5S e Lega restano in maggioranza. Come non avviene in alcun altro Paese dell’Europa Occidentale. Ma tali forze, prima alleate nel governo Conte I e adesso rivali nel governo Conte II, si sono radicalmente modificate, prendendo strade opposte.

I Cinque Stelle, espressione della protesta contro corruzione e diseguaglianze soprattutto nel Centro-Sud, non sono riusciti ad ottenere risultati capaci di premiare i propri elettori: la gestione dei tavoli economici da parte di Luigi Di Maio nel Conte I non ha creato lavoro in maniera significativa, così come il reddito di cittadinanza non ha consentito di “sconfiggere la povertà”, mentre la perdurante corruzione ha indebolito la credibilità originaria del Movimento.

Incapaci di proteggere i propri elettori dal disagio economico che continua ad aggredirli basti guardare ai casi ex-Ilva e Alitalia i Cinque Stelle hanno perso la forza propulsiva che li ha trasformati nel partito di maggioranza relativa. Al loro interno sono così emerse rivalità e debolezze che hanno portato al crollo di popolarità testimoniato dalle severe sconfitte subite alle elezioni europee e regionali svoltesi nell’ultimo anno.

Mentre la Lega di Matteo Salvini segue un percorso opposto in quanto le istanze della protesta che esprime anzitutto sui migranti ma anche sulla riduzione delle imposte, in grande parte nel Centro-Nord continuano a sentirsi rappresentate e a crescere nel Paese. Il motivo non è l’efficacia delle politiche condotte dalla Lega quando al potere, bensì il linguaggio molto determinato, se non aggressivo, del suo leader che trova ascolto e favori nelle fasce più disagiate della popolazione, spingendo a destra il baricentro del partito.

L’essere passato dal governo del Conte I all’opposizione del Conte II si sta rivelando un moltiplicatore di consensi per la Lega perché permette di raccogliere sostegno nelle frange più estreme della società, intercettando anche molti grillini scontenti.

Ciò che ne esce è il ritratto della trasformazione del populismo italiano: la sua anima grillina scende e quella leghista sale perché la lotta alle diseguaglianze non ha dato finora risultati concreti, mentre l’ostilità nei confronti dei migranti resta una carta tanto spregiudicata quanto vincente.

Ma non è tutto perché tale scenario, con il conseguente spostamento a destra dell’elettorato, ha generato per reazione il fenomeno delle “sardine” ovvero coloro che scendono in piazza per opporsi a Salvini e a tutto ciò che rappresenta. Il valore delle “sardine” non è solo nella spontaneità dei raduni e nella capacità di moltiplicarsi in più luoghi, quanto nel costituire una reazione non-partitica al populismo della Lega, ovvero al sovranismo italiano.

Insomma, sta nascendo dal ventre del Paese una contrapposizione fra proteste di identità molto differenti ma accomunate dalla capacità di riempire le piazze, mobilitare i singoli. Da un lato c’è il fronte sovranista a cui appartengono anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, protagonisti di un sensibile rafforzamento e dall’altra coloro che gli si oppongono anche se stentano a riconoscersi in particolari leader o sigle. La scelta del Pd di Nicola Zingaretti di guardare a sinistra punta a intercettare tale mobilitazione civile, dal basso, ma è ancora presto per affermare se riuscirà nell’intento.

A conti fatti, osserviamo un’Italia dove il disagio sociale resta profondo dagli anziani carenti di cure ai giovani che emigrano in cerca di lavoro, dal bisogno di infrastrutture a quello di innovazione mentre i suoi interpreti politici mutano rapidamente.

È questa l’origine di una fluidità capace di generare novità politiche a raffica, improvvise, mettendo a dura prova la tenuta delle istituzioni. E confermando così il bisogno collettivo di preservare nella Costituzione repubblicana valori e principi capaci di proteggere l’identità dello Stato Unitario.

Le democrazie industriali scoprono le conseguenze politiche delle diseguaglianze con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il successo del referendum su Brexit in Gran Bretagna, il risultato delle politiche in Italia nel marzo 2018 e la rivolta dei Gilet Gialli in Francia, ma nonostante tali e tanti sconvolgimenti manca ancora una risposta al disagio della classe media.

I dati raccolti dalle società di analisi sulla crescita del malessere delle famiglie sono inequivocabili: negli Stati Uniti oltre il 70 per cento dei nuclei con redditi medio bassi nel 2016 sono stati investiti, secondo un’indagine del “New York Times”, da problemi con la giustizia dagli sfratti alle cause per licenziamento così come in Italia oltre mezzo milione di persone sono in condizioni tali, attesta la Fondazione banco farmaceutico, da non potersi neanche permettere i medicinali più banali come un’aspirina o un antidolorifico.

Le difficoltà dei più disagiati non solo aumentano sul fronte economico ma hanno conseguenze tali, sulla giustizia come sulla sanità, da determinare situazioni di vera emergenza sociale.

Una dinamica che si sviluppa in maniera indipendente dalle situazioni di crescita economica è il caso degli Stati Uniti oppure aggrava le condizioni determinate da stagnazione o recessione, come in Italia. Da qui la legittima domanda se gli Stati nazionali oggi siano in grado, con le risorse di cui dispongono, di far fronte al ciclone delle diseguaglianze oppure se abbiano bisogno di coinvolgere altri attori.

Tre eventi lasciano intendere quale potrebbe essere la risposta. A Versailles, in occasione dell’incontro nel 2017 fra industriali italiani e francesi, più voci sottolineano l’impellenza di migliorare la formazione delle nuove generazioni per affrontare le rapide trasformazioni dell’economia. Poi a Milano, durante un seminario della Fondazione Segre, più top manager di aziende private indicano l’esigenza di coordinare gli sforzi con i governi nazionali per riqualificare gli scartati dal mercato del lavoro, sviluppare piani di recupero sociale per i disagiati e sfruttare al meglio l’impatto delle nuove tecnologie. E infine alla Business School CUOA, ad Altavilla Vicentina, imprenditori e accademici condividono un incontro-laboratorio incentrato sulla necessità di un nuovo patto sociale fra aziende e Stati nazionali per battere le diseguaglianze.

Il ciclone delle diseguaglianze, come vedremo nel dettaglio, sta investendo le nostre società. Il politologo americano Francis Fukuyama è molto diretto quando afferma: “Governi e aziende devono unire le forze per proteggere la classe media dal disagio”.

Ovvero, il fenomeno investe il ceto medio delle democrazie industriali pari alla maggioranza degli abitanti e per essere affrontato e sconfitto ha bisogno di un’ampia convergenza fra Stati e imprese tesa a creare formazione, innovazione e lavoro sfidando i tabù di un sistema economico ancora imprigionato dalle regole del Novecento e dunque incapace di perseguire una ricetta di giustizia economica che, per definizione, non può essere realizzata solo tenendo presenti i parametri del PIL.

Quando nel 1968 Robert Kennedy contesta a questo indicatore l’incapacità di “assicurare ai singoli la felicità” individua la debolezza strategica delle democrazie industriali nel non considerare gli stati d’animo come fattori economici.

È arrivato il momento di raccogliere quella sfida individuando nelle imprese il partner sociale di valore strategico per ogni governo democratico al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini.

È un orizzonte ambizioso ma non impossibile da raggiungere perché quanto sta avvenendo sul fronte del rispetto per l’ambiente e lo sviluppo delle energie rinnovabili dimostra che sono possibili accordi molto efficaci fra amministrazioni cittadine, aziende private e ONG accomunate dalla volontà di difendere il clima.

Se è possibile siglare tali intese sulla qualità dell’aria da respirare lo si può fare anche su altri fronti strategici per la vita degli abitanti. La sfida alle diseguaglianze può essere vinta solo se le risorse degli Stati e quelle dei privati daranno vita ad un network comune di investimenti e iniziative mirate a proteggere i cittadini.

testo pubblicato per gentile concessione di Rizzoli, da “Atlante del mondo che cambia. Le mappe che spiegano le sfide del nostro tempo”, di Maurizio Molinari, Rizzoli, 2020, 208 pp., 22 euro

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