Onda latina“Caravanserai”, il viaggio più lungo di Carlos Santana

Per attraversare il deserto a bordo della sua personalissima carovana, lo sciamano delle sei corde vende il rock con cui aveva esordito a Woodstock negli anni ’60 e ottiene in cambio un jazz inafferrabile e ricco di contaminazioni. Amore e spiritualità si fondono in una preghiera colorata capace di trascendere i confini della musica. Read&Listen

Se la musica è anche fisicità, un’onda rende bene l’idea. Una grande onda, che ti arriva addosso da lontano mentre, in ritardo come al solito, ti avvicini prima di fretta e poi più lentamente al grande palco. Il pavimento moquettato è quello del Rainbow Theatre, e quest’onda che mi arriva addosso è morbida, densa, liquida. È la primavera 1973, e questo è l’abbraccio con cui mi accolgono Carlos Santana e la sua nuova band.

Dentro l’onda ci sono percussioni latine, jazzate come quel pianoforte elettrico così fluido, mentre la batteria spinge e le tastiere ricamano e la pennata di Carlos si dilata scandendo una serie di accordi. Che si espandono, lievitano, riempiendo il grande vecchio cinema degli anni ’30, ora tempio sacro del rock. Sopra l’onda surfa la voce di Leon Thomas, piena e morbissima, con uno yodel che taglia.

Che musica meravigliosa è? È latina, è rock, è jazz, è brasiliana? È “Just In Time To See The Sun”, e suona come un perfetto invito: sei arrivato appena in tempo e il sole, è evidente, sta sul palco. Ed è sul nuovo album di Santana, quello “nuovo corso”. Jazz e spiritualità al posto della salsa-rock dei primi tre album. È un flash di quelli che non ti scordi più. “Caravanserai”. È il motivo per cui sei a Londra. E appena hai capito di che si tratta, l’onda ti si pappa e non ne uscirai più. Per fortuna.

“Caravanserai” è uno dei dischi che ho amato di più in assoluto. Uno di quelli che facevi la cassetta per l’autoradio e ci rimaneva talmente tanto che aveva fatto amicizia col volante e l’impianto elettrico. Uno di quegli album fatti di puro suono che come un tappeto magico davvero ti portano via. Un viaggio, ben catturato da quello scatto, sgranato e sovraesposto, che sta sulla copertina: una fila di cammelli, l’aria blu e il sole gigantesco acceso sullo sfondo.

La carovana si sposta nel deserto, in cerca di un prezioso approdo, il caravanserraglio, un luogo ben recintato che racchiude un ampio cortile ed un porticato, dove trovano riparo carovane che solcano il Sahara, le pianure mediorientali, la Via della Seta. Carovane diverse, di uomini e di carichi, che per il loro incrociarsi fanno di questi luoghi sorta di terrestri porti di mare di culture e genìe.

Carlos il viaggio lo fa in universi sonori che finora aveva solo sfiorato. Non è passato che un lustro da quel pomeriggio dopo la pioggia a Woodstock, dove è arrivato da sconosciuto (anzi, da raccomandato dal suo potente manager, Bill Graham), ed è uscito da trionfatore. Lui e la sua band di chicanos e yankees, e non avevano neanche il disco nei negozi. Pazzesco. Uscirà pochi giorni dopo. Che lancio, però.

Da lì in poi quel suono così energetico, sinuoso, percussioni latineggianti e lunghe note tirate e strecciate a sospendere il tempo, avevano riempito piste e camere da letto (c’è una conta sui lenti ballati e i bimbi generati durante “Samba Pa Ti”?), radio e qualunque cosa suonasse. Il meticciato al potere, e quella gang era un melting pot naturale.

Ma dopo 3 album, 3 #1 più 3 dischi di platino, Carlos sente la necessità di cambiare. Il gruppo è diventato instabile, storie di personalità e droghe, e vuol anche spostare più in là le frontiere della sua direzione musicale. Comincia a guardare a quello che sta succedendo nel jazz, che Miles Davis e i suoi alunni hanno spostato molto più in qua, vicino all’energia e alle elettrificazioni del rock e del funk.

Alle sue influenze chitarristiche precedenti – Gabor Szabo, Wes Montgomery, il brasiliano Sete Bola, tutti jazzisti eleganti e melodici – aggiunge John McLaughlin, il virtuoso che ha suonato con Miles su “In A Silent Way” e “Bitches Brew” (1969 e 1970). La terza collaborazione, “Jack Johnson”, 1971, è di un’intensità stordente. John è scozzese, dopo un breve sosta e due Lp a Londra è partito per l’America, e la sua maniera di suonare, una mitragliatrice di scatti e riff e fughe lo renderà negli anni 70 un modello di riferimento: tecnica sublime, velocità imprendibile.

Ma c’è in divenire qualcosa di ben più grande di sei corde: John lo presenta al suo Guru Sri Chimnoy, che battezza Carlos col nome Devadip (“lampada e luce di Dio”) e indirettamente battezza anche il loro duo, chitarristi straordinari uniti dalla stessa missione ultra-terrena. Quel 1972 per Santana è un anno fondamentale, una vera rinascita musicale e spirituale. Via i vestiti colorati, via i capelli lunghi e le foto cristiche. L’attenzione ora va sul jazz più vicino all’Assoluto, come quello di John Coltrane, al quale insieme a McLaughlin dedicherà un disco di pura trascendenza, “Love Devotion and Surrender”.

Carlos ascolta Coltrane, Miles, vede nascere intorno a lui i primi semi di quello che sarà il jazz-rock di cui Miles ha fatto scoccare la scintilla che i suoi tanti musicisti ed epigoni si apprestano a far diventare un vero e proprio genere. Cerca la libertà dentro la sua musica, la formula salsa-rock ha bisogno di nuova linfa, e scopre che l’improvvisazione e la costruzione libera del jazz gliela possono dare.

Nasce una nuova band, e un nuovo suono. A fianco del ragazzino-batterista Mike Shrieve (che nel frattempo è diventato un mostro) ci sono i vecchi compagni Gregg Rolie all’organo e Neal Schon alla chitarra, ci sono gli immancabili percussionisti (Josè Chepito Areas e i nuovi Mingo Lewis e il leggendario Armando Peraza), tutto il resto è nuovo, e hanno tutti la tecnica e lo spirito per seguirlo e rinforzarlo nella sua ricerca: Tom Coster al piano, Doug Rauch al basso, Leon Thomas arriverà per il tour.

È un distacco prepotente dal suono precedente, con i suoi riff irresistibili, la ritmica danzabilissima, le linee melodiche sexy e ammiccanti. Il presidente della CBS, Clive Davis, che così entusiasticamente lo ha messo sotto contratto dopo esserne rimasto tramortito al Fillmore West tre anni prima, lo sconsiglia, «è un suicidio commerciale». Carlos segue la sua via, e alla fine dell’anno il disco è nei negozi. Uno dei dischi più controversi del periodo, i vecchi fan che come diceva Davis si sentono traditi, in termini discografici è il passaggio da disco di platino a disco d’oro, un gradino sotto. In termini di qualità, i 51’ di “Caravanserai”, per chi ama la musica e non le classifiche, sono strabilianti.

La “Eternal Caravan Of Reincarnation” è il brano-metafora iniziale. Notte, grilli in lontananza, un sax strozzato come la sirena di un piroscafo che lascia l’ormeggio, un contrabbasso acustico che sale lentamente e che chiama tutti a raccolta. Si parte. Da quel momento in poi, fino all’ultima nota, è vietato fermarsi. Sì, ci sono i brani, dieci, ma il senso è un fluire senza sosta di ritmo, emozione, rarefazione e condensazione, l’anima centrata che sale, mente e corpo persi in un vortice che ti strapazza di qui e di là.

Ci si incammina col funk che cresce in mezzo a wah wah hendrixiani di “Waves Within” e “Look Up”, poi arrivano gli accordi di “Just In Time To See The Sun”, e sai già bene che senza dire nulla Carlos ha mollato l’auto e s’è comprato un aereo, il volo è oltre i confini conosciuti, gentili passeggeri mettete le cinture che ne succederanno di ogni e non si sa mai, sapete i deboli di cuore. Ci sono momenti di etereità delicatissime, e lunghe corse sfrenate fra percussioni e chitarre lanciate a 300 all’ora che ti sollevano da terra, ti fanno torcere e ti levano il fiato perché chi ha mai sentito una chitarra così?

“Song of The Wind” è pura gioia, quelle note altissime che bucano l’aria e tutto quello che incontrano, la frenesia di “All The Love In The Universe” (col basso slap di Rauch in primo piano) è così brutale da inchiodarti alla parete. Ci si ferma un attimo con “Future Primitive”, bell’ossimoro, il piano elettrico dilatato con le percussioni che arrivano da lontano, come i Magi, ma quando si compattano van via veloci e sfociano in “Stone Flower”, riff orecchiabilissimo di Tom Jobim, raffinato jazz-bossanovista che è uno dei padri della patria verdeoro.

L’originale è uno strumentale a cui curiosamente (ci sono solo altri due pezzi cantati) viene aggiunto un testo, con quel delizioso piano elettrico e quell’Hammond che scivola sopra e sotto a tutto il resto, Carlos che stacca con la chitarra una, due, tre volte, ma il brano non finisce mai, è un andare ciclico che torna e ritorna.

Quando sfuma via, si riparte con le percussioni bombastiche di “La Fuente Del Ritmo” e tutto si muove, gira, schiaffeggia a una velocità inumana, Shrieve tiene un ritmo assurdo, Carlo e Coster si scambiano linee melodiche mentre sotto tutto scappa via, c’è da tenersi per non volare fuori (dall’aereo, vedi che servivano le cinture?). Pensi sia finito, tiri il fiato, e non sai quello che sta per arrivare.

“Every Step Of The Way”, mutatis mutandis – soprattutto di pienezza sonora – è la “In A Silent Way” di Santana: un lento avvitarsi fra percussioni chitarra organo e basso, come a raggruppare energie fisiche e mentali, qualche accenno elettrico del Capo subito contenuto, un lento ribollire che a un certo punto supera il livello di temperatura, sbotta e dà lo start a una corsa selvaggia, in cui il flauto e l’orchestra sotto (sì, c’è anche l’orchestra!) si intrecciano con le chitarre di Schon e Carlos, che ormai sono alla ricerca di qualche record e scappano via facendo corsa a sé. A 9’ sfuma, poteva – come ogni altro brano – andare avanti mezz’ora, tanta è la goduria di musicisti e ascoltatori insieme.

Carlos farà altri due dischi così (meno strumentali, però), “Welcome” e “Borboletta”, dando ragione a Clive Davis, ma anche a noi che ai tempi li abbiamo consumati. Ci sarà il progetto con McLaughlin, “Amore Devozione e Abbandono”, titolo e musica per palati e anime troppo raffinate in confronto al Santana salsa-rock per essere compreso e amato (il tempo, si sa, è signore, anche coi dischi più ostici). E Carlos avrà avuto i suoi bei tormenti musicali, perché poi rientrerà, con alterne fortune, a suonare musica più accessibile, salvo venir dimenticato (dimenticare Santana, eresia) fino a quando nel ’99, il vecchio Clive Davis, ora alla Arista, gli consegnerà la formula per tornare al no.1, in un’altra epoca e con altre orecchie a sentire e ballare, tipo: «Carlos, fai il tuo che lo fai bene e lasciala cantare da una pop star di adesso, e sbancherà qualsiasi classifica e record». “Supernatural” lo ha fatto.

Ma quel Carlos là, con i primi baffetti e il capello a spazzola, vestito di bianco ed evidentemente ispirato da una luce più forte delle americane sul palco, rimane uno dei miei amori assoluti. Per tutti coloro che vogliono fare un upgrade su “Caravanserai”, quello che “ai miei tempi” (che tempi!) fu per decenni un introvabile disco di culto prezioso: il triplice vinile (ora 2 cd) del tour del 1973, più o meno quello che vidi io quella sera. Inciso dai giapponesi (chi sa capisce) a Osaka, “Lotus” ad alto, no, altissimo volume, è una delle migliori cose che vi sarete mai regalati.

Se vi piace, naturalmente, quella mezcla sciamanica che il devoto venuto da sotto la frontiera aveva in sé, a 25 anni, e che dispensava con gioia a piene mani. È ancora oggi il mio eroe della seicorde, nessuno ha quel tocco e quella potenza insieme, nessuno può tenere la nota per 25 secondi (25!) come su “Every Step Of The Way”, devastante funk d’apertura su “Lotus”. Uno di quei musicisti a cui dobbiamo essere eternamente grati, ci hanno fatto capire l’importanza e la grandezza della musica, e dello spirito, senza confini.

31. Continua. Qui le altre puntate

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