Tentazioni soulLe cinque voci che hanno cambiato la black music a suon di hit

Prima ambasciatori del Motown Sound in odore di santità. Poi, anno fatale 1968, l’incontro col produttore Norman Whitfield e la svolta funky sulla scia psichedelica di Sly & the Family Stone. Ovvero The Temptations, il quintetto di Detroit che voleva cambiare casa. Read&Listen

Questa è la storia di una trasformazione, o meglio, di una vera mutazione che ha pochi eguali nel mondo della black music. La cosa curiosa è che questo cambio di rotta non vede protagonista un gruppo vocale che fino ad allora non aveva trovato la strada giusta. Come dire, non è una mossa per salvare una carriera compromessa o mai decollata.

Perché quando nel 1968 i Temptations cambiano direzione sotto la guida del produttore Norman Whitfield sono un quintetto che ha già scritto un buon numero di pagine della storia della Tamla-Motown, l’etichetta di Berry Gordy che domina le classifiche delle charts di r’n’b con ottimi piazzamenti in quella pop. Anzi, per certi versi i Temptations sono il gruppo maschile (nel femminile le superstar sono ovviamente le Supremes) che ha caratterizzato e si può dire identifica il sound della Mo’town, “La Mia Città”, o come l’ha definita Berry stesso «the sound of Young America».

L’idea originale è di creare una musica legata al soul quanto al pop, per fornire ai giovani neri un’alternativa al pop-rock bianco che domina le charts. Se vogliamo, è la concorrente (commerciale ma per certi versi anche culturale) della black music che viene creata molte migliaia di chilometri più a Sud dalla Stax, nella zona Mississipi, che vuole invece attingere alla radice più profonda della musica nera, il gospel e quel pentolone di roots music di cui il Sud è originatore e guardiano. La base operativa è a Detroit, chiamata The Motor City per la presenza di diverse industrie automobilistiche, e nel giro di pochi anni Gordy ha creato un roster di artisti eccezionali: Smokey Robinson & The Miracles, Martha and the Vandellas, Mary Wells, Supremes, Marvelletes, Stevie Wonder.

I Temptations nascono a Detroit nel 1960 con altro nome, gli Elgins, fusione di due gruppi vocali della zona: Otis Williams, Al Bryant e Melvin Franklin provengono dai Distants. Gli altri due dai Primes, che si sono sciolti e hanno lasciato disponibili Eddie Kendricks e Paul Williams. La scena locale è in ebollizione, competitiva, il terreno essendo quello del gospel e del doo-wop, gruppi con intrecci vocali sempre più intricati. St. Stephens è il Community Center dove si svolgono i “record hops”, le battaglie a colpi di bassi e falsetto, ed è lì che una sera, dopo aver fatto la sua performance con gli Elgins, Williams si ritrova alla toilette fianco a fianco con Berry Gordy: «Otis, mi piace davvero il tuo gruppo, se non ti trovi bene dove sei vieni a trovarmi perché sto facendo partire la mia etichetta».

Il successo alla Motown non è immediato per i ribattezzati Temptations: passano diversi anni, e produttori, senza che arrivino hit. Continuano a provare per rifinire sempre più l’impasto vocale e vengono chiamati a fare i cori dietro a Stevie Wonder e Marvin Gaye, le star dell’etichetta. Nel ’64 sostituiscono Bryant con David Ruffin, e finalmente il quintetto ‘tipo’, il vero dream team dei vocal groups degli anni 60 è in campo: David Ruffin, dal Mississipi, voce potente, da predicatore, l’X Factor. Eddie Kendricks e Paul Williams vengono dall’Alabama, il primo dotato di uno stupefacente falsetto, responsabile dei vestiti e dello stile; il secondo, un baritono con amore per il blues, è il coreografo. Melvin Franklin è invece la voce più bassa della creazione. Al centro Otis Williams, voce tenorile e chiave del loro suono.

I cinque sono amici, uniti, pregano insieme, giurano di non lasciarsi più. Come è uso allora, i Temptations cantano con arrangiamenti vocali raffinati (per loro verrà costruita una speciale asta a quattro microfoni), ballano in coreografie che fanno epoca, vestiti eleganti, attillati, colorati. O anche quegli smoking blu luccicanti con i revers di velluto nero.

Quando entra Ruffin la chimica cambia e se ne accorge anche Smokey Robinson, voce angelica, autore sopraffino (l’idolo del primo McCartney) e produttore che della Tamla-Motown sarà uno dei pilastri, prima in sala e poi dietro una scrivania. Il primo hit è “The Way You Do The Things You Do”, seguito da quello che sarà il brano-della-(prima)-vita, “My Girl”. È la canzone perfetta, uno dei momenti che definiscono il gruppo, la Motown, il sound americano del 1964, le voci che entrano una dopo l’altra: «My girl… my girl… my girl», tutti insieme «talkin’ ‘bout my girl».

I singoli di successo continuano ad arrivare, i Temptations sono sulla vetta: i più bravi, i più paraculi, i più ricercati sulla scena, perfetti – nelle strategie di Gordy – per arrivare non solo ai ragazzi, ma anche ai genitori, al Capocabana, ai grandi Club che sono uno dei punti d’arrivo di tutte le star dell’epoca. Come sempre, il successo porta tanto e leva altrettanto, sei non sei pronto. Ruffin, sicuramente dal vivo il performer più carismatico, vorrebbe il suo nome in cartellone sopra quello del gruppo, e alla fine sceglie la via solista. Il suo sostituto, Dennis Edwards, entra nel ’68.

È anche l’anno in cui una intuizione di un suono diverso nasce nella mente di Norman Whitfield. Ha cominciato anche lui nella zona di Detroit prima come musicista e dj, poi come produttore, ruolo col quale è entrato alla Tamla nel ’62 e da un certo punto in poi ha letteralmente plasmato il suono dei Tempts in una serie di singoli storici, valgano per tutti “I’m Too Proud Too Beg” (ripresa poi dai Rolling Stones) e “I’m Losing You” (cover-hit di Rod Stewart).

Ma Whitfield è di più di un produttore: è l’alter ego di Gordy stesso, perché è il suo spirito entusiasta, più innovativo, sempre in cerca di soluzioni nuove, a spingere Gordy e la Motown su sentieri differenti, inesplorati. Ha una passione per trattare la stessa canzone in formati e arrangiamenti diversi. Un perfetto esempio è quando di fronte alla sua produzione di “I Heard It Through The Grapevine” con Marvin Gaye al microfono, Gordy la boccia, la ritiene troppo verace, troppo cruda, la vorrebbe romantica. Whitfield non molla, ne pubblica una versione in stile gospel, più morbida, affidandola a Gladys Knight, e quando questa ha un enorme successo, la bissa riproponendo quella di Gaye (secondo hit).

Il 1968 è un anno tosto in America, politicamente e socialmente: l’anno dell’omicidio del Reverendo King e di Bob Kennedy, degli scontri nelle Università e nei ghetti. Nella black music questo si traduce in una evoluzione sonora che porta in primo piano il funk, inventato da James Brown e rielaborato in chiave ancor più provocatoria e politica da un genietto di nome Sly (and the Family Stone). È musica più radicale, convoglia un valore e un messaggio politico, oltreché artistico.

Da tutte le capitali della black music arrivano segnali di nuovi suoni nell’aria, più robusti, più tesi. Più funk. Più psichedelici, perché la lezione di Hendrix ha pervaso tutto l’universo sonoro, non solo quello del rock-blues bianco inglese. Otis Williams ne parla con un amico, il produttore Kenneth Gamble (vedi il futuro Sound of Philadelphia) che concorda: i tempi sono cambiati, l’esempio di Sly, gruppo funk e voci soliste distribuite fra tutti i membri della band, funziona. È la via nuova.

Whitfield all’inizio è scettico, ma comunque ci prova: l’intuizione è di usare i Temptations non più come un quintetto vocale per canzoni romantiche, ma come ingredienti di un affresco sonoro molto diverso, i vocalist di una musica funky, psichedelica, più cattiva, nella quale le cinque voci – così distinte, ognuna col suo timbro e la sua valenza – si possano alternare in arrangiamenti complessi su basi molto più ritmiche, più pulsanti.

Via le ballate (che comunque continueranno a esistere, generalmente sul lato B dell’album), e dentro quello che viene definito “psychedelic soul”, una musica grintosa, dura, energetica. Molto articolata, non solo nelle parti vocali. Il prototipo è la prima facciata di “Cloud Nine”, 1969, che nell’immaginario della Tamla e dei fan dei Temptations è uno scossone, una porta che si apre sbattendo e si affaccia su un mondo nuovo: chitarre wah-wah o scratchate alla James Brown, batteria che spinge, percussioni, violini che non abbelliscono ma sottolineano le linee ritmiche.

La title-track è un’esplosione, entra nei top ten, indica la strada. Sulla facciata A c’è anche una versione di “Grapevine” più jazzata, percussioni in primo piano, e si chiude con “Runaway Child, Runnin’ Wild” che è un secondo hit, indicativo di quello che sta per succedere: Whitfield espande le parti strumentali, streccia i brani che cominciano a durare 7-8-9-oltre-i-10 minuti. Il contrasto fra prima e dopo è clamoroso, quasi due generi diversi.

I Temptations sono sempre i solisti, le loro cinque voci che entrano ed escono dall’affresco, ognuno a cantare la sua frase e passare l’iniziativa alla voce successiva, a contrasto fra di loro di tonalità e di testo, e questo crea una dinamica, ma anche una drammaticità, incredibilmente superiore a prima. Il modello è simile a Sly & Family Stone ma più dilatato, le melodie e gli arrangiamenti più pop. Diventano il modello a cui attingere per tutte le produzioni r’n’b del periodo.

Gli album si susseguono, saranno sette in quattro anni (più vari live e album natalizi, in quegli anni un must del marketing), sempre con quella formula binaria che consegnerà alla storia un’altra ballata superclassica, “Just My Imagination” (anche questa ripresa dagli Stones), dolce e intensa come una preghiera, una nuova chance solista per il sublime falsetto di Kendricks. Sarà il suo ultimo singolo: ancora shoccato per la partenza dell’amico Ruffin, chiede un’analisi esterna su come sono gestite dalla Motown le finanze del gruppo (vecchia storia, in quegli anni) e comunque non ama il nuovo genere. Il fatto che non gli sia consentito di registare album solisti è solo l’ultima goccia. Se ne va, e con lui cominciano una serie di cambiamenti, che si notano meno visto il sound meno dipendente dalla purezza delle loro voci.

Sempre nel ’71 esce definitivamente dal gruppo anche Paul Williams, fragile e disorientato, che si è dato all’alcool tanto da dover essere “doppiato” da Richard Street dietro le quinte, e che si suiciderà in macchina, proprio durante il matrimonio del collega subentrante (robetta da sensi di colpa 4ever).

I singoli tratti da questi album sono stratosferici ancora adesso, lezioni da manuale su come costruire brani orecchiabili, ballabili, eppure dannatamente complessi: “Can’t Get Next To You”, “Don’t Let The Joneses”, “Superstar”, e due vere bombe, “Psychedelic Shack” e “Ball of Confusion (That’s What The World Is Today)”. I Tempts a questo punto non parlano più di «mie ragazze» o di non essere «troppo orgogliosi per implorare». I nuovi testi, firmati da Barrett Strong, annusano l’aria, certificano il cambiamento di consapevolezza e determinazione della black nation, la confusione mondo intorno:

«The sale of pills is at an all time high
young folks walkin’ ‘round with their heads in the sky
Cities aflame in the summer time, and oh the beat goes on
Eve of destruction, tax deduction,
City inspectors, bill collectors,
Evolution, revolution, gun control, the sound of soul,
Shootin’ rockets to the moon, kids growin’ up too soon
Politicians say more taxes will solve ev’rything, and the band played on.
Round and round and around we go, where the world’s headed nobody knows.
Great googa mooga, can’t you hear me talkin’ to you, just a
Ball of Confusion that’s what the world is today»

Poi, con “All Directions”, 1972, arriva quello che è universalmente riconosciuto come il capolavoro: un basso pulsante, chitarra wah wah su un tremolio di violini, una tromba solista che anticipa la melodia, battito di mani, solo charleston e cassa (niente rullante per tutto il pezzo!) e dopo 1’55” finalmente la voce di Dennis Edwards che entra: «It was the third of September, a day I’ll always remember, ‘cause that was the day my daddy died»: “Papa Was A Rolling Stone”, storia drammatica di un orfano che chiede alla mamma chi fosse davvero il padre e riceve una risposta stentorea, «papà era una pietra che rotola, dovunque poggiasse il cappello era casa sua», insomma un vagabondo, un poco di buono. Questa drammaticità, vissuta in chissà quante famiglie, va di pari passo con un affresco musicale grandioso e piuttosto incredibile: una vera suite spazialmente apertissima sullo stereo, con voci che entrano ed escono, fanno chiamata-e-risposta fra loro, mentre dietro la musica si muove continuamente, sempre in evoluzione, strumenti che entrano ed escono e si integrano in un puzzle tridimensionale che non può che lasciare a bocca aperta. Risultato: tre Grammy e un numero uno nei 45 e 33, lo psychedelic soul non è mai stato così in voga.

Ma come spesso capita, quando si arriva al top si può solo scendere. Dopo un altro album eccellente dal titolo un po’ autoincensante, “Masterpiece”, title-track di 16’ di cui solo tre cantati, e un ultimo “1990”, la scena cambia completamente. Intanto, la Motown si trasferisce a Los Angeles (anche per le inclinazioni cinematografiche di Gordy), lo psych-soul esce di moda e i Temptations stessi chiamano a gran voce un ritorno alle origini che li riporti in primo piano, e non sorta di strumenti vocali nelle mani di Whitfield. D’ora in poi si andrà avanti tornando indietro, ancora oggi.

Fine di un’epoca entusiasmante, che ci lascia comunque una dozzina di brani memorabili. Se volete tutto il lato psichedelico, inclusi i brani nelle loro dimensioni dilatate a 10-15 minuti, scegliete il doppio “Psychedelic Soul”. Se cercate tutta la carriera, ballate e psichedelici, l’antologia ”The Best of The Temptations” è la sintesi migliore.

29. Continua. Qui le altre puntate

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