Temptation PdL’ultimo brivido di una politica nevrotica ridotta a format tutti contro tutti

Zingaretti, Bonaccini, Renzi, gelosie e tradimenti: che cosa succederà dopo il voto regionale? I retroscenisti sono al lavoro perché, come nel reality show dell’isola, per mantenere l’equilibrio e raggiungere l’obiettivo i protagonisti devono capire fin dove gli conviene tirare la corda: perché in qualsiasi momento il soggetto più debole può decidere di rompere il giocattolo

JOE RAEDLE / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

A quanto scrivono da giorni più o meno tutti i retroscenisti del paese, in caso di sconfitta nella prossima tornata elettorale, regionale in particolare (figuriamoci poi se ci si aggiungesse pure una molto improbabile vittoria del No al referendum), Nicola Zingaretti verrebbe scalzato da Stefano Bonaccini, già d’accordo con Matteo Renzi per organizzare il rientro dei profughi di Italia Viva.

Che sarebbe più o meno quello che i renziani accusavano Zingaretti di voler fare con Leu, e che quasi certamente accadrebbe, se dal voto l’attuale segretario dovesse ottenere un risultato positivo, capace di rilegittimarlo.

Comunque la pensiate su Renzi e Zingaretti, renziani, bersaniani e dalemiani, da questa semplice constatazione dovrebbe apparire chiaro che il problema principale del Pd, e del centrosinistra, non può essere unilateralmente attribuito a nessuno di loro, perché li precede e li supera tutti, da almeno un quarto di secolo. Un problema che è stato però portato all’estremo a partire dall’introduzione delle primarie.

È la logica dei gazebo, con la campagna elettorale interna e la divisione verticale in sotto-partiti l’un contro l’altro armati, che ha trasformato la normale dialettica di corrente in una guerra senza prigionieri, in cui agli sconfitti non resta che l’esilio in un altro partito, da dove tentare di organizzare poi la resistenza e la riscossa in patria, quando giunga il momento propizio.

È questa dinamica perversa, unita alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione che pervadono ormai il sistema politico, che ha trasformato la vita democratica interna del principale partito del centrosinistra in un’interminabile edizione di Temptation Island.

Per i pochi incolti che non conoscessero il programma, si tratta di questo. Alcune coppie vengono portate su un’isola e divise per qualche settimana: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. In questo periodo gli uni e le altre saranno esposti alla convivenza, rispettivamente, con tentatrici e tentatori.

A sera, ogni tanto, saranno convocati in spiaggia davanti a un falò, e a ciascuno saranno mostrati i video contententi i momenti salienti riguardanti la vacanza del proprio partner, con le reazioni che si possono immaginare.

Ma in amore, come in politica, alla fine è sempre questione di strategia. E così ognuno alla fine deve capire fin dove gli conviene tirare la corda: sia perché in qualsiasi momento il soggetto più debole può decidere di rompere il giocattolo, chiedere subito un «falò di confronto» e annunciare la scissione, vale a dire l’abbandono del gioco (il che significa che entrambi i fidanzati, separatamente, devono lasciare l’isola: fine della vacanza, si spengono le luci e si torna al lavoro), sia perché comunque, al termine delle cinque settimane previste, il momento della decisione arriverà.

Dunque sta anzitutto al potenziale, aspirante e spesso anche effettivo fedifrago organizzarsi per tempo, effettuare gli opportuni sondaggi, verificare di avere davvero uno sbocco alternativo praticabile.

Capire se può tirare davvero la corda fino a spezzarla, o se una volta spenti i riflettori e finito il bel gioco delle tentazioni e delle cospirazioni, rischi poi di ritrovarsi solo come un cane.

Inutile rifare l’elenco dei tanti belli e impossibili, contesi da tutti i giornali del regno finché promettevano il brivido della rottura, l’elemento di tensione in un rapporto consolidato come quello con la maggioranza del partito, che un minuto dopo esserne usciti sono scomparsi come lacrime nella pioggia, scansati come la peste persino dalle tv locali.

Per danzare sul confine della rottura senza mai farsi cogliere in fuorigioco serve un talento speciale, che l’imbarbarimento delle relazioni politiche e sentimentali ha reso, purtroppo, sempre più raro.

Non si contano più i dirigenti, i padri nobili, le giovani promesse e persino gli ex segretari del Pd che alla prima sconfitta congressuale hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. Salvo poi minacciare di tornare un minuto dopo, ripensarci in extremis, chiedere un secondo falò di confronto, l’aiuto da casa, il parere del pubblico.

Insuperabile in questo campo resta Michele Emiliano, passato nel corso della stessa direzione del Pd, nel febbraio 2017, dalle dichiarazioni congiunte con Roberto Speranza ed Enrico Rossi per la fondazione di un nuovo partito alla decisione di candidarsi alla segreteria del partito vecchio (caso del resto previsto dal format e tutt’altro che infrequente in cui sono i tentatori a ritrovarsi sedotti e abbandonati, mentre il fedifrago decide con un ultimo colpo di scena di tornare a casa).

Nonostante le molte somiglianze tra Temptation Island e Partito democratico – del resto si tratta in entrambi i casi di format americani successivamente riadattati – c’è una differenza essenziale che non andrebbe sottovalutata.

Ed è che non per caso i protagonisti del programma televisivo cambiano a ogni stagione, mentre quelli del Pd restano sempre gli stessi. Ma il gioco delle coppie, proprio come il gioco delle correnti, è bello quando dura poco.

È questo carattere nevrotico, inevitabilmente contraddittorio, per non dire ossessivo del format democratico a segnarne il declinante successo di pubblico e di critica. Perché ormai tutti hanno già fatto tutte le parti in commedia: il traditore e l’agnello sacrificale, il cospiratore e l’alleato fedele, il leader pugnalato alla schiena e il pugnalatore. E così l’elettorato ha perso il bene più prezioso: la sospensione d’incredulità.

Chissà che il ritorno a una legge elettorale proporzionale – ammesso e non concesso che si verifichi mai – non favorisca anche nei partiti il ritorno a format di confronto più tradizionali. Anche se non tutti sembrano rendersene conto, i primi a guadagnarci sarebbero proprio gli ultimi naufraghi dell’isola democratica.

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