La libertà, 2500 anni dopoLa battaglia delle Termopili fu una sconfitta gloriosa, con 300 eroi per caso

Secondo lo storico Luciano Canfora, il vero mito fondativo ellenico è quello di Maratona. Nel 480 a.C i greci hanno perso: celebrare la battaglia serviva solo ad alimentare il sentimento anti-persiano. Ora ci sono altre lotte, come quella per il No al taglio dei parlamentari

Forse la sconfitta più gloriosa di sempre. Di sicuro, una delle più celebrate. Perché la battaglia delle Termopili, avvenuta 2.500 anni fa esatti, viene ancora oggi ricordata e commemorata, ma soprattutto è presente – dalle citazioni dei poeti fino al film “300” – nella cultura contemporanea. L’episodio è noto: per fermare la seconda invasione dell’esercito persiano (la prima era avvenuta dieci anni prima) i Greci stabiliscono una insolita alleanza, fatta di battaglie navali e scontri via terra.

Agli spartani tocca la seconda: di fronte alla discesa del nemico, decidono di intervenire bloccando il passaggio delle Termopili, che garantisce l’accesso alla Beozia, all’Attica e poi il resto della Grecia. Quello era il punto più adatto dal punto di vista strategico: strettissimo, risultava facile da difendere anche con pochi uomini (condizione che annullava la superiorità numerica dei persiani, altrimenti schiacciante).

Come tutti sanno, la resistenza degli spartani, uniti ad altri alleati, si rivela inutile: un traditore (che in cose di guerra c’è sempre) dal nome Efialte aveva rivelato ai persiani una via alternativa. Appena Leonida, il generale a capo del contingente greco, lo scopre, decide di congedare gli altri alleati e di rimanere, solo insieme ai suoi 300 spartani (si aggiungeranno anche 700 Tespiesi, ma viene ignorato) a resistere contro i persiani.

Lo scontro è impari e moriranno tutti, Leonida compreso, i persiani passeranno e spadroneggeranno in tutta la Grecia, costringendo gli ateniesi ad abbandonare la città e rifugiarsi sulle navi di Salamina. Di fatto, è stata una battaglia fallimentare. «Ma ritorna anche nella tradizione, nelle poesie di Ugo Foscolo e poi di Giosuè Carducci, poeti che una volta si studiavano anche a scuola», ironizza il famoso antichista e storico Luciano Canfora, che subito puntualizza: «Il vero mito fondativo, in realtà, è stata la battaglia di Maratona», avvenuta «10 anni prima, nel 490, in occasione della prima spedizione persiana».

In realtà si trattava «di una scaramuccia, nulla di che», ma la propaganda e la politica l’avevano ingigantita, tanto che John Stuart Mill, secoli dopo, «arriverà a dire che per gli inglesi sia stata più importante quella rispetto alla battaglia di Hastings». Più che altro, era una vittoria. «Ma preferire Maratona, dove il protagonista è Milziade, un mezzo tiranno, o la battaglia delle Termopili, è quasi una questione di gusti», scherza. «Lo si è fatto per celebrare uno scontro tra un Occidente buono e un Oriente barbaro e cattivo, ma è tutta una retorica che non sta in piedi. Basti ricordare che, solo 50 dopo la sconfitta di Leonida, i Greci stessi lo smentiscono, e Sparta chiederà aiuto e sostegno al Re di Persia per sconfiggere Atene, cosa che avverrà nel 404. Ma non c’è da stupirsi, sono cose normali, succedono sempre nella diplomazia».

Tolta la retorica dello scontro di civiltà, alle Termopili rimane il mito dell’eroe che sceglie di sacrificarsi, «anche se – va detto – nessuno è eroe per vocazione, ma per necessità». Ci si trova nella situazione e non ci si sottrae, «e questo era il frutto dell’educazione militare spartana. Quella che oggi è considerata con raccapriccio da parte dell’Occidente, che è per definizione atenocentrico, ma che al contrario Adolf Hitler ammirava. Era un grande estimatore di Sparta. Per lui incarnava la società con l’equilibrio perfetto tra le razze», cioè quella dominante, pura, degli spartiati, che godeva dei diritti politici e civili, alla quale erano sottoposte quella dei perieci e soprattutto degli iloti, le popolazioni sottomesse. Ognuno, come diceva prima, ha i suoi gusti.

Del resto, eroe per eroe, «Erodoto stesso ricorda che la libertà la si deve ad Atene» e alla battaglia di Salamina. Anche questo episodio ha compiuto 2.500 anni, «ragion per cui bisogna tornare a combattere», scherza.

Ma forse il riferimento è a un appuntamento più presente e concreto, quello del referendum per il taglio dei Parlamentari. «Io voterò No», e più che una lotta è un impegno «ad ammaestrare i selvaggi. Vogliono fare economia? Allora riducano gli stipendi, se proprio lo ritengono un obiettivo importante. Ma anche sul numero, sparato a casaccio: perché 600? Non esercitano un gusto pitagorico, per cui il 7 era il numero perfetto, o il 3 più il 2. La verità è che si tratta solo di demagogia, senza nessun significato». Anche qui, come 2.500 anni fa, sarà necessario resistere. E si diventerà eroi non per vocazione, ma per necessità.

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