Flusso di coscienzaLa poesia beat traslata in musica di Tim Hardin, il Luigi Tenco americano

L’album “Suite For Susan Moore and Damion - We Are One, One, All In One” non va capito, interpretato, interiorizzato, per i suoi testi, quanto per la capacità dell’autore di creare la giusta atmosfera con le sue note. Read&Listen

La copertina dell'album

Ok, questo è di quelli che ho amato profondamente per una stagione, ma non è un disco da tutte le sere. Non per tutti, maneggiare con cura. Perché è un disco di intensa sensibilità, un “senzapelle” da tarda notte, una pagina di diario segreto di un uomo forse felice, forse disperato. Forse tutti e due. Sicuramente innamorato, ancor di più, consumato dall’anelito verso una donna.

Ed è una pagina così intima, e così musicalmente delicata, che non può essere ascoltato senza arrenderti anche tu, sapere che per capire – no, “sentire” – devi entrarci dentro. Non è quello che facciamo con la maggior parte della musica che gira intorno. Devi metterti a nudo anche tu, accettare di fare una gestalt e di entrare in empatia con la voce del narratore.

Sì, perché “Suite For Susan Moore and Damion – We Are One, One, All In One” , credo che il titolo dica già tutto, è una narrazione, in parte cantata, in parte parlata, o meglio sussurrata, di un uomo con un passato assai sconnesso che finalmente ha trovato la donna della sua vita.

Sono insieme da quattro anni, hanno dato luce a un figlio, Damion, hanno un futuro. Lo hanno? Davvero i demoni che hanno posseduto per anni la sua vita (a soli vent’anni, Marine in Oriente, Hardin ha conosciuto l’eroina), che l’hanno costretto a disperati blocchi e rincorse dell’ispirazione, che l’hanno reso il primo nemico di se stesso si sono dissolti? Questo peana è un inizio o una fine? La domanda è nella stessa atmosfera dell’album, bramosia e disperazione insieme. Indissolubilmente.

Tim Hardin è stato uno dei talentuosi poeti in canzone che ha attraversato l’America degli anni ‘60, la decade del folk revival e dei tanti seguaci del modello Dylan. Canzoni con un significato. Gli autori di quella generazione – quasi tutta passata per il Greenwich Village di Nyc – hanno aggiunto il significato che era in loro. Tim Hardin, classe 1941 da Eugene, Oregon, gavetta nei club della East Coast, stile folk-blues come tutti, un primo contratto abortito con la Cbs, porta le stimmate della fragilità.

Il secondo giro, con la Verve, rivela un autore di gran lunga superiore alla media, capace di tratteggiare storie poetiche e non poche volte scrivere piccoli capolavori di due o tre minuti. Il primo album, “1”, 1966 – molto meno il secondo, “2” del 1967, bellissimo – ha una produzione un po’ eccessiva, l’aggiunta di archi e arrangiamenti da pop-adulto, contraria ai suoi desideri, rende queste canzoni molto più ordinarie di quello che è la loro essenza.

Nonostante la voce gentile ma emotiva di Hardin dia loro un significato profondo. Lo comprendono benissimo alcuni grandi interpreti che in quegli anni danno a questi diamanti grezzi una lucentezza nuova: nel 1971 Rod Stewart porta in classifica “Reason To Believe”, che ha la drammaticità di una resa senza condizioni:

«Una come te rende la vita difficile
Senza qualcun’altra
Una come te rende facile dare
Senza pensare a me stesso…
…Se ti dessi il tempo di cambiare idea
Troverei un modo per lasciarmi il passato alle spalle
Sapendo che mi hai mentito spudorata mentre piangevo
Ciononostante, cerco ancora una ragione per credere».

Scott Walker (la riverita figura un po’ misteriosa dei disciolti Walker Brothers) sceglie “The Lady From Baltimore”, i Nice del primo Keith Emerson inseriscono “Hang On To A Dream” sul loro terzo album (ma poi tanti altri, dai Nazareth a Francoise Hardy, dai Moody Blues ai Fleetwood Mac).

Ma soprattutto Bobby Darin, pop singer di enorme successo, vedi “Splish Splash”, porta nella top 10 “If I Were A Carpenter”, che diventa poi un successo mondiale, dai Four Tops a Joan Baez, da Johnny Cash e June Carter a Bob Seger, in Italia Dik Dik (la versione di Hardin, solo chitarre e congas è straordinaria, oggi la chiameremmo Unplugged d’essai):

«Se io fossi un falegname, e tu una Signora,
Mi ameresti lo stesso? Mi daresti un figlio?
Salva il mio amore attraverso la solitudine,
Salva il mio amore per il dolore,
Ti do la mia unicità, dammi il tuo domani…».

Eppure, Hardin è destinato a non riuscire a dare continuità, anche perché la combinazione di eroina, paura del palco e paranoie assortite non rendono la vita facile a lui e a tutti quelli intorno.

Poi, l’ispirazione torna con questo ritorno alla Cbs, in quegli anni davvero la casa madre della canzone d’autore americana, a partire da Dylan e Cohen. Nel 1969, dopo una breve e non documentata apparizione a Woodstock, nasce questo album di soli 37 minuti, un album assurdamente non-commerciale.

Un progetto tanto personale quanto ambizioso, uno slancio verso una nuova dimensione del folk, o canzone d’autore che sia: non una sola canzone davvero cantabile, ma un flusso, molto vicino a un’idea di stream of consciousness. L’idea della poesia beat traslata in musica. Sound intimo (non a caso, inciso nella sua casa a Woodstock), chitarra elettrica dolce, con eco, pianoforte elettrico suonato come si fa quando sei da solo, qualche congas e magari un’armonica, e una voce un po’ strascicata ma piena di intensità.

Non siamo molto lontani dal Van Morrison di quegli anni, quelli di “Astral Weeks” e “Moondance”. Alcuni passaggi parlati, alla fine anche la voce di lei in una chiusura prima amorosa, poi un po’ scema (immagino volutamente).

Quello che dà il significato, se cerchiamo l’essenza, non sono i testi, è il mood, l’atmosfera che Hardin riesce a creare. Ti sembra di entrare in una casa, in una vita, in un’anima. Anzi, tre. L’album è una confessione, una dichiarazione d’amore, un gioco intimo – come una telecamera accesa interno notte – con la sensazione che potresti essere in un piccolo mondo felice, e condividere uno squarcio di felicità, di bliss familiare con questo songwriter così tenebroso, così vulnerabile (quasi un Tenco americano, ma a me Hardin ricorda tanto anche Nick Drake, forse non a caso tre suicidi).

Ma hai anche la percezione – l’avevo anche allora, credo, anche se ora sappiamo quello che è successo dopo – che quest’equilibrio possa essere così fragile, precario, la felicità di un attimo, e poi scomparire per sempre. E infatti, a metà della lavorazione, esasperata, Susan Moore prende Damion e se ne vanno, per sempre. Come era destino. Hardin non era nato per la felicità.

Dopo questo album, Hardin ne pubblica un secondo per la Cbs, title track una versione struggente, quasi operistica nel finale, di “Bird On A Wire” di Cohen, dimostrando di essere anche lui un interprete consumato di canzoni, se solo ne avesse ancora da scrivere così belle.

Dopo il 1973 non pubblicherà più (nel 1981 uscirà un disco postumo, “Unforgiven”, con le versioni non finite delle canzoni su cui stava lavorando). Qualche data, girovagando fra America e Inghilterra, e nel 1980 un’overdose lo lascia sul pavimento del suo appartamento a Hollywood. Giù il sipario.

Per chi ama avventurarsi nel fuori pista, la “Suite For Susan Moore and Damian” su cd viene insieme a “Bird On A Wire”, l’accoppiata merita. Per chi volesse il cantante folk-blues degli anni ‘60 con tutte le hit (degli altri…), la Verve ha raccolto tutto in un doppio “Hang On To A Dream – The Verve Recordings” dove ci sono alcune gemme di annichilente beltà.

33. Continua. Qui le altre puntate.

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