Musica mutante“Waiting For Columbus” dei Little Feat è una cavalcata rythm’n’blues e funky che lascia senza fiato

Dal vivo la band di Lowell Georg è una powerhouse di potenza e fluidità, una fucina ribollente di ritmi. L’album è un intreccio strumentale compatto e con una cattiveria da elevare lo spirito e pure i piedi (grandi o piccoli che siano). Read & Listen

Per buona parte degli anni 70, diciamo fra i Traffic e la new wave, i Little Feat sono stati il mio gruppo preferito. Un amore lontano, consumato sui vinili, mai incontrato dal vivo, fors’anche idealizzato, ma di certo irripetibile, perché così non suonava – e non ha più suonato – nessuno. C’è un filo comune fra loro, Traffic, Talking Heads, Clash, Santana, Weather Report e altri ancora: sono tutti gruppi frutto di incroci, contaminazioni, eclettismo. Spesso anche di un po’ di sana follìa. Musiche mutanti che partono da un punto e arrivano a tutt’altra destinazione, coinvolgendoti con la forza dell’originalità. 

Per fare tutto questo, in genere serve un piccolo o grande genio che detti la linea. Nel caso dei Little Feat è Lowell George, un (raro) nativo di Los Angeles, figlio d’arte, che senza muoversi troppo da casa ha creato connessioni personali di tutti i tipi, a partire da Zappa. Con Frank però non è andata granchè, pare quasi di vedere la scena: «Mi ha chiesto se volevo unirmi al gruppo, e gli ho detto va bene. All’inizio voleva farmi fare il Jim Morrison, con pantaloni di cuoio e tutto. Con questa pancia da birra e 15 chili sovrappeso? Avrei potuto rompermi una caviglia! Poi ho scritto Willin’ e gliel’ho fatta sentire. Mi ha guardato con intensità crucciata e ha detto: bene, è ora che tu ti faccia un gruppo per conto tuo. Il fatto è che Zappa non vuole avere assolutamente niente a vedere con droghe di nessun tipo».

Che poi, diciamoci la verità, mica era così osèe: «Se mi darai erba, anfe e vino e mi mostrerai un cartello, sarò pronto a ripartire»: Willin’, l’inno dei camionisti e in generale di tutti coloro che percorrono le strade americane, nel tempo è diventato un classico, con il contributo determinante della “fiancheggiatrice” Linda Ronstadt, che ne fa una bella versione su “Heart Like A Wheel”.

È il 1969 quando Lowell si fa il suo gruppo, portandosi dietro Roy Estrada, il bassista delle Mothers, Richie Hayward, batterista dello Iowa con un look, capelli e pizzetto da Moschettiere del Re datosi alla macchia, e Bill Payne, ex-surfista, maestro delle tastiere e a tempo libero straordinario sessionman (le sue dita sono dappertutto nei dischi di quel periodo). Il nome nasce da un’osservazione del Mother of Invention Jimmy Carl Black, guardando i piedi di Lowell: «damn those little feet!», la storpiatura feet/feat un omaggio ai Beatles. Il gruppo ruota intorno a George, persona amata, generosa, creativa, personalità magnetica, capace di suonare qualsiasi strumento, dal sitar al flauto (ha suonato sax e oboe su diverse incisioni di Sinatra).

Intorno a lui ruotano tanti artisti giovani, in particolare un trio di aspiranti star: Linda Ronstadt, Emmilou Harris e Bonnie Raitt. Il suono dei primi due dischi è una sorta di Stones californiani, imbizzarriti da un tocco di Zappa, inzuppati nel blues alla Howlin’ Wolf e arricchiti da quel mix di sapori che non è la Hollywood di Laurel Canyon, ma piuttosto la L.A. ibrida, più proletaria, messicana, mulatta.

I primi due 33 giri, in mezzo alla gran considerazione di critica e addetti ai lavori (la Ronstadt si precipita in maniera così irruenta a comprare “Sailin’ Shoes” che si ferisce nello scomparto dei dischi), vendono 11mila e 13mila copie, una cifra ridicola persino in Italia. Poi, con la dipartita di Roy Estrada, i Feat cambiano volto. Insieme a un secondo chitarrista, Paul Barrere (compagno di liceo di Lowell), entrano due musicisti di colore, Sam Clayton alle percussioni e Kenny Gradney al basso, e questo è determinante per la complessità degli intrecci ritmici. Il risultato è “Dixie Chicken”, ovvero tutto quello di prima con una svolta decisa verso il rythm’n’blues versione New Orleans, quel funk un po’ strascicato che può impennarsi di colpo: vendite così così, e allora tutti a fare i turnisti di lusso.

Quando i rock’n’roll doctors si ripresentano, l’anno dopo, fanno un salto di qualità con un album, “Feats Don’t Fail Me Now”, che vende più dei tre precedenti insieme. Si ritorna in tour, non crediate in luoghi alla moda: più spesso in club della provincia infestati di scarafaggi, puttane, hustler, spacciatori e mafiosi locali (celebrati in “Spanish Moon”). Dall’angolazione sarcastica di Lowell è il salto da “migliore band sconosciuta d’America” a “band conosciuta di terza o seconda categoria”.

È il 1974. Gli anni successivi escono “Last Record Album” e “Time Loves A Hero”, che sarà l’ultimo con Lowell: il suono del gruppo – trainato soprattutto da Payne e Barrere – ha preso una deriva vicina al jazz rock, e a Lowell sembra una cosa assurda. Quando in tv Payne entra in una jam coi Weather Report e ci mette dentro “Day At Dog Races”, molto simil-Weather, Lowell sentenzia: «Sono scappato. Era imbarazzante».

Quando l’ho chiesto a Hayward, non ne era troppo convinto. Direzione diversa? «Non più di quanto lo siano le canzoni di Lowell senza di noi» sogghigna, «del resto questo gruppo è una stella senza punte. Nel mezzo di un country & western ci infiliamo un sofisticato rock’n’roll urbano, un dixie alla New Orleans… Ci piace suonare di tutto. L’album dal vivo lo chiarirà meglio: se vuoi percorrere tutto lo spettro devi ascoltarti tutti i dischi. Ma, nel live, diciamo che c’è tutto in ogni canzone». 

Quindi, poco prima che quella versione dei Feat imploda, esce “Waiting For Columbus”: ennesima copertina disegnata da Neon Park, quel surrealista ormai membro onorario della band, con le sue copertine colorate, assurde, stralunate: una pomodorina che aspetta Colombo, deliziosamente sdraiata su un’amaca (due cose che erano sconosciute gli europei).

Registrato prima al Rainbow di Londra e poi al Lisner Auditorium a Washington nell’agosto del 1977, in origine è un doppio vinile che lascia fuori molti brani che usciranno, finalmente, nella sua versione completa a 2 cd solo vent’anni dopo, ed è tutto quello che speravi. Una promessa mantenuta, l’unica chance – per chi non c’era – di godere fino all’ultima cellula.

Dal vivo i Little Feat sono una powerhouse di potenza e fluidità, una fucina ribollente di ritmi, la slide di Lowell un libro di testo per chi verrà dopo, i loro intrecci strumentali hanno una compattezza e una cattiveria da elevare lo spirito e pure i piedi (grandi o piccoli che siano). I brani che sai a memoria sono quelli e non lo sono più: strecciati, dilatati, rigirati, potenziati dalla sezione fiati dei Tower Of Power, resi incandescenti da un pubblico carico quanto loro

A disposizione ci sono sette anni di materiale fra cui scegliere, il risultato è una cavalcata da lasciarti senza fiato fra ballate (poche), rythm’n’blues così funky che neanche Dr. John e i Meters (i padri del funk della città del sole nascente); intermezzi scherzosi, tipo Don’t Bogart That Joint («non fregarti quella canna»), e blues da pelarti vivo, e più in generale questa loro capacità di cambiare marcia: dal funk lento, a velocità da crociera, passano di colpo a un funk stratosferico così inarrestabile da sperare solo che il guidatore sappia quello che sta facendo. Era la cosa che gli riusciva meglio, decollare a metà pezzo, in questo nessuno li ha mai più superati.

Si parte con un trittico memorabile, uno di quelli che ti chiedi «ma come è possibile che questa band non sia al numero uno in tutte le classifiche del mondo?» (mistero, per me): “Fatman in the Bathtub” è come una jam al Mardi Gras, sei spianato dalla micidiale ritmica di Hayward e Clayton, ti perdi nei giochi di rimbalzo fra le due chitarre e quasi non ti accorgi dei sottilissimi giochi delle tastiere, elettroniche e non, di Payne; “All That You Dream” e “Oh Atlanta” seguono, e ti lasci portare da questa compattissima valanga di suono,  quasi dimenticandoti con quanta follia sono dipinte queste storie che ti portano per localacci di terz’ordine e oziose spiagge tropicali, per rotte di camionisti pieni di erba messicana e sale di concerto piene di pollastrelle Dixie e vogliose rosse di Atlanta.

“Dixie Chicken”, appunto, è l’occasione per una divagazione in terra di Dixieland, si va avanti e indietro fino al jazzato inizio del 900, e poi si torna a picchiare su rullante e seicorde wah wah, in mezzo a giochi di parole, bellezze del Sud e agnelli del Tennessee:

«Ho visto le luci brillanti di Memphis, e il Commodore Hotel
E sotto un lampione ho conosciuto una southern belle
Mi ha portato al fiume, dove ha lanciato il suo incantesimo
E in quel chiar di luna sudista, ha cantato una canzone così bene
Se sarai la mia pollastrella Dixie, sarò il tuo agnello del Tennessee
E potremo camminare insieme giù in Dixieland
Siamo stati in tutti i posti migliori, i miei soldi scorrevano come vino
Poi quel whyskaccio del Sud ha cominciato ad annebbiarmi la mente
E non ricordo le campane della chiesa o i soldi che ho speso
Sulla staccionata bianca e sul lungomare della casa ai margini della città,
Ma gente ricordo l’andamento del suo ritornello
Le notti che abbiamo passato insieme e il modo in cui pronunciava il mio nome
Se sarai la mia pollastrella Dixie, sarò il tuo agnello del Tennesse
E potremo camminare insieme giù in Dixieland…»

Il resto va scoperto, goduto, è un ritorno naturale quando sei in cerca di una musica piena di forza e di sottigliezze insieme, musica che vi farà dimenticare molti dei vostri guai. Perché, come ricorda uno degli ultimi brani di questo tour de force…

«…Se vi piace il country con un boogie beat, è lui l’uomo da incontrare
Se vi piace il suono dei piedi che fanno lo shuffle non c’è nulla di meglio
Se volete sentirvi bene, chiedete consiglio al r’n’r doctor
È solo un paese di campagna ma la gente viene
Da Mobile a Moline da molte miglia in qua
Da Nagadoches a New Orleans
In machine scassate e limousine
Per incontrare il dottore dell’anima, lui sa il fatto suo
Due lauree in be-bop, un master in swing
È il maestro del ritmo, è un rock’n’roll king…»

Strano come nella vita alcuni siano dottori naturali, “doctor of soul” che curano lo spirito dei loro ascoltatori, ma siano pessimi medici di sé stessi. Lowell era uno di questi. Il suo buonumore, il suo humour surreale aveva, in contrasto, quel lato oscuro che molti artisti hanno tatuato sul destino. Lui lo nascondeva in una tutona bianca che teneva a fatica quei 140kg che ormai si doveva portar dietro. Grande e grosso e vulnerabile. Alcool, droghe, eccessi, certamente l’ansia della sua band che non rispondeva più.

Il successo di “Columbus” non è servito a tenerli insieme, e i Feat si sono praticamente sciolti, come da pronostici. Lowell l’estate del ’79 va in tour con una band new orleans-style per il suo primo album solo, “Thanks I’ll Eat It Here”, copertina sempre di Neon, una colazione sull’erba sullo sfondo, con Marlene Dietrich, Dylan e Fidel. Dopo un concerto allo stesso Lisner dove aveva inciso metà di “Columbus” due anni prima, guarda la coincidenza, e dopo un party esagerato, muore nella braccia della moglie Elizabeth.

Niente sentimentalismi e rimpianti, se no non si finisce più, perché se il cuore dell’uomo non ce l’ha fatta, l’artista è stato un grande. I Feat non potevano diventare una band da grandi masse, troppo cool (ma possiamo anche usare fichi) per varcare il confine di coloro che amano qualcosa di più sofisticato, meticcio, ora diremmo anche interrazziale. Rock e jazz, country e r’n’b, funk e southern soul, blues e boogie, serve davvero un ’maestro del ritmo’ per far ribollire nel modo giusto la pentola. E un po’ anche per gustarsela.

I Little Feat dal vivo in quegli anni erano la migliore band americana, e “Waiting For Columbus” uno dei migliori live mai incisi. Classico da isola deserta (che poi, hanno portato la corrente sull’isola? Internet?). Fatevi un favore: se mai vi capitasse di vedere la pomodorina rossa sull’amaca in attesa di Colombo, portatela con voi, ha più succo lei di un’intera piantagione di musica rock degli anni 70.

40 (continua). Qui le altre puntate
La discoteca di Mister Fantasy si sarebbe dovuta chiudere qui, ma dato il successo che ha riscontrato tra i lettori la rubrica continua sotto forma di appuntamento settimanale. Read & Listen

 

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