Colleferro, ItaliaL’omicidio di Willy, la modernità ignorante e noi

Ostentazione, fanatismo, muscoloni, il contesto del pestaggio a morte del povero Monteiro è quello dell’illusione di poter diventare qualcuno costruendosi l’immagine di duro, nel quartiere, in provincia e presto a Roma. Non è fascismo, che è categoria sistemica, ma solo caos e tensione carnale, gomorra & suburra

cherry-laithang, Unsplash

A ben vedere non c’entra neanche il “fascismo” tirato in ballo dai commenti, a meno che non si classifichi “fascista” l’accostamento a tentoni, a naso, al mondo dell’ostentazione, del fanatismo, dei muscoloni, dei selfie con la smorfia da duri veri gomorra&suburra, doppio taglio post-mohicano, arti marziali spaccatutto e inaudite, serate alle mejo disco della zona, la nebbia di “io io io, gli altri manco esistono, non li percepisco, se mi si mettono davanti li scanso, se danno fastidio li stritolo”.

Ma poi, come un’assuefazione accertata, il ritorno precipitoso è sempre verso quell’accumulo caotico d’immagine, di esistenza digitale, comparsate, apparizioni, pollici su, piace piace, sei giusto, migliore, ti invidio. E guarda che conta pure lavorare sul serio, alzarsi la mattina, insomma sgobbare, darsi da fare, trasportare roba pesante, parlare di mettere su un’impresa, forse un negozietto, mica come ossessione, come parte del tutto, eredità dei vecchi, concetti orecchiati, che non escludono il rendersi disponibile per servizi estemporanei, botte, intimidazioni, riscossioni, illeciti, tutto facilitato da quell’immagine per cui, nella zona sei qualcuno – ma domani in tutta la provincia e presto: Roma! – una volta costruita l’immagine, che sarebbe quella che nel XX secolo chiamavano “reputazione”, è fatta, va da sé, arrivano soldi, la stuzzicante, elettrizzante popolarità orizzontale, qualcuno tra i nessuno, gli sguardi quando passi, sospiri, inequivocabilmente di ammirazione.

Che c’entra il fascismo, categoria sistemica, quando qui c’è solo un caos, un’intuizione carnale, una tensione – ecco, soprattutto una tensione a essere così, a diventarci, a faticare per arrivarci, sudare, impegnarsi, per costruirla questa benedetta immagine de paura, che a sua volta è un’impresa, al giorno d’oggi, no? 

Ci si può guadagnare, sfondare, certamente ci si diverte, scoprendo vantaggi perfino inattesi, insomma tutto il tirarsi fuori con classe (è questa la classe, no?) dalla sfortuna d’essere venuti al mondo quaggiù. Che verrebbe voglia d’invitarli a un tour guidato i teorici della riscoperta dei borghi e dei paesini con l’aria pulita, giù da queste parti, dove adesso si dice che alligni il fascismo inconscio spontaneo, frutto del grande vuoto culturale e del grande pieno di voglie senza controllo, non canalizzate né a casa, né in famiglia, né a scuola (che tiritera!), e manco in fabbrica (ma quale fabbrica, non c’è più la fabbrica in questo posto nato su un’unica grande fabbrica). 

Un disordine limitatamente fascistico, in senso tradizionale, ma assai affannato, incacchiato, preoccupato, rabbioso, cieco e sordo, ma comunque contro il mondo ladro, tiene questo posto per gli attributi, valorizza l’assurdo, lascia dilagare l’idiozia, la sopraffazione, un culto dell’istantaneo, un gusto del capo da rimandarsi alle tribù del Lazio arcaico, più che alle arcigne discipline in camicia nera, e poi nemmeno alle angosce suprematiste dei bianchi isterici nell’ultima America cambiata, perché qui l’assestamento razziale s’è effettuato in fretta e con brutalità: chi non è del posto, o sta zitto e fila dritto a testa bassa – rischiando sempre il liscia e busso – oppure s’affilia a chi avanza certe radici non verificate, al massimo un’appartenenza dialettale, anzi, ancor di più, comportamentale, un anti-stile che avrebbe prima terrorizzato e poi affascinato Ted Pohlemus, cercatore di sottoculture brutali, salvo cambiare discorso, quando avesse percepito una sincera aria di sberle. 

Willy, il povero Willy Monteiro, era organico al luogo, con i distinguo del caso, comunque aveva trovato il modo di starci decentemente, di essere parte della cosa, e magari un giorno (vicino, in fretta) di fare il grande salto, chef, food, cucina, stellati, il bel faccino, i modi affabili, potrebbe funzionare, e il progetto va sostenuto, vedi mai che ce la fa. Solo che quei posti, come mille, diecimila d’altri, sono posti complicati, dove stare molto molto allerta, non fare il minimo errore, non rilassarsi, non provocare l’ignoto, non scherzare col fuoco. Botte, risse, punizioni, risarcimenti di sangue fanno parte del movimento, anzi della movida, si respirano nell’aria pericolosa, che se ci siete stati avrete annusato praticamente subito. Posti dove sbrigarsi, farsi gli affari propri, non stuzzicare il caso, soprattutto non alzare la temperatura.

Quella certa sera Willy non ha creduto fosse il caso di acconsentire, o di girarsi dall’altra parte ed è finito come peggio non poteva. Poi è diventato un simbolo in tre giorni, e a poterglielo raccontare non ci crederebbe. È stato lui il colpo di vento che ha scatenato la tempesta perfetta, in realtà uguale a cento altre, tutte quelle in cui uno straniero viene massacrato dalla gente del posto, 40 righe in cronaca, nel Lazio, Campania, Lombardia, Veneto, i notiziari locali, no?

Però questa storia era così “serial”, ben scritta, con quel moodboard prefabbricato dagli Instagram e dalle pose dei tipi coinvolti, che ha fatto boom, è diventata scandalo sociale, vettore di crociate inutili, a cominciare da quella contro il fascismo incontrollato a cui va messa la museruola, contro le arti marziali che nelle palestre di provincia diventano officine di mostri, contro le vite marcissime dei killer, almeno in apparenza – attenzione – perché verghiamo sentenze su ciò che loro volevano che si vedesse di loro stessi, di cui sono orgogliosi, quello che gli funziona, li inorgoglisce, quello che dà piacere e soddisfazione come il rombo di un Suv, mica le luci economiche della cucina di casa. 

Questa è Italia 2020, malconcia, come sarebbe Francia o Spagna, perfino gli sciamannati inglesi, i rudi tedeschi, gli algebrici scandinavi: Colleferro è in tutti questi posti, è dappertutto, è la modernità ignorante dilagata – però che c’entrano le razze, qui siamo oltre, oppure molto prima, qui neppure il concetto di razza è definito, è compreso, al massimo c’è il quello di qui e il quello di là, mio e tuo – non tiriamoci dentro Black Lives Matter, osservando quei carabinieri intimiditi, ma pure gratificati dalle telecamere nazionali e poi dalla ricostruzione dei biblici tempi, lentissimi come lumache di paese, che hanno scandito la tragedia. Che alla fine ha ammazzato, per caso o per sfregio, un ragazzo che come ultima cosa ne ha fatta una giusta e terribilmente sbagliata, davanti a quattro balordi ipnotizzati dal crescendo che aspettavano da chissà quando, dall’allinearsi delle occasioni che avevano coltivato, la forza, il branco, il culto del rispetto, il desiderio di supremazia, il disprezzo della normalità e soprattutto le foto, le foto, le foto da spedire al mondo in una notte noiosa.

Tutto era collimato. E allora giù botte. Irresistibile, senza un prima e un dopo, senza uno scrupolo o un timore. Questo è stato il Mondo Mezzo della loro vita, l’attimo fuggente, la connessione esaltata, sferrando un altro calcio ancora, l’ultimo, in quel sacco d’ossa senza più diritti. È andata, facciamoci le foto, postiamole, che stasera c’è l’ispirazione per una grande risata, uno spasso, una roba sciantosa di cui parleranno per anni. 

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