Anima antica in un corpo giovaneIl capolavoro di Amy Winehouse, che faceva della musica la sua auto-terapia

“Back To Black” è la cronaca di un percorso accidentato e doloroso, l’anticipazione di un finale tragico. È il diario di uno spirito posseduto da Dio e dal diavolo insieme. È l’album-icona di una cantante generazionale e talentuosissima, ma anche di una ragazza fragile. Read & Listen

«Amy was a jazz singer», ha commentato alla sua morte Tony Bennett, indimenticabile crooner, uno dei grandi del jazz vocale, che pochi mesi prima l’aveva ospitata in un duetto bellissimo, “Body And Soul”, un incontro fra due grandi, distanziati da 37 anni e un’infinità di esperienze. «Come Ella Fitzgerald», aveva aggiunto. Non un elogio da poco. Nella sua semplicità, le parole di Bennett, le stesse con cui si definiva all’inizio anche Amy, raccontano però un mondo intero.

Quella talentuosissima, e fragilissima, ragazza, «un’anima antica in un corpo giovane», come la definiva Nick Gatfield, presidente della Island, sua casa discografica per soli due album (più uno postumo), voleva essere solo quello. Una cantante di jazz. Era quella la musica che amava, i suoi idoli erano Bennett stesso, Sarah Vaughan, Dinah Washington, le star del jazz vocale. E Thelonius Monk. E Carole King e James Taylor, che stimava e citava come espressione più sincera del cantautorato. E le bad girls del nuovo soul, tipo Sant’n’Pepa e TLC.

Il suo sogno era essere una cantante di jazz in un piccolo locale, magari qualche centinaio di persone davanti.

Quello era il suo mondo, non la cima delle classifiche e i tabloid assetati di sangue. Quello è come si presenta al provino, ancora teenager, un’esperienza in essere da solista con la National Youth Jazz Orchestra, e l’ambizione di scrivere da sola le sue canzoni.

Viene messa sotto contratto dal management di Simon Fuller (l’inventore di X Factor e delle Spice Girls, un errore di settore da cui si libera quasi subito, per non essere confusa con le pop star fabbricate in serie), ed Amy nel giro di poco diventa quella di cui si parla di più nella scena underground londinese.

Una presenza fresca, atipica, diversa dalle star televisive. Canta al Cobden Club, un locale di jazz. Quando alla fine firma per la Island, che anticipa tutti, e nel 2003 esce “Frank”, la direzione è quella: un pop-jazz sofisticato, analogico, co-autrice di tutti i pezzi tranne due cover, nel quale la tecnica jazz si mischia con uno stile “confessionale” autobiografico, sincero fino al nudo dettaglio, che molto deve alla semplicità istantanea della King e delle cantautrici emerse nella scia sua e di Joni Mitchell.

Lei viene da North London, famiglia ebrea. La musica è al centro, a casa Winehouse. La adorata nonna Cynthia, bella, libera (il tatuaggio da pin up sul braccio destro di Amy) è appassionata di musica, è stata anche fidanzata con Ronnie Scott (il cui leggendario Club ancora prospera).

Così anche il padre Mitch, tassista (il tatuaggio sul braccio sinistro). Il quadro si rompe quando a nove anni il divorzio dei suoi la getta in uno stato confuso e ribelle, «era il segnale che potevo fare quello che volevo», si approfitta della madre troppo condiscendente, e va in cerca di emozioni forti.

È una ragazza carina, sorriso pronto con le amiche e voglia di cantare di continuo, che nasconde una personalità molto incasinata, che scrive canzoni «because my head’s fucked up», perché nella mia testa c’è solo un gran casino. Cominciano i suoi disordini alimentari, bulimia e anoressia, che la indeboliranno fatalmente.

Quello che è chiaro è che è in cerca di un uomo forte, quantomeno più forte di lei. L’apertura di “Frank” è “Stronger Than Me”:

Dovresti essere più forte di me
Sei stato qui sette anni più a lungo
Non sai che dovresti essere tu l’uomo?
Perché mi metti sempre ai comandi?
Tutto quello di cui ho bisogno è che
L’uomo sappia reggere il suo ruolo.

“Frank” raccoglie una messe di pareri positivi, le porta premi, riconoscimenti, e accostamenti che vanno da Billie Holiday e Sarah Vaughan a Macy Gray e Lauryn Hill. “Stronger than me” vince l’Ivor Novello Award per canzone dell’anno. È il prologo a un cambio di scena, musicale ed esistenziale.

“Back To Black” è un album con almeno due livelli di lettura. Al primo ascolto, è un eccellente insieme di canzoni, prodotte magnificamente con un’aria retrò, da soul revival, frutto della maestria con cui i due produttori Salaam Rami, afro-americano, e Mick Ronson (il super- produttore del cool pop inglese) ricostruiscono il passato che amano: potrebbe essere un album dei tardi ‘60, a metà fra la Tamla Motown e il soul più verace della Stax, ma non è una copia conforme, piuttosto una versione post-moderna, in cui clima e atmosfera sono simili, ma i suoni e piccole sottigliezze lo rivelano come un lavoro contemporaneo.

E poi, a quei tempi le storie non erano così esplicite, taglienti, auto-esaminatrici. Perché appena si scende sotto la superficie, “Back To Black”, a partire dal titolo, è la cronaca di un percorso accidentato, doloroso, e l’anticipazione di un finale tragico. Che vedrà il suo inevitabile compimento un lustro dopo, ma nel quale ci sono già tutti gli elementi e i prodromi della discesa nel buio che saranno i suoi ultimi anni di vita.

Sono passati tre anni dal debutto, e le influenze sono evidentemente diverse: un passo indietro dal jazz (ma dal vivo le continuerà a cantare jazzate), Amy abbraccia un’altra variante sulla musica black, e un nuovo look. Non è più la ragazza della porta accanto, capelli lunghi un po’ indistinti, abiti da teenager.

L’estetica è presa dai gruppi vocali femminili degli anni ‘50 e ‘60: gli occhi bistrati con quell’ala verso l’alto, alla Cleopatra, lo prende da Ronnie Spector, moglie del super-produttore Phil e la più luminosa delle sue star: dalle Ronettes, ma anche dalle altre girl bands del periodo prende quel cono di capelli (finti, ovviamente) chiamato “beehive”, nido d’api, lo stesso che ha reso famosi i B-52s.

Il look “latino”, trucco pesante, rossetto vistoso, tatuaggi, assortimento di minigonna/shorts e top accoppiati (apparentemente) un po’ alla come viene viene lo copia dalle ragazze locali mentre è andata a lavorare e scrivere con Salaam Rami a Miami. Farà scuola, anche se le varrà un secondo posto fra le ‘donne peggio vestite’ nella classifica annuale 2008 (solo dopo Victoria Beckham).

Si trasferisce di quartiere, va a vivere a Camden Town, la zona bohemienne e artsy di Londra, periferia nord-est ormai inglobata nella City, vita 24×7, mix etnico e un sacco di indie bands, quelle che sei fico finché non hai un contratto.

È lì che, oltre a quell’altro sobrio di Pete Doherty, incontra Blake Fielder-Civil, musicista e operatore video, il bello e dannato che manca come la ciliegina sulla torta preparata dalle circostanze personali di Amy.

Entrambi hanno un’altra storia, poi si mettono insieme fissi (per modo di dire), ed è sturm und drang XXXL condito dalle droghe a cui la introduce: crack, cocaina, eroina. Alla fine, per levarsi la scimmia abbraccerà l’alcool, che le sarà fatale. L’inizio della fine, ma anche materia di un album di una potenza e di una sincerità fuori di ogni ordinario.

È da questi intrecci che Amy comincia a scrivere nuove canzoni, ancora più disarmanti nella loro franchezza, fulminanti nella sua capacità di dettagliare. Un caso da manuale del comporre come auto-terapia se ce n’è uno. Anche perché muore nonna Cynthia, il suo vero riferimento familiare, e la cosa la sventra. Il rapporto profondo e salvifico che ha con la musica è l’unica luce.

Lo scenario è molto diverso da Frank: quello che lì era annunciato, «what is it with men?», qual’è il problema con gli uomini?, qui è allo stadio successivo. Quegli uomini li ha incontrati, ci si è amata e scontrata, e il risultato è una donna ferita, più di prima. E con qualche problema di dipendenza.

Hanno cercato di mandarmi in riabilitazione
Ma io ho detto -no no no…
E se anche papà pensa che dovrei andare in riabilitazione
Non andrò -no no no…
Meglio stare a casa con Ray,
Non c’è nulla che potete insegnarmi
Che non posso imparare da Mr. Hathaway.

Parte così, con quel beat sotto pieno di anni ‘60 e piano elettrico, battiti di mani e tom tom che rullano finché il rullante non prende in mano la situazione, dritti fino alla fine. I fiati sotto che contrappuntano e accarezzano, dietro gli strumenti ci sono i Dap-Kings, la stratosferica band di Sharon Jones, r’n’b delle origini su etichetta Dap Tone, belli da vedere e fantastici da sentire.

La voce di Amy disincantata, quasi scocciata, «ma perché vogliono mandarmi in clinica, macheccazzo, sì sono stata nel nero, ma ora sono tornata, no? Niente farmaci, Ray Charles e Donny Hathaway possono bastare, loro insegnano anima».

Che tenerezza, e che ferita infligge a noi, sapendo tutto col senno di poi: ci sono solitudine e orgoglio, determinazione e fragilità, e voglia di vivere, in una qualche maniera, anche se è quella che ti ucciderà.

A ruota arriva quella che potrebbe essere una sorta di autocerticazione, “You Know I’m No Good”, e sembra che stavolta la ragazzaccia “I told you I was trouble”, te l’avevo detto che ero guai in vista, abbia trovato pane per i suoi denti:

Ti incontro al piano di sotto al bar e sento
Ti sei arrotolato le maniche e la tua tua-shirt col teschio
Mi dici “perché l’hai fatto con lui oggi?”
E mi sniffi via come fossi un Tanquerai gin
Perché tu sei il mio uomo, il mio tipo
Dammi la tua birra e vola

Mi sono imbrogliata da sola
Sapevo che l’avrei fatto
Te l’avevo detto che ero no good…

Il terzo pezzo-chiave di questo viaggio nelle relazioni pericolose, emotivamente fuori controllo, è la title track, beat anni ‘60, potrebbe essere un pezzo delle Shangri-Las, che per quanto bad girls non si sarebbero mai azzardate a cantare qualcosa così:

Non ha lasciato tempo per un rimpianto
Ha tenuto il cazzo a bagno
Con la sua solita scommessa sicura
Io e la mia testa alta
E le mie lacrime asciutte
Continuo senza il mio tipo
Tu sei tornato al tuo solito
Così lontano da quello che abbiamo passato noi
La mia strada è piena di guai
Le mie chanches al minimo
Tornerò nel nero
Ci siamo dati l’addio solo a parole
Io sono morta cento volte
Tu torna da lei e io
Torno nel nero.

Fine della prima facciata, fossimo davvero nell’era d’oro del soul, ed è difficile non rimanere un po’ scossi dal talento e dallo spessore di questa ragazza appena arrivata sulla scena che, come dice Rami, «sembra una cantante di jazz di 65 anni».

Pescando chissà dove nel suo pozzo di emozioni, Amy scrive roba vera, perché «il ricordo non deve essere del clima di quel giorno ma di quel preciso momento, dell’odore del suo collo». È solo al secondo album ma il suo livello di scrittura ha fatto un balzo gigantesco. Non solo testo, perché la musica, che va avanti e indietro nelle decadi come un elastico che ogni tanto getta in pista uno ska, una torch song (Love Is A Losing Game), un Deep Soul del Sud (Some Unholy War, Wake Up Alone), un reggaetto (Just Friends), un Tamla d’annata come neanche le Supremes (Tears On Their Own, o He Can Only Hold Her), un soul swingato (Me & Mr. Jones, con evidente ammiccamento al classico di Billy Paul).

I titoli parlano, le storie di Amy sono quelle delle ragazze che si cacciano nei guai ma che mantengono forte lo spirito, storie di donne in un mondo di punti di vista maschili, o indifferenti al vissuto vero. Ma quello che cambia tutto è la orecchiabilità di queste vicende tranchant, anche cattive: Amy si ritrova in testa alle classifiche, e se da una parte è una vittoria, una rivincita su tutto, dall’altra si apre l’inferno.

Ai tempi del primo disco, quando le avevano chiesto se pensava di diventare famosa, aveva risposto «Non credo, perché la mia musica non è su quella scala. Mi piacerebbe lo fosse. Ma non credo che saprei gestirlo, credo che impazzirei».

Quello che succede dall’uscita di “Back To Black” in poi è la materializzazione della pura più profonda. Il successo è pazzesco, nel 2007 oltre a tutto il resto vince cinque Grammies, incluso miglior disco e interprete. Non è potuta andare a presenziare a New York (positiva a un test anti-droga…), è in collegamento alle tre di mattina da un teatro a Londra. Fra l’emozione e la sorpresa e la gioia rimane a bocca aperta un’eternità, mentre intorno scoppia il festoso finimondo. Alla sua amica del cuore, in lacrime dalla gioia, confida «sì, bello, ma un po’ noioso senza droghe, no?».

Il successo improvviso in quei due anni si intreccia con la storia con Blake che ormai è su tutti i giornali. Paparazzati senza pietà, alternando momenti di insicurezza a gesti di sfacciataggine anche aggressiva, i due diventano carne da macello per un pubblico mai sazio. La prendono in giro i comedians, persino ai talk show e notiziari su entrambe le sponde dell’Oceano.

Il marito viene arrestato per ostruzioni alle indagini e sbattuto dentro, ed è il via – fra interviste in carcere e dichiarazioni a distanza – per un secondo round orrendo. Finirà in divorzio. Amy entra ed esce da periodi sereni, in cui si ripulisce e lavora con Remi e Ronson, ed altri dove ridiventa la caricatura di se stessa, fa spettacoli malferma, dimenticandosi le parole, in Serbia non vuole cantare, viene portata a forza, e si siede sul palco muta.

Le amiche e quelli intorno a lei vedono che non sa gestire tutto questo, dicono «sembra qualcuna che vuol scomparire. Una che non sa come gestire tutto questo. Una a cui non importa più nulla fino al punto di sabotarsi». Passa un lungo periodo nei Caraibi, il padre-manager, a cui la visibilità non dispiace, si porta dietro una troupe tv giusto per non farsi mancare nulla.

Si fidanza anche con un regista inglese, e quando sembra pronta a ripartire di nuovo, come annuncia all’amica una sera, viene trovata la mattina dopo sul letto, immobile. Troppo alcool in un fisico che ha troppo sofferto.

È evidente come non dovesse andare a finir così, la sacrificata del nuovo millennio al club dei 27enni. Amy era il diamante in una generazione avara di grandi talenti femminili di personalità. È stata lei ad aprire la strada per le blue-eyed soul singers femminili del nuovo millennio, da Duffy ad Adele. Una artisticamente pura, consapevole della storia e del valore della musica, capace di essere “alta” e trasversale insieme.

Quella maniera di cantare era straordinaria, con una naturalezza e un’intenzione uniche. Leggera, e insieme piena di pathos. Zigzagando fra i vocaboli e lo scat, sillabe che scivolano una sull’altra, uscendo ed entrando dal significato, come a lasciare aperte anche altre prospettive, significati. Questo, ma anche quello. In pieno accordo con la sua vita, senza freni e inibizioni, a nervi scoperti. “Back To Black” è il diario di un’anima posseduta dal dio dell’arte e dai propri demoni insieme, una Soul Diva punk che ha sfidato, e raccontato, come una vita può entrare e uscire e riprecipitare ‘nel nero’.

46 (continua)Qui le altre puntate.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

K - Linkiesta FictionÈ nata K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova

È nata K – Linkiesta Fiction, una nuova rivista di letteratura curata da Nadia Terranova, finalista al Premio Strega 2019, e dal direttore de Linkiesta Christian Rocca. 

K – Linkiesta Fiction è un volume di 320 pagine disegnato dall’art director Giovanni Cavalleri e arricchito da fotografie di Stefania Zanetti, da un’illustrazione di Maria Corte e da un saggio introduttivo di Nadia Terranova. Il tema del primo numero di K è il sesso. 

K si può preordinare sul sito de Linkiesta a 20 euro più 5 di spese postali oppure acquistare nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco in costante aggiornamento). 

Gli autori che hanno partecipato al primo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:

Camilla Baresani, Jonathan Bazzi, Carolina Capria, Teresa Ciabatti, Benedetta Cibrario, Francesca d’Aloja, Mario Desiati, Annalisa De Simone, Viola Di Grado, Mario Fillioley, Dacia Maraini, Letizia Muratori, Valeria Parrella, Romana Petri, Lidia Ravera, Luca Ricci, Marco Rossari, Yari Selvetella, Elvira Seminara.

Ci sono anche due anteprime di romanzi di Don Winslow e di Maggie O’Farrell in uscita a breve in Italia.

Per acquistare più copie di K, scrivere qui.

20 a copia