I limiti del soft powerPerché c’è un conflitto nel Nagorno Karabakh e cosa (non) sta facendo l’Unione europea

Lo scontro tra Armenia e Azerbaijan sembra destinato a durare. Pesa il coinvolgimento di Russia, alleata di Erevan e Turchia che sostiene Baku. Nonostante la richiesta di aiuto degli armeni, Bruxelles non ha strumenti per convincere le due parti a interrompere le ostilità

VAHAN STEPANYAN / PAN PHOTO / AFP

Il 27 settembre sono ripresi gli scontri tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, un territorio a maggioranza armena appartenente territorialmente a Baku ma resosi de facto indipendente a seguito del crollo dell’Unione sovietica e sostenuto da Erevan.

Entrambi i Paesi nei giorni scorsi hanno dichiarato la legge marziale e al momento le vittime – tra civili e militari – sono più di cento.

Richiami alla pace sono giunti immediatamente da più parti. Marija Pejčinović-Burić, segretaria generale del Consiglio d’Europa, è stata tra le prime a intervenire a chiedere «ai nostri Stati membri, l’Armenia e l’Azerbaigian, di dar prova di responsabilità e di moderazione cessando immediatamente le ostilità». Baku e Erevan fanno infatti parte dell’Organizzazione e al momento della loro adesione, ha ricordato Pejčinović-Burić, «si sono impegnati a risolvere tale conflitto con mezzi pacifici».

Di risoluzione del conflitto per il Nagorno Karabakh – una regione ricca di risorse petrolifere e vicino alla quale passano importanti gasdotti transnazionali – si parla dal 1992, ma a oggi sono stati fatti pochi passi avanti.

Il Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) formato da Francia, Stati Uniti e Russia è riuscito nel 1994 a imporre un cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaijan, ma la mancata firma di un accordo di pace rende perennemente instabili i rapporti fra i due Paesi.

I combattimenti scoppiati a fine settembre sono i secondi registratisi in pochi mesi e sono i più violenti dal 2016, quando circa 200 persone furono uccise in un momento di particolare recrudescenza del conflitto tra i due vicini.

Questa volta però lo scontro tra Erevan e Baku sembra destinato a durare più dei precedenti anche a causa del coinvolgimento di Russia e Turchia: Mosca è alleata dell’Armenia ed entrambi fanno parte del Trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza militare che obbligherebbe la Russia a intervenire in caso di aggressione contro il territorio armeno; Ankara sostiene invece il Governo azero e ha espresso il suo sostegno a difesa degli interessi di Baku.

«Molti degli attori internazionali coinvolti nel conflitto hanno preferito preservare lo status quo sia per trarne dei benefici politici ed economici, sia perché la questione del Nagorno Karabakh ha un potenziale esplosivo molto alto», spiega a Linkiesta Eleonora Tafuro Ambrosetti, ricercatrice presso il Centro Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). «Questa volta, però, l’Azerbaijan vuole approfittare di un sostegno decisamente più risoluto da parte della Turchia per modificare la situazione sul campo e tornare al tavolo dei negoziati da una posizione di maggiore forza».

Il coinvolgimento di Ankara spaventa invece la controparte armena, per questo Erevan ha cercato di coinvolgere maggiormente l’Unione europea in chiave anti-turca chiedendo alla cancelliera Angela Merkel di intervenire contro «l’espansionismo neo-ottomano» del presidente Recep Tayyip Erdogan.

«L’Armenia vuole tenere a bada la Turchia, che ha usato dei toni molto diversi dagli altri attori internazionali e ha sostenuto le rivendicazioni azere», spiega Giorgio Comai, ricercatore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. «Ankara è pronta a uno scontro diplomatico più aperto sulla questione del Nagorno e l’Armenia sta cercando di sfruttare a proprio vantaggio le divergenze tra Unione europea e Turchia».

Bruxelles, nonostante i rapporti commerciali con l’Azerbaijan, non ha infatti il potere negoziale necessario per influire sulla risoluzione del conflitto né per convincere Baku (o Erevan) a interrompere le ostilità.

A pesare sullo scarso peso diplomatico europeo, sottolinea Tafuro Ambrosetti, è la mancanza di interesse tanto dell’Armenia quanto dell’Azerbaijan nei confronti di una maggiore integrazione con l’Unione o degli incentivi economici usati normalmente da Bruxelles come strumento di soft power. «L’Unione europea – dice – non ha ancora un proprio esercito e in un conflitto territoriale come quello per il Nagorno Karabakh l’attrattività del modello europeo non è un elemento sufficiente».

Come evidenzia anche Comai, in questo caso specifico Bruxelles non può neanche ricorrere alle sanzioni o agli incentivi economici: «L’Azerbaijan – che è già ricco – non rinuncerebbe per così poco a una parte del proprio territorio, né l’Armenia alle conquiste fatte fino a oggi».

Le difficoltà di intervento che l’Unione si trova ad affrontare dipendono anche dalle posizioni assunte dai singoli Paesi membri – l’Italia per esempio ha un forte legame commerciale con Baku – e dalla mancanza di una posizione coerente nei confronti degli attori coinvolti.

«Nel caso del conflitto tra la Georgia e le regioni irredentiste di Abkhazia e Ossenzia del Sud – spiega Comai – l’Unione era schierata dalla parte del Governo di Tbilisi e a sostegno dell’integrità territoriale del Paese secondo quanto previsto dal diritto internazionale. Nel caso del Nagorno Karabakh invece questa presa di posizione netta non c’è stata».

Negli Accordi di cooperazione firmati da Bruxelles con entrambe le parti viene infatti riconosciuta sia l’integrità territoriale della Repubblica azera, sia il principio di autodeterminazione dei popoli su cui punta invece l’Armenia.

Secondo Tafuro Ambrosetti, l’Unione per avere un ruolo più determinante nella questione «dovrebbe entrare nel Gruppo di Minsk, dato che la “Politica di vicinato” è uno dei punti fondamentali della politica estera europea. Bruxelles però non ha la possibilità di investire risorse diplomatiche in questo conflitto perché è già occupata con altri dossier che stanno esaurendo le capacità comunitarie».

Ciò che Bruxelles potrebbe fare per superare la propria debolezza strutturale, conclude Comai, è «cercare una maggiore interazione con la Russia e mantenere un canale aperto con gli attori coinvolti nel processo negoziale per trovare un formato più funzionale o dare vigore a quello esistente. Ma difficilmente avrà un ruolo più attivo nel prossimo futuro».

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