Tutti insieme appassionatamenteIl Belgio ha un nuovo governo: è un’accozzaglia anti-sovranista

Dopo l’esecutivo di emergenza di Sophie Wilmès, è il turno del primo ministro Alexander De Croo. Il leader dei liberali dell’Open VLD è ora a capo di un’alleanza trasversale di sette partiti in un Paese sempre più diviso, a partire dallo scontro tra fiamminghi e valloni

(Photo by Francois Walschaerts / AFP)

Proprio quando la saga della formazione di un governo in Belgio sembrava essere diventata più una sitcom che un kolossal (ammesso che qualcuno si fosse mai posto un tale dicotomia esistenziale), ecco che arriva il gran finale di stagione. Dite pure addio all’esasperante tira-e-molla e ai negoziati infiniti che durano da più di un anno e mezzo: adesso il Paese ha un vero governo.

Oltre 650 giorni dopo la caduta, sulla ratifica del Global compact sulle migrazioni, dell’esecutivo presieduto da Charles Michel (l’ultimo nella pienezza dei suoi poteri), quasi 500 giorni dopo le elezioni del 26 maggio 2019 e al termine di una frenetica settimana in cui è successo tutto e il contrario di tutto e si è negoziato costantemente fino a notte fonda, c’è finalmente il nome di un premier. È Alexander De Croo, leader dei liberali fiamminghi dell’Open VLD e ministro delle Finanze uscente.

Era, insieme al socialista vallone del PS Paul Magnette, uno dei due co-formatori indicati da re Filippo il 23 settembre scorso con l’inedita missione congiunta di arrivare al Palazzo entro fine mese con un programma e il nome di un premier fra uno dei due. Il sovrano aveva così deciso di rilanciare l’impresa di formazione di un governo dopo che gli esploratori incaricati di trovare la quadra avevano provato a rimettere il mandato, fiaccati dalle continue incomprensioni nella vasta coalizione.

De Croo guiderà un’alleanza che si compone di sette partiti: trasversale alla frontiera linguistica che divide in due un Belgio sempre più scettico di poter rimanere unito fra neerlandofoni fiamminghi e francofoni valloni, ruota attorno alle famiglie politiche di liberali, socialisti e verdi e ai cristiano-democratici fiamminghi della CD&V (gli omologhi valloni della CDH sono intenzionati a rimanere fra i banchi dell’opposizione per riprendersi dalla batosta elettorale).

I protagonisti preferiscono chiamarla coalizione Vivaldi – facendo leva sull’elevato richiamo al compositore -, ma nei fatti è la coalizione Quattro Stagioni che vi avevamo raccontato già a luglio come piano B nell’arsenale del re per dare un governo federale al litigioso Paese: una maionese anti-sovranista da Mastella a Pecoraro Scanio in salsa belga (ed è bizzarro perché in Belgio, pur essendoci quasi 30 condimenti per le formidabili frites, non esiste una salsa belga).

Il sovrano ha seguito i negoziati molto da vicino – una pratica non frequente per un monarca costituzionale chiamato a ratificare la volontà parlamentare – tradendo anche una certa insofferenza per il protratto stallo. La via maestra percorsa in prima battuta da Filippo passava per un accordo fra i due partiti usciti vincitori dalle elezioni rispettivamente nelle Fiandre (i nazionalisti dell’N-VA) e in Vallonia e nella regione di Bruxelles capitale (il PS di Magnette): tentativo più volte silurato dai socialisti nei mesi scorsi, culminato poi in una missione congiunta in piena estate, e di nuovo naufragato al rientro dalle ferie per l’impossibilità di giungere a un’agenda comune che desse anche a Bruxelles il suo improbabile governo giallo-rosso.

L’obiettivo del re era arrivare a un nuovo governo entro il 17 settembre, data di “scadenza” del semestre di poteri speciali attribuiti dal Parlamento alla premier Sophie Wilmès per la gestione della pandemia (che nel Paese di 11 milioni di abitanti ha fatto ad oggi oltre 10mila morti). Il virus contratto da uno dei due pre-formatori ha però rallentato il processo, insieme al temporaneo veto dei liberali francofoni, che avrebbero visto di buon occhio un nuovo pieno mandato alla loro premier: così il governo Wilmès s’è visto prorogato fino al 1° ottobre.

La prima donna alla guida dell’esecutivo federale in Belgio che aveva sperato in una gattopardesca continuità si prepara però adesso al passaggio di testimone (e a diventare ministra degli Esteri, con una felpata mossa molto democristiana); una staffetta tutta interna alla famiglia liberale belga, finora anche la più abile a usare la politica nazionale per fare un salto di carriera europea. La premiership, fino a oggi nelle mani dei francofoni dell’MR – partito del presidente del Consiglio europeo Charles Michel e del commissario alla Giustizia Didier Reynders – torna all’Open VLD dell’ex premier e guru dei libdem al Parlamento europeo Guy Verhofstadt.

«Finalmente una carica che non aveva già ricoperto il padre prima di lui», ironizza la stampa belga ricordando come Alexander De Croo – 45 anni il prossimo 3 novembre – è un figlio d’arte: anche il padre Herman, oggi 83enne, è stato deputato, ministro, sindaco, presidente del partito e della Camera.

Un fiammingo torna alla guida del governo federale dopo quasi dieci anni (l’ultimo fu Yves Leterme, scalzato proprio da De Croo che gli fece mancare la fiducia): dal 2011 ad oggi si sono succeduti tre premier, tutti valloni. Anche per compensare questo squilibrio, nei negoziati ha da subito prevalso il nome di De Croo su Magnette. Senza contare che i socialisti, primo gruppo della coalizione, puntano a un corposo risarcimento nell’allocazione dei ministeri (15 in tutto: 8 ai fiamminghi e 7 ai valloni), prendendo i portafogli economici e sociali e anche la presidenza della Camera.

Ma De Croo, che ha scritto un libro sul perché anche gli uomini debbano essere femministi e ha voluto la parità di genere nella sua squadra, è pure perfettamente bilingue: una circostanza che nel Paese ha il potere di far decollare le carriere politiche. Averlo alla guida del governo copre l’alleanza sul fianco più debole: quello della rappresentanza politica delle Fiandre. Con l’estromissione dell’N-VA dal tavolo negoziale (al quale non sono mai stati invitati i separatisti di ultra-destra del Vlaams Belang), infatti, i primi due partiti fiamminghi si sono trovati fuori dal governo, ad assistere alla formazione di una composita maggioranza, che in Parlamento gode sì del sostegno di oltre 90 deputati su 150, ma è a trazione francofona (52 eletti a 41).

Questo esecutivo, che resterà in carica fino al 2024, non ha il sostegno della maggioranza delle Fiandre, contributore netto al bilancio del Belgio: un dato non da poco per Bart de Wever, leader dell’N-VA, partito che è alla guida del governo fiammingo insieme a CD&V e Open VLD e ora invita i due partner a riconsiderare l’impegno comune dopo il “tradimento” che si è consumato a Bruxelles. Ma le rappresaglie valgono poco: il governo arcobaleno (sembra quasi il vessillo dell’Unione prodiana) è il nuovo orizzonte della politica belga.

La seduta straordinaria del Parlamento per dare la possibilità al nuovo premier di presentarsi non si tiene, però, oggi, nell’Assemblea belga: l’Aula è troppo piccola per garantire che i 150 deputati possano essere tutti presenti rispettando le regole del distanziamento fisico. Varie opzioni erano allo studio, ma alla fine ha prevalso l’offerta fatta dal Parlamento europeo (il cui emiciclo è attrezzato per ospitare, in tempi normali, oltre 700 eletti). Sarà un derby tra Beethoven e Vivaldi.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta