Ansia di viverePerché il mondo della post-verità ci rende più infelici e rabbiosi

L’eccesso di notizie e la bassa competenza immobilizzano le scelte e impediscono di focalizzare bene i problemi. Il risultato, come spiegano Sergio Sorgi e Francesca Bertè in “Felicità cercasi” (Egea), e il nascere di paure irrazionali, non suffragate dai dati, che arrivano a condizionare l’agire collettivo

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da Wikimedia Commons

Concentriamoci però ora sul contesto, ossia sul campo da gioco collettivo e sulle sue potenzialità nel generare e supportare nel tempo cittadini felici. Iniziamo chiarendo il termine, spesso confuso con quello di ambiente: la parola contesto viene da contextus e significa intessuto, connesso insieme; questo lo differenzia dall’ambiente, che ci è intorno e ci circonda. Ognuno di noi è quindi parte attiva del contesto e con le sue scelte e intenzionalità contribuisce costantemente a trasformarlo, nel bene e nel male.

L’Italia non vanta posizioni di spicco nelle classifiche dei Paesi più felici del mondo, questo lo sappiamo; da tempo il primato va agli scandinavi, e più nello specifico ai danesi, che con la loro «filosofia hygge» si situano tra i popoli più felici al mondo da oltre quarant’anni. Alla base del primato danese visono condizioni culturali, sociali e politiche.

Di certo i danesi hanno una visione lungimirante, rivolta alla pianificazione e alla sostenibilità, un welfare state solido e saggio, una cultura che premia e supporta bambini, donne, studenti e giovani. Questo introduce un elemento sul quale è bene riflettere: la scelta di un welfare forte e la relativa spesa sociale rappresentano un investimento per il benessere di tutti.

Se dai primi anni Settanta la Danimarca è stabilmente ai vertici della classifica, l’Italia si posiziona nelle ultime posizioni sia in termini statici sia in termini dinamici, il che pare contrastare con quell’immaginario collettivo che ci rappresenta come un popolo così immerso nel bello e nei piaceri, da godere di un’elevata qualità di vita. Perché una situazione economicamente, esteticamente e culturalmente così favorevole genera così poca felicità?

Un primo spunto ci viene da alcuni studi inglesi, che fanno luce su un aspetto chiave: l’ansia è nemica della felicità. L’equazione è semplice:

T=h+s+w–a

dove:

T sta per benessere totale h per felicità autoriferita s per soddisfazione per la propria vita w per dignità della propria vita a per ansia.

L’ansia (e i suoi derivati di paura e insicurezza) è una parola chiave della nostra quotidianità, e l’emergenza sanitaria del 2020 ha, se possibile, peggiorato ulteriormente le cose.

Oltre a intaccare il presente, l’ansia mina il futuro e di recente la paura del contagio e la preoccupazione per la propria salute si sono rapidamente sommate ai timori di una caduta economica, personale e familiare. La paura è divenuta così una sorta di «principio regolatore emotivo» con cui convivere.

Già diversi anni fa, durante il World Social Summit sulla paura dei cittadini, i dati italiani mostravano come a Roma il 93,2 per cento dei cittadini dichiarasse di avere delle paure, il 45 per cento di avere almeno una paura molto forte e il 12,2 per cento individuava nella paura il sentimento che meglio descriveva il proprio atteggiamento verso la vita. Le percentuali non erano troppo dissimili da quelle dichiarate dai cittadini di San Paolo, Tokio o Mosca; metropoli, da un punto di vista oggettivo, certamente più pericolose rispetto a Roma. Viviamo in una condizione di ansia generale, immotivata oggettivamente, come vedremo, ma non per questo meno minacciante.

La paura non divampa però da sola; si nutre di dati, di informazioni, di voci e si moltiplica con estrema velocità attraverso persone, profili social, reti di reti. La tendenza quotidiana a sovraesporre dati angoscianti è prerogativa dei media contemporanei e del loro linguaggio, questo lo sappiamo. Inutile farsene un cruccio, molte notizie passano da talk show televisivi basati sugli eccessi di spettacolarizzazione e sul gettare di continuo benzina sopra i fuochi. Vince chi propone immagini cruente o scandalose e chi urla di saper ciò che non sa.

È tuttavia semplicistico attribuire le cause di una sovraesposizione di cattive notizie all’informazione e individuare nel cittadino-utente una vittima di tale scelta editoriale. L’essere umano è sensibile alle paure, e questo genera circoli viziosi e forme di comunicazioni basate sull’eccesso. Si urla più spesso che parlare, si enfatizza dove sarebbe bene mitigare.

Come ben descritto da Ripamonti e Boniforti, stiamo assistendo a una soffusa dittatura dell’ignoranza. «La proliferazione dell’opinionismo alimenta, e nel contempo trae forza, dall’affermarsi di una forma di potere che di recente è stata definita mediocrazia, cioè da figure sociali […] più attente ad assecondare il mainstream che a sviluppare capacità critiche e creatività».

Di conseguenza, l’altro diviene sempre più spesso una minaccia, non si sa più che cosa credere e a chi e inoltre, a aumentare il fastidioso sentimento del «già visto e già sentito», ci sono una coazione a ripetere e una assenza di contenuti inattesi che rendono la comunicazione non comunicante. Restiamo così incollati 24 ore su 24 ai nostri piccoli ed efficientissimi mezzi elettronici, divoriamo informazioni e diventiamo infobesi. Un tempo i nostri genitori attendevano il telegiornale delle 20 per sapere che cosa accadeva nel mondo e vivevano il resto della giornata scordandosi delle paure; oggi non c’è tregua, le news sono istantanee, incessanti, immediatamente reperibili, condivisibili, difficilmente verificabili. Non esistono più precipitazioni ma tempeste, gli acquazzoni sono diventati bombe d’acqua, i calori estivi caldi assassini.

Ma tutta questa paura trova effettivo riscontro nelle statistiche ufficiali? I dati dicono tutt’altro e, come ben sostiene Yuval Noah Harari, per secoli siamo stati assediati da guerre, carestie ed epidemie e oggi possiamo invece permetterci di aspirare all’amortalità, alla felicità e al controllo totale e «divino» sul contesto. Non bisogna tuttavia mai sottovalutare la percezione, e il fatto, che alla paura «di» qualcosa sta subentrando una nuova «paura di avere paura», ossia l’angoscia.

La dimensione sociale-intersoggettiva non nasce da timori reali, ma certo si alimenta di fatiche individuali e questi, a loro volta, dipendono da quei filtri soggettivi che selezionano, tra i tanti accadimenti quotidiani, solo quelli che confermano la propria tesi preesistente. Questa post-verità o veritezza è rilevantissima perché ci spiega quanto dati, statistiche ed evidenze positive possano passare del tutto inosservati se le lenti con le quali guardiamo il mondo filtrano solo alcune frequenze e ne tralasciano, più o meno consapevolmente, altre.

Inoltre, ed è tema di grande attualità politica, le post-verità sono in grado di modificare consenso, atteggiamenti e scelte pubbliche e private. Tra le cause di questi fenomeni diffusi, c’è la corrosione delle grandi narrazioni utopiche, politiche o religiose, che ha lasciato l’individuo solo, isolato e parecchio confuso. Ieri, infatti, essere cattolico, socialista o liberista significava far parte di un pensiero collettivo, un «fiume» narrativo che proteggeva e portava nello stesso luogo (o non luogo). Si era sempre «con», e il pensiero era «on-off», nel senso che si aderiva entusiasticamente alle proposte della propria parte e si reagiva con rabbia a quelle della controparte (politica, aziendale, familiare).

Oggi, con la frammentazione ideologica e la conseguente atomizzazione del «politico», unita a una privatizzazione del sentimento religioso, le responsabilità sono divenute individuali e le sconfitte sono proprie, personali. Il passaggio dalla rabbia collettiva alla vergogna individuale è, in questo senso, potente: se i figli non seguono le nostre indicazioni o siamo licenziati, fino a ieri questo era un problema di tutti, mentre oggi la percezione è quella di inadeguatezza personale: non siamo un buon padre-madre o non siamo accettati dal mondo del lavoro.

Tutto questo, poi, si aggrava per la velocità e impossibilità di conoscenza che si abbinano alle infinite scelte del quotidiano, scelte che inoltre ci appaiono, il più delle volte, irreversibili. Abbiamo il massimo delle possibilità e il minimo delle conoscenze. Scegliere il percorso scolastico per un figlio, il provider elettrico, la casa, un fondo pensione, il condizionatore, il tapparellista, il medico di base ci sembrano decisioni titaniche, che sentiamo di non dover sbagliare ma che intimamente sappiamo che non siamo in grado di fare compiutamente, per mancanza del sapere necessario.

Intanto lo sbatter d’ali della farfalla della complessità modifica il tempo meteorologico a grandi distanze, il che ci coinvolgerebbe poco se la farfalla non si fosse tramutata in dumping commerciale, paghe, diritti e fiscalità d’altri Paesi che rendono i nostri prezzi impraticabili o producono delocalizzazioni e virus che impediscono lo svolgimento delle nostre attività lavorative sine die.

E se un tempo le incertezze si mitigavano affidandoci a professionalità, oggi la sfiducia nelle competenze altrui e il timore di essere in balìa di conflitti di interessi rende difficile anche la scelta di un esperto. Le conseguenze negative di questa sfiducia nei saperi sono tuttavia profonde perché generano l’incauta sensazione che si possa far da sé.

Anche per questo, il tema della qualità dei servizi professionali e dei sistemi capaci di garantire che un lavoro venga fatto a regola d’arte non andrebbero interpretati come gabbie normative ma come sistemi a protezione di un consumatore più prospero e «leggero».

da “Felicità cercasi. Pratiche individuali e collettive”, di Sergio Sorgi e Francesca Bertè, Egea, 2020

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