Sempre controcorrente Addio a Franco Bolelli, l’atleta delle emozioni che non aveva paura del tempo

Lo scrittore milanese aveva 70 anni ed era malato da tempo. Il ricordo intimo di Michele Dalai racconta di un filosofo muscolare e di un incrollabile sostenitore dello slancio vitale, ma anche di un intellettuale finissimo che ha saputo cavalcare le onde più alte e pericolose del pensiero novecentesco

Illustrazione di Francesco Poroli

Il Festival dell’Amore mi era andato di traverso. Non riuscivo a capire come si potesse celebrare sul palco un rito così intimo, complesso, impossibile da inscatolare nella forma scontata di un evento. Ero arrabbiato con Franco e lo raccontavo agli amici comuni, mi prendevo il lusso di ridere di lui e Manuela, lo sfottevo. Mi sembrava melassa senile da cui uno come Franco avrebbe dovuto girare alla larga. Sbagliavo.

Me ne accorgo oggi che cerco di mettere in fila le parole e i pensieri per ricordare una delle persone migliori che io abbia mai incontrato, l’uomo che ha fatto della mia felicità una missione. Della mia e di quella di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e passare del tempo con lui. Ho capito solo dopo quanto per Franco fosse inevitabile parlare e scrivere d’Amore, è stata la fine di un percorso di addizioni e comprensione, la reductio ad unum di ogni teoria sullo slancio vitale.

Amare come misura del tempo, l’architrave di una vita densa come il magma dei suoi pensieri laterali, dei salti di categoria che lo portavano lontano. Per Franco amare è stato inevitabile, per me e per tanti di noi è stato altrettanto inevitabile amarlo. Franco Bolelli non aveva paura del tempo, Franco non è invecchiato.

Correndo alla sua velocità impossibile è stato padre, marito, nonno, amico e fratello minore allo stesso tempo. Un filosofo muscolare, un atleta delle emozioni, un incrollabile sostenitore dello slancio vitale. Così sembra semplice, bellissimo e semplice, ma Franco non lo era.

Ascoltare e capire le complessità altrui è un esercizio di pazienza e immedesimazione, trasformare le vite degli altri in narrazioni epiche è un atto di generosità incondizionata e Franco era un uomo generoso oltre ogni ragionevole aspettativa, ma anche qui le categorie sfumano e si torna al nitore più grande, all’Amore.

Dieci anni fa uscì un libro importante, il suo dialogo a distanza con Lorenzo. Viva Tutto! Si chiamava, si chiama così ed era un viaggio nella luce alla velocità della luce. Dentro a quelle domande, alla capacità di stimolare il processo creativo, alla ricerca ostinata del lato colorato delle cose c’era tutto Franco. Quel libro è un inno ma anche un metodo.

Che fossero saggi, interviste, eventi o anche solo interminabili chiacchiere a quel tavolino del Bar Cucchi, Franco ha sempre scelto i panni dell’altro, ha acceso giornate spente, scavato nelle motivazioni, esploso la bellezza.

Se altruismo e curiosità fossero un culto, se avessero un Gran Sacerdote quello sarebbe Franco Bolelli. Ci sono le cose che so di lui e quelle che sento per lui. Franco forse riderebbe di queste righe, dell’elegia e dell’epitaffio. Farebbe quel gesto buffo con la mano, come per cancellare l’imbarazzo delle lodi.

Mi manca già quel gesto e mi dispero per quest’ultimo mese sospeso, i messaggi di notte, il basket come appiglio a un dialogo normale, la paura e la stanchezza. Ci vorrebbe un po’ di distacco, ci vorrebbe lucidità per scrivere chi è stato Franco e quanto è stato importante per un’intera generazione di creativi e di sportivi, per ricordare ogni cosa fatta, intuita e costruita correndo da fermo, come solo lui sapeva fare.

Franco Bolleli è stato un intellettuale finissimo, sottile, ha saputo cavalcare le onde più alte e pericolose del pensiero novecentesco e trasformarle in un docile rollio, raccontarle come fossero accessibili a tutti, anche a quelli come me. A rendergli merito penserà il tempo, quello che a Franco non faceva paura, quello che mi condanna a ricordare e non vederlo più. Franco ha ispirato tanti di noi con il gigantesco gesto dell’ascolto, del conforto. Ha creduto in me più di quanto non ci abbia mai creduto io, che avesse ragione o torto.

Nell’ottobre del 2002 fui squalificato per sette giornate. Avevo scatenato una rissa in campo e l’avevo continuata fuori. Ero arrabbiato, ferito, stanco. Quando lo raccontai a Franco lui si divertì moltissimo, mi chiese di ripetere da capo e di non omettere alcun dettaglio. Non lo divertiva il gesto violento, anzi. Sapeva del mio dolore di quei giorni, sapeva che quella era una valvola, voleva che ne uscissi con lui, ridendo della stupidità del tutto.

In quelle settimane Franco fu la carezza più grande, ricostruì l’autostima che non avevo, mi raccontò di me perché capissi chi ero. Franco amava lo sberleffo, gli irregolari, amava risalire la corrente, capire gli amici, capire i nemici. Non ho mai conosciuto una persona più capace di amare e a volte è difficile accettare quel dono incondizionato. Oggi perdo un amico meraviglioso, un fratello maggiore, un giocatore di giochi.

Proprio così, un giocatore di giochi, è il modo in cui chiamo mio figlio, l’unico modo che ho per descrivere chi non si risparmia, chi gioca con tutto il cuore. Mi mancherai tantissimo Franco mio, ci mancherai tantissimo.

So che non accetteresti il mio strazio, mi abbracceresti e tenteresti di cambiare questa giornata. E scusa davvero, sull’Amore avevi ragione tu, quello che rischiava di rincoglionirsi sono io, siamo noi. Ti voglio bene, grazie di ogni momento.

VIVA TUTTO!