Prima di Ziggy“Hunky Dory” è il disco manifesto del Bowie-pensiero

Il nome dell’album in slang vuol dire fantastico o tutt’apposto, e immortala un momento felice della storia di David e della prima moglie Angie: innamorati e con un bambino in arrivo. Ma è anche un cofanetto dove la creatività sprizza, dove c’è poca America e tanta Inghilterra. Read & Listen

È il disco di iniziazione al mondo di David Bowie. Vero che è già il terzo album (quello del ’67 per la Deram francamente non lo considera nessuno), ma è come se fosse il primo: è un vero Manifesto del Bowie pensiero, mondo, influenze, ambizioni. Ci sono i semi di tutto quello che verrà, dagli alieni al superuomo, da Dylan/Lou/Andy al Libro Tibetano dei Morti.

Ma il tutto – a differenza di quello che arriverà poi – scritto e interpretato con una leggerezza, una freschezza e uno humour che in carriera non ritroverà più. Un album da cantautore, capace di testi semplici e sorridenti ma anche estremamente complessi, persino esoterici. E, sopra a tutto il resto, un perfetto album pop per i suoi tempi: grandi melodie, ritornelli che ti si appiccicano e non si staccano più, giochi di parole che rimarranno incastonati nella nascente cultura pop.

Non c’è ancora avanguardia, Berlino è lontana, non c’è mitologia rock’n’roll, per Ziggy manca un anno. C’è poca America e tanta Inghilterra, c’è famiglia e non visioni distopiche, tanta musica acustica e niente dance funk. C’è un ragazzo (con i capelli molto lunghi) e non ancora una star.

Ma la creatività sprizza ovunque, orecchiabile e di spessore insieme. È il primo album che gli conferisce un’identità col pubblico, la pietra di partenza per un viaggio di una decina d’anni attraverso una serie di mutazioni – musicali, di stile e di maschere – senza precedenti, e insuperate. A star in the making, dicono. E che stella! La più luminosa degli anni 70.

C’erano una volta le copertine. Quegli oggetti di carta o cartone (inglesi vs americane), di circa 30 cm, 60 aperte, che erano il primo impatto con qualsiasi disco nuovo. Non erano solo un contenitore, l’interfaccia fra te e il vinile, erano il biglietto da visita personale e quello d’ingresso in mondi nuovi. A volte coi testi, a volte con le note di copertina, a volte tuttebianche, vedi Beatles, o tuttenere, vedi il Black Album di Prince, e anche quello era un messaggio.

La mia storia d’amore con Bowie nasce un giorno, di fronte a uno dei pozzetti di 33 giri dentro Città 2000, uno dei miei pusher di vinile d’importazione romani. Tiro fuori questa copertina, ed è drasticamente diversa da tutto. La posa ripresa da una foto di Marlene Dietrich, i capelli colorati biondi lunghi, «chi è questa? o questo?». E soprattutto, cosa canta?

Perché “Space Oddity” era un ricordo da notte dello sbarco sulla luna ormai lontano, più o meno come la somiglianza con quel ragazzo coi capelli ricci e il look da anni 60. E il secondo Lp, “The Man Who Sold The World”, quello con il vestito da donna e la posa alla Paolina Borghese sul divano, in Italia non era stato pubblicato. Dato che però in quegli anni delle copertine ti potevi fidare, ho pensato «strano per strano, prendiamolo».  

“Ancora non so cosa stessi aspettando
E il tempo passava selvaggio
Un milione di vicoli ciechi
E ogni volta che pensavo di avercela fatta
Il sapore non sembrava così dolce
Per cui mi son girato a guardarmi
Ma non son mai riuscito a intravedere
Come gli altri devono vedere the faker
Sono troppo veloce per fare quel test”

“Changes” apre non solo un album, ma una carriera. Allora forse inconsapevolmente, quello che Bowie presenta, col senno di poi è un catalogo di tanti temi che toccherà negli anni. Faker vuol dire più di falsario o di attore, piuttosto finzione, e comunque nel caso di Bowie è il primo avvertimento: sono un mutante, impersonifico un ruolo, i ca-ca-ca-cambiamenti sono la causa ed effetto insieme della missione. La mia musica non sarà il racconto del reale, ma della finzione, della messa in scena della realtà. 

I capelli e gli abiti sono gli stessi di “The Man…”, disegnati da Michael Fish e fotografati da Brian Ward (l’alternativa erano le foto vestito da Sfinge capellona, «non siamo andati avanti. Probabilmente meglio così» disse David, meno male), ma rispetto all’album precedente, “Hunky Dory” è proprio altra cosa, a partire dal titolo, minaccioso e fanta-politico il primo, sorridente il secondo: Hunky Dory in slang vuol dire fantastico o tuttapposto, quella sensazione lì.

Non c’entra nulla con nessun testo, è un titolo scelto all’ultimo, un modo di dire che, però, rende l’idea del clima generale del momento, David e Angie innamorati, bambino in arrivo. Ma anche la musica è una svolta a 90 gradi: “The Man Who Sold The World” è perlopiù un album di hard rock, a volte anche molto hard, fusione di un quasi-metal con testi ricchi di riflessioni esistenziali (che spaziano dalle malattie mentali ad assassini reduci dal Vietnam, computer onniscenti e figure di fantascienza influenzate dai libri di HP Lovecraft).

Per capirci, più Black Sabbath che “Space Oddity”, a partire da un tour de force proto-metal di 8’ che si chiama “Width of a Circle”, dove cita in ordine sparso il poeta libanese Khalil Gibran, Dio, e un mostro (sé stesso). “Changes” invece si apre con piano e orchestra, buona parte delle canzoni sono acustiche, al massimo acustiche + orchestra.

Ha riportato in studio i membri della sua band nata e svanita nel tempo di una stagione, gli Hype, in particolare quello che sarà per alcuni album il suo direttore musicale, Mick Ronson, gran chitarrista e qui anche arrangiatore degli archi. Non c’è durezza, in “Hunky Dory”, ma molte sottigliezze di studio (registrate e prodotte dal suo fido Ken Scott, appena reduce da “All Things Must Pass” di Harrison, dove l’uso delle chitarre acustiche ha fatto scuola).

La futura ritmica degli Spiders From Mars (Mick Woodmansey e Trevor Bolder), è usata con misura, non ce n’è bisogno perché questo è il Bowie-cantautore, e lo stile vocale tranne in un unico caso (“Queen Bitch”) non è r’n’r, ma piuttosto pop-folk singer, e molte di queste canzoni starebbero alla grande in un musical alla Tony Newley.

È un’altra influenza delle tante che Bowie, spugna per antonomasia, assorbirà e che gli lascerà un’impronta per tutta la sua carriera, ma che raramente viene citata.  Anthony Newley, fra i 50 e i 60 è prima pop singer di successo, vince come autore un Grammy nel ’63, scrive con John Barry il tema di “Goldfinger” e poi con la sua partner Lesley Bricusse è autore e interprete di alcuni superclassici teatrali come “Fermate il Mondo, Voglio Scendere” e “The Roar of the Greasepaint, The Smell of The Crowd” (da cui la famosa ‘Feelin’ Good’ ripresa da Nina Simone, Traffic, Michael Bublè e cento altri).

Per non farsi mancare nulla, anche “Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato”. Mike Vernon, il primo produttore di Bowie disse ai tempi che David gli sembrava un piccolo Newley, se invertiamo la clessidra e torniamo indietro di 50-55 anni, la somiglianza di stile vocale fra i due è incredibile. La maniera di Bowie di cantare un po’ declamando, un po’ cantando – esattamente come in un musical – la copia da quest’altro londinese, 15 anni più grande, per il giovane David Jones modello di star eclettica, che spazia dal rock ai musical (e ha pure una moglie glamour, Joan Collins). Lo stile da crooner, da cantattore, non è nativo del rock, ma è una componente chiave dello stile vocale di Bowie, un po’ nascosta ma che riemergerà spesso, e nasce da lì. 

“Life on Mars”, il capolavoro assoluto (la migliore degli anni 70 secondo Pitchfork) è una curiosa connessione con Frank Sinatra (ispirata da Frankie, scrive in copertina): viene incaricato dalla sua società editoriale di tradurre dal francese “Comme D’Habitude”, grande successo di Claude Francois, e ci si mette: la sua versione di chiama “Only Fools Fall In Love”, ma per sua stessa ammissione il risultato è mediocre, scartato.

Un giorno alla radio sente la “My Way” tradotta da Paul Anka (che ne aveva comprato i diritti), e allora per vendicarsi ne scrive una con la stessa sequenza di accordi. Una sequenza, due hit. C’è grande tenerezza per la ragazzina con i capelli da topina a cui mamma ha urlato no! e che il papà ha mandato via, non ha trovato l’amica e si infila in un cinema per vedere un film che ha già visto 10 volte.

Un testo surreale che ha a che fare con la noia e la fuga, “c’è vita su Marte?”, con una melodia da sogno, orchestrazione cinematica lussuriosa e avvolgente, ricamata dal pianoforte di Rick Wakeman (lo stesso piano di Hey Jude e Bohemian Raphsody, copyright Abbey Road Studios): proprio una magia, come ha scritto bene Neil McCormick del Daily Telegraph mettendola al suo primo posto di sempre: «significato difficilmente penetrabile ma che risuona con un significato personale, costringendoti a metterci del tuo per dare un senso all’esperienza, e ti porta poi in un luogo dove risuona una emozione intensa, e individuale». Insomma, non capisco bene di che parli, ma la canto, la sento mia, ed è grandiosa. Succede con tutte le canzoni di cui ci innamoriamo.

In “Oh You Pretty Things” difende e si connette con le nuove generazioni: 

“Guardate i vostri figli,
I loro volti in raggi dorati,
Non illudetevi che appartengano a voi,
Sono l’inizio della una nuova razza
La terra è matrigna
Abbiamo finito le notizie
Gli Homo Sapiens hanno finito il loro scopo
Tutti gli stranieri sono arrivati oggi
E sembra che siano qui per rimanere”.

Parla di un mondo futuro dove i libri saranno ritrovati dai golden ones, gli alieni che stanno arrivando, e si invita a far largo all’Homo Superior, superamento dell’Homo Sapiens. Un concetto derivato da Nietzsche al quale farà continuo riferimento negli anni ’70.

“Quicksand” è una ballata circolare un po’ criptica, molto cerebrale, nella quale cita l’occultista Alister Crowley, il nazista Himmler e Winston Churchill, la Garbo, Homo Sapiens e Superuomini. Bel mix. Una delle canzoni più introspettive, oscure e fascinose di Bowie, piena di simbolismi e accostamenti lisergici, cantata con voce ancora giovanile, sconforto e distacco cosmico, che incede in una atmosfera trasognata, fino a una strofa in cui si cita il Bardo, il passaggio dalla morte alla rinascita nel Libro dei Morti dei Tibetani. Il tutto, fino a una frase esoterica sui limiti della vita terrena, l’impossibilità di conoscere il tutto senza morire. O di morire in vita, come dicono le scuole di meditazione orientali.

“Non sono un profeta o un uomo della pietra
Solo un mortale col potenziale di un superuomo
Continuo a vivere
Sono legato alla logica dell’Homo Sapiens
Non riesco a staccare gli occhi dalla grande salvezza
Della fede del cazzo
Se non ti spiego quello che devi sapere
Me lo racconterai nel prossimo Bardo
Sto affondando nella sabbia mobile del mio pensiero
E non ho più potere
Non credere in te stesso, non ingannarti credendo
La conoscenza viene solo con la liberazione della morte”.

In mezzo a tutto ciò c’è anche il tema famiglia, che credo faccia qui una prima e ultima capatina nella musica di Bowie: Angie e David sono una coppia clamorosa sulla scena londinese, per eccessi e vita stravagante. A sentire gli addetti, ne hanno combinato di ogni (basti dire che al momento della separazione 10 anni dopo, il Tribunale lo affiderà a lui…). Poi arriva Zowie (sintesi di Ziggy e Bowie), e allora il cuore di papà si intenerisce, scrive “Kooks” (folle, picchiatello) e gli dice, in sintesi, benvenuto, ti coccoleremo e tutto il resto, ma sappi che questa famiglia non è proprio come tutte le altre. Facci l’abitudine, auguri:

“Ti ho comprato un libro delle regole
Su cosa dire alla gente
Quando ti prenderanno in giro,
Perché se starai con noi
Sarei parecchio folle pure tu…”.

Ma c’è anche una canzone strana, quella che chiude l’album su una nota diversa: criptica, quasi parole gettate lì per rima, incomprensibile dove il resto è invece molto più leggibile. Bowie racconterà poi che i misteriosi “Bewlay Brothers” sono lui e il fratellastro Terry, e anche questa è una storia poco conosciuta. Terry, primo figlio di Peggy, da un amore di breve durata con un barman francese, ha dieci anni più di David, il figlio concepito poi col marito John Jones. Ragazzo fragile, mai accettato e spesso vessato per essere il figlio della colpa, maturerà psicosi e schizofrenia fino a gettarsi sotto un treno nel 1986.

“Mio fratello sdraiato sulle rocce
Potrebbe essere morto, potrebbe non esserlo, potrebbe essere te”.

Bowie si chiederà a lungo perché il destino ha scelto lui per la grandezza e Terry per la follia, e spesso nei suoi album farà riferimento alle malattie mentali per le quali aveva avuto un ruolo da spettatore in prima fila. Drammatico, ma anche questo è un frammento di famiglia.   

Dopo una prima facciata di livello stratosferico, molto introspettiva ed esistenziale, la seconda contiene la trilogia delle sue influenze americane, in particolare la scena che ruota intorno alla Factory di Warhol: ‘Andy Warhol’ parte con un’immagine surreale:

“Mi piacerebbe farmi una pera di cemento
Essere un cinema
Vestire i miei amici per lo spettacolo
Vederli per quello che veramente sono
Mettere un buco della serratura nella mia mente
Due scellini e si va
Mi piacerebbe essere una galleria d’arte
Mettervi tutti nel mio show”

Poi divaga un po’, quando la fa sentire a Andy questo si alza e se ne va, troppo sarcasmo nelle sue parole. A Lou Reed dedica “Queen Bitch” (la puttana regina), la dida sulla copertina dice «un po’ di Velvet Underground, White Light rimandata con un grazie» ed effettivamente suona come un pezzo dei V.U., l’unico pezzo rock’n’roll del disco e un’anticipazione del suono che si inaugurerà con “Ziggy Stardust”. Presto lo produrrà e “Transformer” ne rilancerà la carriera, ormai al lumicino negli USA.

C’è un po’ di critica – da fan più che da colleg a- anche in “Song For Bob Dylan”, una sorta di invocazione al cantautore a ritrovare il Dylan degli inizi, perché ce n’è bisogno:

“Sei stato dietro a milioni di occhi
E hai detto loro cosa vedevano
Poi abbiamo perso il treno del tuo pensiero
I dipinti sono tutti tuoi
Quando arrivano guai, preferiremmo
Essere spaventati insieme, piuttosto che da soli”.

L’album raccoglie pareri positivi preso le riviste dell’epoca, anche se arriverà in testa alle classifiche solo quando l’anno dopo arriverà il successo spaziale di Ziggy Stardust. “Life On Mars?” arriverà in cima grazie al celeberrimo video nel bianco dipinto di bianco di Mick Rock, girato con look già oltre Ziggy, come uscisse da “Pin Ups”.

Di “Hunky Dory” Bowie ha detto: «Mi ha dato un certo consenso, mi ha dato, per la prima volta, un pubblico, voglio dire gente che viene da me e mi dice “buon album, belle canzoni”. È stato come trovare me stesso, comunicare quello che voglio fare. Ora: che cos’è che voglio veramente fare?».

Di tutto, si potrebbe aggiungere col senno di poi: il futuro sarà di saltare da un Bowie all’altro, come un faker seriale. Ci vorranno altri 40 anni per esplorare tutti i suoi sogni e le sue visioni, una per una. A partire dagli anni 70, epocali, sarà una corsa meravigliosa, incredibilmente creativa e visionaria.

44 (continua)Qui le altre puntate.

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