Exit strategyPer far uscire l’Italia dalla crisi serve un piano europeo di politica industriale

C’è bisogno di una visione sul lungo periodo e integrata con l’Europa che valorizzi i settori trainanti del Paese. In testa il manifatturiero, per il quale bisogna continuare a investire sulla ricerca tecnologica e sull’immagine del made in Italy

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La pandemia ha innescato una grossa crisi in tutti i paesi europei e ha creato problemi in moltissimi settori. Questo ha permesso tuttavia di richiamare l’attenzione su questioni spesso dimenticate o non affrontate con il dovuto interesse, come ad esempio una nuova politica industriale.

In questo settore le cose importanti da fare in questo momento sono due: coordinarci con l’Europa (Next Generation EU) per avere un strategia più ampia, o di lungo periodo, ed evitare di essere troppo dipendenti dall’estero (in particolare la Cina) come la pandemia ha evidenziato. La seconda, ovvero la prima a pari merito, è fare una seria analisi dei settori industriali in una situazione pre-Covid, partendo dai settori di forza e di fragilità del nostro sistema industriale. Qui è opportuno discriminare tra situazioni di debolezza contingenti, che sono state presenti quasi ovunque in questo periodo, e situazioni di debolezza strutturale antecedenti al Covid.

Questo non significa in alcun modo invocare una specializzazione settoriale dell’Italia in alcuni settori (e con un po’ di raziocino dovrebbe essere in quelli che reputiamo rilevanti) ma almeno valorizzare ciò che traina l’economia del Paese. Nel mese di agosto il nostro settore manifatturiero ha visto infatti un grosso rimbalzo superiore alle aspettative, e anche se rappresenta solo il 20% del PIL fa da traino a tutta l’economia e l’export.

Il manifatturiero va valorizzato, continuando nel solco del Piano Industry 4.0 iniziato dall’allora ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda e recentemente ribadito nella sua importanza dal ministro Stefano Patuanelli, ma vanno anche analizzati più in profondità i singoli settori che lo compongono al fine di trovare una strategia di medio-lungo periodo che permanga al variare del colore dei governi. È in gioco il futuro del Paese e non possiamo attendere. Di seguito proviamo a fare un’analisi dei vari settori con l’apporto di dati precisi.

Secondo l’indicatore ISCO elaborato dall’ISTAT negli ultimi rapporti annuali, prima che l’impatto del Covid si manifestasse, i settori più competitivi in Italia con un valore superiore a 100 (valore dell’indice benchmark, che permette di individuare una maggiore competitività) sono i seguenti: la farmaceutica, le bevande, gli autoveicoli, i prodotti petroliferi, i macchinari, la chimica, altri mezzi di trasporto, la gomma, l’elettronica e la carta.

È interessante analizzare, al tempo stesso, come i settori in cui l’Italia è più competitiva (secondo l’indicatore ISCO), si differenzino in base al contenuto di innovazione tecnologica. Il contenuto tecnologico si può valutare in base alla classificazione europea elaborata dall’Eurostat-Ocse. Si può in tal modo osservare il contenuto tecnologico di tutti i nostri settori di punta, prima che il Covid-19 creasse delle turbolenze in ogni campo.

Al gruppo dei settori high-tech appartengono la farmaceutica e la fabbricazione di computer, di prodotti di elettronica e ottica, di apparecchi elettromedicali, di apparecchi di misurazione e di orologi. Tra i settori medium-high tech troviamo la fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, la fabbricazione di prodotti chimici, la fabbricazione di altri mezzi di trasporto. Quanto ai medium-low tech, l’Italia presenta i prodotti petroliferi, la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche e la metallurgia. Tra i settori low tech, invece troviamo altri settori competitivi per l’Italia: le bevande, la fabbricazione di carta e di prodotti di carta e i prodotti in pelle e simili.

Dalla precedente suddivisione dei vari settori più competitivi in Italia, a seconda del contenuto tecnologico, osserviamo come questi siano distribuiti in tutte le quattro categorie, sopracitate, con livelli di tecnologia molto diversi. Ciò implica la necessità di adottare strategie diversificate per potenziare realtà così diverse. Le politiche industriali devono tenere conto di questa asimmetria tecnologica, quindi: per i settori ad alta tecnologia si deve continuare ad attuare politiche di incentivazione alla ricerca, affinché le imprese continuino su un sentiero di investimenti in tecnologia, mentre per i settori a basso contenuto tecnologico (si pensi all’industria delle bevande, della pelletteria o dell’agro-alimentare) è importante puntare su un potenziamento dell’immagine e della qualità del made in Italy.

Esattamente dagli indicatori appare che tra le nostre filiere high-tech forti ci si dovrebbe concentrare su chimica, farmaceutica, gomma e plastica, meccanica, elettromeccanica di precisione; fra quelle medium e low-tech sulla filiera moda e design, l’agro-alimentare e il settore turistico quale importante traino anche delle ultime due filiere citate, anche se non rientra nel manifatturiero.

Il sostegno non è decidere, come nella vecchia ottica top-down (poco attenta alle realtà locali e che ha portato a cancellare per anni la possibilità di pronunciare il termine “politica industriale”), di specializzarsi in alcuni settori e abbandonarne altri, ma è semplicemente la consapevolezza che categorie di settori diversi necessitano di stimoli e supporti differenti. Sostegno alla ricerca per gli high-tech e costruzione di un brand made in Italy trasversale per i low-tech.

Naturalmente si deve puntare sui nostri settori di forza, ma anche su azioni orizzontali a tutti i settori e per tutte le imprese, in cui chiaramente il potenziamento del digitale e la riconversione in tecnologie green sono tra gli obiettivi principali, come già accennato anche in diversi documenti europei, in cui anche per il settore auto, estremamente colpito dalla crisi, si è invocata la necessità di una nuova strategia industriale in Europa. Quindi occorre sfruttare i punti di forza preesistenti e unirli alle trasformazioni che si sono create negli ultimi tempi. Trasformazioni che sono dettate da un’introduzione massiccia delle tecnologie digitali e di infrastrutture con l’obiettivo primario che si pone l’Europa: la sostenibilità.

La pandemia ha messo in evidenza la dipendenza europea da attori stranieri, per questo anche l’Europa ha definito negli ultimi mesi i settori strategici a livello europeo da potenziare. Essi includono gli alimentari, le infrastrutture, la robotica, le reti di comunicazioni 5G, la microelettronica, le nanotecnologie, la tecnologia dei quanti, la farmaceutica, la biomedicina e le biotecnologie. Ciò nell’ambito di un programma di lungo termine di promozione del mercato unico e di rimozione delle barriere al funzionamento dello stesso.

Inoltre proprio da pochissimo, nel Consiglio europeo di venerdì 2 ottobre, i leader dei 27 Stati membri hanno chiesto alla Commissione europea di identificare, ancora una volta, i settori strategici più dipendenti dalle risorse di Cina e Stati Uniti allo scopo di «condurre una politica industriale ambiziosa, proteggersi da pratiche sleali e abusive e garantire reciprocità». C’è quindi spazio per un cambiamento di rotta positivo, il tema è caldo ed è importante che l’Italia usi tutte le sue forze per definire una nuova strategia inquadrata in un disegno europeo più vasto, senza perdere tempo e come priorità assoluta.