Come lei nessuno maiBlue è il capolavoro abbagliante e desolato di Joni Mitchell, la più brava di tutte

Niente come questo album. Al suo quarto lavoro in studio, la cantautrice canadese si mise a nudo in dieci lucide confessioni che ancora oggi rappresentano lo yin e lo yang per qualsiasi cantautore che intenda misurarsi con sé stesso. Read & Listen

“Blue” è un album così sincero e vulnerabile da lasciarti colpito, anche scosso, quanto lo era la giovane donna che lo ha vissuto, scritto e cantato in un’epoca in cui questi dischi non esistevano. La sua unicità e rilevanza è quella di essere un album di una potenza, profondità ed emotività che nessuno, fino a quel momento (farei una eccezione solo per Leonard Cohen) aveva mai avuto il coraggio di incidere. Sicuramente non per un album intero. Uno stargate verso il futuro per tante aspiranti cantautrici (e cantautori) che lo guarderanno come un modello di libertà espressiva. Il messaggio di Joni è: si può parlare di sé stessi, anche in prima persona. Senza inganni, senza filtri, senza rete.

Sono 35’ di ritratti dettagliati, dieci canzoni come altrettanti quadri di una pittrice in cuor suo, “musicista solo per circostanze”, come si è spesso definita. Canzoni senza pelle, nervi e vene allo scoperto, in cui tristezza e gioia, depressione ed entusiasmo, passione e fine della passione, aspirazioni e delusioni sono lì, nude e crude. Come leggere un diario segreto ritrovato per caso, e sfogliarlo trattenendo il respiro.

Canzoni per mettersi a nudo: «Non c’è una sola nota disonesta in tutto l’album. In quel periodo, non avevo difese. Mi sentivo trasparente come il cellophane intorno a un pacchetto di sigarette, (delle amate sigarette…). Mentre registravo le porte erano chiuse a chiave, ero in uno stato mentale che in questa cultura chiamiamo esaurimento nervoso. In Oriente, è quello che si potrebbe chiamare una conversione sciamanica». Tanto che l’amico Kris Kristofferson dopo averlo sentito insieme le disse: «Mio Dio, Joan, salva qualcosa per te stessa».

“Blue” arriva dopo tre album in cui Roberta Joan Anderson, la folksinger venuta dal Nord – un matrimonio fallito a 21 anni con un anonimo folk singer americano, Chuck Mitchell, che le lascerà in dote solo il cognome – è cresciuta a vista d’occhio. I primi ingaggi nei club sulla frontiera fra Canada e USA, prima in duo col marito e poi da sola, la fine annunciata del matrimonio (il ricordo è “I Had A King”, sul primo album) e la discesa giù nel Village a NYC nel 1967.

Le prime canzoni portate in alto da altri: “Urge For Going” (Tom Rush), “Chelsea Morning” e “I Don’t Know Where I Stand” (entrambe sul primo Fairport Convention), “Circle Game” (Buffy St. Marie), “Both Sides Now” (Judy Collins). Il primo album prodotto nel ’68 da David Crosby («le ho lasciate com’erano, senza aggiungere cose innecessarie, e ne sono molto orgoglioso»), rimasto fulminato dopo averla sentita al Gaslight Cafè, in Florida, e suo primo amore “da rock star”, tema sul quale la stampa ricamerà per tutta la carriera. «È brillante e tosta, ha le sue idee, un po’ pazza e incredibilmente talentuosa» disse allora Croz e ancora pensa adesso: «È la migliore songwriter degli ultimi 100 anni, all’altezza di Dylan come poeta, ma musicista molto migliore».

Il secondo “Clouds”, e il trasferimento in California, la creazione dei Crosby Stills Nash nel suo cottage su Laurel Canyon. L’amore con Graham Nash, “Willie”, tratteggiato in filigrana – insieme a tante altre figure, anche femminili – nel terzo “Ladies Of The Canyon”. Che contiene “Big Yellow Taxi” («hanno asfaltato il paradiso e c’hanno messo un parcheggio», canzone ecologista ante-litteram) e si chiude con la più bella ode alla generazione di “Woodstock”, scritta non sul luogo ma in un albergo di NYC guardando i reportage in tv, consigliata dal manager di non rischiare il non-ritorno il giorno dopo per la partecipazione al Dick Cavett show (dove si ritrova con i CSN&Y, tornati in elicottero ancora trasognati dalla notte in compagnia di 500mila persone). Il suo set al Festival di Wight 1970, non esattamente il luogo ideale per una cantautrice delicata e sofisticata, innervosita dall’indifferenza e dal rumore a cui reagisce con orgoglio e rabbia, voce rotta sull’orlo delle lacrime, alla fine portando a casa uno dei concerti più complicati della sua giovane carriera.

Più che un fiore sbocciato, Joni è una stella nascente: la chitarra come le folksinger standard, che è il suo punto di partenza, ma con accordature aperte, diverse, molto personali (nati per sopperire alle difficoltà di movimento delle dita per il suo attacco di polio a nove anni). Il pianoforte come base dolce e solida insieme sulla quale far scalare aereo il suo soprano purissimo. Una voce incantevole che vola altissima ma sa scendere fin nell’intimità, ed ha anche una via di mezzo amichevole, sorridente. Con quel sorriso più timido che sicuro, i lunghi capelli biondi e quegli zigomi alti -discendenza scandinava- non fa fatica a diventare un’icona. È fragile ma indipendente, con una «urge for going», una voglia di andare avanti per la propria strada, di ferro.

Ma non è ancora pronta per l’impatto con quella che definirà «the star making machinery», la nuova popolarità non sa bene come gestirla, «mi sentivo come un uccello in una gabbia dorata», e allora va. In vacanza, in Europa. Nella primavera del 1970, lascia in «our house» Nash, stai sereno Graham, e vola via, in una vacanza che assomiglia tanto a quella delle studentesse americane che scoprono il Vecchio Mondo. Prima in Grecia, poi in Spagna e a Parigi. Fa incontri, flirt, scrive canzoni per Graham e lo molla con un telegramma da Formentera: «Se tieni la sabbia troppo stretta nella mano, ti scivolerà via fra le dita. Love, Joan».

Dall’altra parte del mondo, “quello tranquillo” dei CSN è colpito e affondato, ancora oggi fa fatica a sentire l’album del loro addio. Ma in realtà tutto l’album è la cronistoria incrociata e in alcuni casi sovrapposta di incontri e addii: alcuni divertenti, lasciati indietro per la voglia di continuare a viaggiare o la nostalgia di casa, altri invece amori profondi e addii dolorosi. «L’autopsia più lucida di relazioni romantiche mai messa su disco», è stato scritto. È insieme l’eccitazione dell’innamorarsi e la malinconia, anche la sofferenza, dell’abbandono, e tutto ciò che sta in mezzo.

“All I Want” apre, con il suono del dulcimer Appalachiano, strumento a corde suonato orizzontalmente in grembo, rimediato in Grecia in mancanza di una chitarra, sul quale compone le prime canzoni, e che caratterizzerà l’album e le sue performance live:

«I am on a lonely road And I am travelling
Travelling, travelling, travelling….»

con quel «viaggiando» ripetuto quattro volte, come a ribadire il tema. Un viaggio diverso da quello che farà, solitario e in auto attraverso l’America, con “Hejira”, 1976. Il viaggio di sei anni prima è pieno di personaggi, di luoghi, di incontri. Amori e disillusioni si rincorrono e si intrecciano, Graham e James e Carey.

Quest’ultimo è «the wild red rogue», Cary Raditz, «occhi blu feroci e capelli rossi», lo chef americano che incontra a Creta, quando si unisce a una comune di hippies che vivono in delle caverne vicino a Mattala, e fanno bisbocce al Mermaid Cafè. Fra una bottiglia e un ballo, tutto si brucia in fretta, con “Carey”…

«Il vento soffia dall’Africa
Ieri notte non son riuscita a dormire
È difficile lasciare questo posto
Ma non è la mia vera casa
Forse è passato troppo da quando passeggiavo per le strade
Le mie unghie sono sporche,
Ho il catrame della spiaggia sotto i piedi
Mi mancano i miei lenzuoli di lino bianco e la mia colonia francese alla moda…»

Ricambia destinazione, ci si trasferisce a Parigi, in albergo a vedere in tv le guerriglie studentesche in America «non danno una chance alla pace / era solo il sogno di qualcuno di noi». Carey è ormai alle spalle:

«Oh il Rosso, il red neck Rosso
Cucinava buoni omelette e stufati e avrei potuto anche rimanere con lui
Ma il mio cuore gridava per te
California
Sto tornando a casa…».

Che finale, lei che con il suo soprano pieno di nostalgia e sapendo di averne combinate di ogni, è incerta e seduttiva insieme, «Mi accetterai come sono?» ripetuto una due tre volte farebbe sciogliere qualsiasi persona dotata di un cuore.

Alcune sono per Graham quello rimastoci, in California:

«Il mio vecchio
È il mio sole la mattina
E i fuochi d’artificio alla fine della giornata
È l’accordo più caldo mai sentito
Suona quell’accordo, baby, e rimani
Non abbiamo bisogno di nessun pezzo di carta dal Municipio
Per tenerci uniti e veri
Il mio vecchio tiene lontano i miei blues».

Ma quando Joni ritorna a casa, nell’estate del 1970, nasce la storia d’amore con James Taylor. Fascinoso, bello, e dannato. È una coppia da sogno, sulla superficie, ma sotto il cammino è segnato. James in quel periodo è eroinomane (anche a lui il successo non ha regalato certezze), e Joni cade vittima della sindrome da crocerossina, “io ti salverò”. Per lui c’è “All I Want”, piena di dubbi e di gelosie che si svelano, e di dolori inferti reciprocamente, ma anche di eccitazione e tenerezza:

«…Voglio divertirmi, splendere come il sole
Voglio essere quella che vuoi vedere
Farti a maglia un pullover
Scriverti una lettera d’amore
Voglio farti sentire meglio
Farti sentire libero…».

Ma poi arriva “Blue”, probabilmente l’ultima scritta, che si intona con quel colore di copertina di blu denso, profondo dell’anima, che mi ha sempre condizionato, come se TUTTO il disco fosse di quel colore:

«Blue, le canzoni sono come tatuaggi
Sai che sono già stata per mare
Ancoràmi, o lasciami veleggiare via
Blue, questa è una canzone per te
L’inchiostro di un ago
Sotto la pelle
Uno spazio vuoto da riempire
Ci sono così tanti che stanno affondando, adesso
Tu devi continuare a pensare
Che ce la puoi fare, in mezzo a queste onde
Acido, alcool e culo
Aghi, pistole ed erba
E così tante risate, tante risate…»

Ma quel «lots of laughs» non è più quello di «tutto quello che voglio», è di una tristezza inconsolabile. Quella voce rotonda, melodiosa, capace di scalare uno ad uno i gradini delle sue tre ottave, così gioiosa, ora è svanita. Il pozzo è profondo, la risalita non avverrà.

C’è ancora “This Fight Tonight”, volo a planare sulle sabbie e le luci di Las Vegas, un uomo in mente e un presentimento nel cuore, «non dovevo salire su questo volo, stanotte», e “River”, ennesima metafora della fuga, questa volta pattinando via sui fiumi ghiacciati del Nord, ricordo degli anni nel Saskatchewan, con le immagini natalizie di renne e abeti e canti di gioia e pace.

E poi, c’è il capolavoro assoluto, adorato da decine di musicisti che si sono misurati col compito impossibile, da Prince a James Blake, da Diana Krall a Brandi Carlile: “A Case Of You” (forse per Graham, forse Cohen, ma per chiunque sia ne sia orgoglioso) è uno di quei momenti – e ce ne sono tanti, qui dentro – in cui per resistere dovresti farti legare come Ulisse e i suoi quando le sirene alzavano il loro canto. Risento dei passaggi, 50 anni dopo, e capisco bene ma proprio benissimo come Carlo a 18, o qualsiasi romantico senza età, non poteva che soccombere.

Si apre con una battuta, tagliente:

«Appena prima che il nostro amore si perdesse mi hai detto
“sono costante come la stella del Nord”
E io ti ho risposto “costantemente nel buio”, che sarà mai?
Se mi cerchi sono nel bar…»

Ma poi si addolcisce, proprio come il vin santo:

«Ho incontrato una donna
Aveva una bocca come la tua
Conosceva i tuoi demoni e le tue gesta
E mi ha detto “và da lui, e rimani se ci riesci
Ma sii pronta a sanguinare”
Ma tu sei nel mio sangue come il vino santo
Hai un sapore così amaro e così dolce
Potrei bere una cassa di te, tesoro
E riuscirei ancora a stare in piedi».

Ci sono solo due canzoni che sicuramente non parlano di James, di Graham, di Carey e della sua wanderlust. La prima, una folk song cristallina, è un ricordo lontano, intimo, mascherato: “Little Green”, che nessuno a quei tempi poteva pensare fosse autobiografico. È ispirata alla bambina, Kelly Dale, che ha avuto dal boyfriend del liceo nel 1965, e che ha lasciato in adozione non avendo i soldi per mantenerla. Nel 1983 racconterà di questa storia, e di come non aveva voluto mai rivederla, e solo nel ‘97 si ricongiungerà, con emozione e qualche inevitabile problema, con Kilauren, ormai 37 enne e mamma a sua volta. Come ridiventare mamma e nonna insieme. Ma, nel suo stile trasparente, la storia è già tutta lì, scritta con palpabile amarezza:

«Una bambina, con pretese da bambina
Stanca delle bugie che mandi a casa
Quindi firmi tutti i documenti col nome di famiglia
Sei triste e ti dispiace, ma non provi vergogna,
Piccola Verde, che tu abbia un finale felice…»

L’altra chiude la seconda facciata e, giusto per completare il cerchio, è presumibilmente ispirata, con altro nome, dal marito lasciato alle spalle:

«L’ultima volta che ho visto Richard era a Detroit nel ‘68
E mi ha detto che tutti i romantici incontrano lo stesso destino un giorno
Cinici e ubriachi ad annoiare qualcuno in qualche cafè buio
Tu ridi, disse, pensi di essere immune
Guarda i tuoi occhi, sono pieni di luna
Ti piacciono le rose e i baci e gli uomini carini
Quando ti dicono tutte quelle bugie carine
Quando capirai che sono solo bugie carine?»

Sei già dentro, fino al collo e fin dalla prima riga. Li vedi, dentro un cafè buio che si parlano affogando nei ricordi, in un caos calmo di emozioni, un quarto di dollari nel Wurlitzer. Due spiriti e due direzioni ormai lontane.

«Richard si è sposato con una pattinatrice artistica
Le ha comprato una lavapiatti e una caffettiera
E adesso beve a casa di notte, con la tv accesa
Come tutte le luci di casa
Io spegnerò questa dannata candela
Non voglio che nessuno venga al mio tavolo
Non ho niente di cui parlare
Tutti i buoni sognatori passano da queste parti, prima o poi
Nascondendosi dietro la bottiglia, in cafè bui
Solo un bozzolo scuro prima di avere le mie splendide ali e volare via
Solo una fase, questi giorni nei cafè bui»

Struggente, ma anche onesta e fredda nell’osservarsi, come a dire, sto anch’io nella merda, non pensate che siano rose e fiori. Ma non ho nessuna voglia di stare qui, io voglio spiccare il volo. Fragilità e forza, disperazione e orgoglio, sicura che non conta come si cade ma se e come ci si rialza.

“Blue” è la fotografia di un periodo, “una fase” caotica, a volte abbagliante a volte desolata, piena di alti e bassi e alla fine, appunto, da esaurimento. Un anno vissuto pericolosamente, prigioniera dell’illusione romantica, attratta dall’adrenalina che scorre in ogni incontro carico di promesse, frustrata e ferita quando il sogno muore.

Ogni volta pronta a legarsi, ogni volta pronta a fuggire, in proprio o perché costretta. Non a caso, quando alla fine usciranno quei due Lp in cui ognuno in studio – oltreché – ha dato una mano all’altro (“Blue” e “Mud Slide Slim”), Joni sarà così ferita dalla fine della tormentata storia con James che – dopo aver vissuto in studio la catarsi – se ne andrà solitaria nel suo cottage su Vancouver Island a ricuperare se stessa, e portare avanti la sua nuova auto-terapia-su-vinile che si chiamerà ”For The Roses”. Ma non era sola.

Quanti di noi, e soprattutto quante ragazze si sono ritrovate in Joan. Questo disco è stato in quegli anni, e ancora è, un balsamo, sia che vogliate tenervi su, sia che preferiate sprofondare nel blu. Scegliendo di lasciare le canzoni nude come i racconti che scivolano sopra, solo piano e chitarre e dulcimer, Joni ha scelto di dare più rilievo possibile alle parole.

Qui, ogni parola conta. Joni ha il dono della sintesi, dell’immagine che racchiude tutto un film. Fare della propria vulnerabilità la propria spada, invece di sentirla come una debolezza, richiede davvero sciocchezza e follia: «Alcune delle pagine più vitali mai scritte sono le lettere di Van Gogh a Theo: non erano intese per la pubblicazione, e il risultato è una purezza, una vulnerabilità, che spesso manca a qualcosa da pubblicare. Queste canzoni sono lettere private, ma pubblicate. Io scrivevo con il feeling che i miei guai, una volta trasformati in qualcosa di bellissimo, avrebbero trasceso il gossip. Il che era, naturalmente, assolutamente sciocco da parte mia. Complete foolishness on my part».

Essere sciocca, essere folle. Ci sta. Mi ricorda tanto una citazione su come vivere la vita con fame e con follìa. Come innamorarsi di tutto. Come avere una missione nella vita. Quella di credere che, alla fine, l’unica cosa che veramente conta è l’arte. Arte come scopo sopra tutto, come unico rifugio e santuario. L’arte, qualsiasi prezzo si debba pagare.

Questo album è un primo capolavoro, «sole al mattino e fuochi d’artificio di notte», sei stelle su cinque, che apre gli inarrivabili, sontuosi, anni ’70 di Joni Mitchell. Il vecchio Croz aveva ragione. Nessuna, come lei, negli ultimi 100 anni.

43 (continua). Qui le altre puntate.

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