Dentro l’emergenzaCommissione di inchiesta Covid in Lombardia, il diario di un consigliere regionale

Oggi iniziano i lavori degli eletti lombardi incaricati investigare sulla gestione della pandemia nella regione più colpita dal virus. Michele Usuelli, da membro interno, anticipa i temi di cui si tratterà di volta in volta, ponendo le domande fondamentali a cui ancora bisogna trovare risposta

regione lombardia
GIUSEPPE CACACE / AFP

Questo è il primo di una serie di articoli che il consigliere regionale di Più Europa-Radicali in Lombardia Michele Usuelli scriverà sulla commissione di inchiesta Covid in Regione, di cui è membro. Pur non costituendo una cronaca di quanto avviene all’interno delle riunioni (il lavoro della commissione di inchiesta avviene a porte chiuse, salvo eccezioni stabilite dalla commissione stessa), sulla base dell’ordine del giorno Usuelli punta a ripercorrere preventivamente gli eventi salienti che hanno caratterizzato la gestione dell’epidemia sin dalla prima ondata.

Il primo argomento all’ordine del giorno nella Commissione di inchiesta Lombarda sull’emergenza coronavirus di oggi, 26 ottobre, sarà: «Analisi delle competenze istituzionali in materia di profilassi internazionale e pandemica; tale capitolo include un focus dedicato alla lettera dei governatori leghisti e alla risposta del governo sulla quarantena per i bambini che rientravano dalla Cina. In generale una valutazione sulle politiche contenimento contagio per le persone che entrano in Italia».

Credo la prima domanda da porsi sia la seguente: fino a quando le task force governativa e regionale sono rimaste concentrate sul «disporre la sorveglianza attiva con permanenza domiciliare fiduciaria per chi è stato nelle aree a rischio negli ultimi 14 giorni, con obbligo di segnalazione da parte del soggetto interessato alle autorità sanitarie locali» (ordinanza del Ministero della Salute del 21 febbraio 2020), cercando solo il nemico proveniente dall’esterno?

Quanto del lavoro della task force era proiettato a controllare le persone che venivano dalla Cina e dalle aree di crisi con analisi dei report internazionali dell’OMS e studio dell’evoluzione dell’epidemia in Cina, e quanto e da quando si provava a capire anche se il virus fosse già dentro il paese?

Il genoma completo, analizzato in un ospedale pubblico milanese, il Luigi Sacco, è molto simile a quello tedesco.

Quando si scoprì a Codogno il primo contagiato, sia le autorità sanitarie che la narrativa di giornali e tv andarono alla caccia del «paziente zero», del cinese, o di chi era stato di recente in Cina. La lettera dei quattro governatori leghisti, il 5 Febbraio, dà il via alla battaglia partitica tra regione e governo. Qui finisce subito la collaborazione, in cui si sarebbe dovuto discutere in privato ed esprimersi con un’unica voce. Quanto questa lettera razzista aumenta il livello dispercettivo «verso il nemico esterno», da parte della stampa e della politica?

Retrospettivamente, un articolo scientifico della unità di crisi di Regione Lombardia uscito ai primi di aprile e che ho commentato sul Foglio (“L’articolo scientifico che solleva più di una domanda sulla gestione lombarda dell’emergenza coronavirus” – 07/04/2020), segnala che i primi casi in Lombardia sono dei primi di Gennaio, mentre l’analisi delle acque trovava il coronavirus già presente in regione a Novembre 2019.

Come funziona a livello regionale e nazionale il servizio di prevenzione e di sorveglianza epidemiologica? Cosa è e come funziona il Centro Controllo Malattie (CCM) presso il ministero della Salute? Chi ha risparmiato sul CCM negli anni?

Per una analisi di questo argomento mi rivolgerei al Prof. Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e collaboratore OMS con 320 pubblicazioni su riviste scientifiche, al Prof. Gino Cartabellotta, direttore di GIMBE, e ad Americo Cicchetti, docente all’università Cattolica e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS).

Serve trovare ed audire medici lombardi che già a gennaio avevano diagnosticato «polmoniti strane» fra i loro pazienti e che hanno cercato di comunicarle verso l’alto. Servono dirigenti di ASST e ATS che avevano ricevuto segnalazioni e che a loro volta hanno provato a comunicare. Serve infine audire il vertice della sorveglianza epidemiologica di Regione Lombardia per verificare il merito e la tempistica delle azioni intraprese a riguardo.

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