La seconda ondataLa Lombardia ci sta cascando di nuovo?

Il piano ospedaliero è pronto da giugno: 18 hub con 1550 posti letto in più di prima. In caso di emergenza si potrebbe riattivare la struttura in Fiera a Milano. Ma il tracciamento dei contagi è già saltato e i tempi di attesa per i tamponi si stanno allungando. Nonostante l’assunzione in primavera di oltre ventimila medici, infermieri e altri operatori da parte del ministero della Salute, ne mancano ancora quattro-cinquemila

Tiziana FABI / AFP

In Lombardia si registrano ormai 2000 casi al giorno di coronavirus, di cui oltre mille a Milano e provincia. I tamponi viaggiano sull’ordine dei 20-30mila al giorno. I nuovi ricoverati sono 834 in tutta la regione, 108 in più nelle ultime 24 ore. A questi vanno aggiunti 71 pazienti ricoverati in terapia intensiva. L’apprensione è crescente, e ieri sera il presidente Fontana ha firmato l’ordinanza per strette a partire da oggi su locali e ristoranti (servizio solo al tavolo a partire dalle 18, con chiusura alle 24), sugli sport di contatto, le visite vietate in Rsa e il ritorno alla didattica a distanza alternata per gli studenti più grandi delle superiori. In caso di necessità, ci si è anche detti pronti a riattivare l’ospedale della Fiera: una volta raggiunti i 150 letti occupati nelle terapie intensive, ha detto l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, si riapre.

«Il piano ospedaliero è pronto da giugno: ci sono i 18 ospedali-hub dove abbiamo aggiunto 1.550 posti letto, di cui 150 in terapia intensiva e 400 in sub-intensiva, abbiamo chiesto ad altri 9 ospedali con la pneumologia di creare 300 posti letto Covid e abbiamo predisposto il trasferimento nelle altre strutture dei pazienti entrati per altre patologie», ha dichiarato Gallera.

Perché di nuovo la Lombardia? «Oltre che subdolo, questo virus è dispettoso, si è preoccupato di smentire i famosi scienziati e medici lombardi che parlavano di virus scomparso, sotto controllo, e invece eccolo lì», commenta Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Anaao, il sindacato dei medici. «Non eravamo catastrofisti, ma i dati confermano in modo eclatante il rialzo dei contagi, ci vuole estrema prudenza nella vita quotidiana, responsabilità e serietà».

«Il numero dei contagi attuali si rifletterà a 7 giorni sui ricoveri ospedalieri, quelli di ora fanno riferimento a una settimana fa. Noi come Anaao avevamo lanciato l’allarme quando eravamo ancora a 2-3mila contagi al giorno, ora siamo a 10mila. La mortalità la misureremo fra 2-3 settimane», aggiunge Palermo.

La situazione all’interno degli ospedali non è ancora critica, e per la verità la Lombardia appare più attrezzata rispetto ad altre regioni. «Penso alle regioni meridionali, come la Campania, che come numero di contagi sta soffrendo quanto la Lombardia, ma ha le terapie intensive già sature», osserva Palermo. Ma i tempi per i tamponi nella regione si stanno già allungando, arrivando a diversi giorni di attesa, e la capacità delle Ats di provvedere al tracciamento è già praticamente saltata: «Se si conferma l‘aumento dei casi che abbiamo avuto la scorsa settimana, che è stato del 10-15 per cento al giorno, nel giro dei prossimi dieci giorni rischiamo di non poter più tenere sotto controllo i focolai», ha detto Vittorio Demicheli, direttore sanitario Ats Città metropolitana di Milano.

A contribuire al sovraccarico di lavoro delle ATS, anche il gran numero di test eseguiti sui bambini: al netto dei malanni di stagione, che hanno sintomi molto simili a quelli del coronavirus, l’aumento esponenziale delle richieste di tampone da parte dei pediatri ha contribuito a rallentare il sistema. Colpa soprattutto di un divieto, imposto fino a una decina di giorni fa dalla regione, di far visitare ai medici i bambini di persona. A sollevare il problema era stato nelle scorse settimane Michele Usuelli, medico neonatologo e consigliere regionale di Più Europa-Radicali, il quale ha ottenuto la rimozione di questa limitazione.

Eppure, le scuole appaiono sicure dal punto di vista della diffusione del virus, mentre più spesso il contagio avviene in famiglia e tra amici. L’impegno al momento dovrebbe essere quindi di scongiurare il più possibile l’aumento dei contagi anche fra i contatti personali. E se è ancora presto per sapere quanto preparata sia la Lombardia per far fronte ai casi in crescita, su scala nazionale gli ospedali non sono al momento attrezzati per un’esplosione di contagi, sia in termini di risorse tecniche che di operatori.

Lo scontro al momento è proprio sulle terapie intensive: da un lato, nonostante il decreto Rilancio in primavera avesse stanziato fondi per oltre 9mila letti in più fra terapia intensiva subintensiva, è solo a ottobre che è stata lanciata una gara lampo di tre giorni, dal 9 al 12 ottobre, per rafforzare gli ospedali del territorio. Mentre dall’altra parte è lo stesso commissario Domenico Arcuri a puntare il dito contro le regioni, sostenendo che nonostante l’invio di 4mila ventilatori polmonari, «dovevamo avere altri 1.600 posti che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attivi».

Meno discussa, ma altrettanto problematica, è poi la questione del personale: nonostante l’assunzione in primavera di oltre 20mila fra medici, infermieri e altri operatori da parte del ministero della Salute, all’appello «mancano ancora almeno 4-5mila medici», dice Palermo. Considerando che servono «un medico ogni 6 posti letto, e per ogni 2 posti letto un infermiere», il reperimento delle risorse umane è di vitale importanza. «Se letti e respiratori si possono acquistare il personale non si può creare, e tale mancanza è risultata fondamentale nella difficile gestione della prima ondata», ha osservato Mario Riccio, primario di rianimazione a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni. Per questo «occorre innanzitutto sospendere in alcune aree tutte quelle attività non urgenti e coinvolgere nel settore pubblico anche il personale delle strutture convenzionate minori spostandolo nei reparti Covid, cose non avvenute in primavera quando il sistema è andato al collasso».

È il caso anche dell’ospedale della Fiera, che nonostante tutte le attrezzature pronte ancora non saprebbe dove reperire i sanitari. «La platea degli specializzandi negli ultimi due anni di scuola di specialità è di 10mila unità, assumiamo loro a tempo determinato», suggerisce Palermo. «Poi rinforziamo i dipartimenti di igiene e prevenzione, manteniamo gli ospedali unici Covid e cerchiamo di vaccinare più persone possibili contro l’influenza. E poi usiamo il Meccanismo europeo di stabilità».

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