Note di crisiIl 2020 della musica è stato un naufragio, ma sembra che importi solo di Sanremo

Secondo Sergio Cerruti, produttore discografico e presidente dell’Associazione fonografici italiani, la pandemia ha solo reso evidente il ritardo di un Paese che non considera la cultura come un’industria. E per questo sceglie di non investire

Afp

Poco e niente. Dopo mesi di proteste, richieste e petizioni, il comparto della musica in Italia è rimasto al palo. Ci sono state manifestazioni, poi promesse. Ma alla fine di tutto – cioè al momento dei conti – di soldi ne sono arrivati pochi. «Ma non è solo una questione di pandemia. È un problema strutturale, storico», spiega a Linkiesta Sergio Cerruti, produttore discografico, presidente dell’Afi, l’Associazione Fonografici Italiani e vicepresidente di Confindustria Cultura Italia.

«Gli altri Paesi, come la Francia e il Regno Unito hanno stanziato per la cultura cifre importanti: i primi due miliardi di euro, i secondi un miliardo di sterline». In Italia, nel balletto dei decreti estivi «è stato fatto solo uno spezzatino», poche cose, poche idee, pochi risultati, che lasciano affondare o galleggiare un settore «che dovrebbe essere tra i più importanti».

Non è la classica litania sul mondo della musica abbandonato a se stesso. Cerruti sa che lamentarsi è semplice, che lo fanno in tanti e che funziona poco.

Il problema «strutturale» va avanti da tempo, è quello per cui «la tradizione della cultura musicale italiana, che va da Verdi in poi, è trascurata dalla politica». Ma anche quello per cui «gli altri fanno protezionismo e noi no» e soprattutto, quello per cui non si comprende ancora che «la musica è industria». Al ministero per i Beni Culturali manca «una divisione “musica”, mentre ce ne è una per il cinema», e ancora: «Non esiste nemmeno un ufficio di raccordo tra Mibact e ministero per lo Sviluppo economico».

Il tutto anche di fronte a una compagine di governo che, almeno a livello personale, ha una buona cultura musicale, visto che «c’è chi suona la chitarra, chi è stato dj. Alcuni erano vocalist».

A quanto pare, non basta. «È il ritardo italiano. Va detto che il ministro Dario Franceschini ha fatto molto, va lodato. Sono d’accordo anche con quello che ha dichiarato Paolo Gentiloni, attuale commissario europeo all’Economia, che unisce alla cultura il concetto di entertainment», che è già qualcosa.

Un passo in avanti rispetto agli «artisti che fanno divertire» del presidente del Consiglio Giuseppe Conte? «È una frase che attribuisco alla stanchezza, non ad altro», spiega, ma in cui vede risuonare un antico pregiudizio, quello «della musica finanziata per il sollazzo dei signori, la musica che viveva grazie al mecenatismo. Ora è un’industria, ha un indotto»: è un’altra cosa, ma lo si dimentica spesso.

Per Cerruti il problema del comparto discografico italiano è «un problema dell’Italia in generale: quello di non sapere gestire, di non sapere imparare dagli errori e nemmeno dalle storie di successo». Il caso esemplare è quello del ponte di Genova, dove «con poteri straordinari dati al sindaco si è ricostruito a tempo di record: perché non se ne fa un modello anche nel mondo musicale»?

In altre parole: «Il mondo della musica è spezzettato. Ci sono almeno sette associazioni diverse, ognuno vuole un poco di gloria, di visibilità. Il solito narcisismo del settore. Uniti, si riuscirebbe a fare di più e ottenere di più. Ma questo è un Paese dove, per 20 anni, il funzionario che non firmava le carte per fare partire le autorizzazioni ai lavori non rischiava nulla. Un Paese che è rimasto a lungo immobilizzato nei piccoli poteri, spezzettati e locali». Ecco il modello Genova: meno soggetti, più poteri, più azione.

Ma tornando alla realtà, ci sono alcuni bilanci. Prima di tutto, l’estate delle restrizioni è stata molto difficile. «I grossi nomi hanno sospeso i tour. Se lo potevano permettere, hanno fermato tutto».

Alcuni, però, «si sono mossi lo stesso. Hanno fatto piccoli concerti, con squadre ridotte. Un po’ per tenere viva la musica, per dare un messaggio. Un po’ per se stessi, perché avevano bisogno di apparire, di essere al centro dell’attenzione. I musicisti sono egocentrici». Lo dimostra il fatto che, privati di altri palcoscenici, «vogliono tutti andare a Sanremo. Una volta lo schifavano, adesso fanno la fila».

Il Festival, appunto: è ancora lontano, ma ci lavora già. Lo condurrà ancora Amadeus che però sul tema salute e sicurezza è stato perentorio: se a causa del Covid non ci saranno le condizioni per avere il pubblico in sala, allora non si farà nulla.

«Non capisco perché», commenta Cerruti. «Sanremo è uno spettacolo televisivo, ormai. Chi va all’Ariston sono più che altro politici e militari». Vista la situazione, «si poteva provare a sperimentare. Perché non usare la platea per l’orchestra? Sarebbero distanziati e si sfrutterebbe comunque lo spazio, no?».

Proposta avanzata e subito bocciata, ma pazienza. In ogni caso il rischio di fare il Festival, con i contagi in crescita, è alto. «Un focolaio al Festival sarebbe molto grave. C’è una responsabilità sociale da mantenere». Tutto sommato, conclude, «abbiamo spostato le Olimpiadi e gli Europei, non vedo perché dobbiamo tenere a tutti i costi Sanremo».

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