Fuori squadra per un tweetCosì l’Arsenal e la Cina hanno cancellato Mesut Özil

Un lungo articolo del New York Times racconta come il calciatore tedesco sia ormai fuori dal progetto del club londinese: dopo la sua dichiarazione pubblica contro i maltrattamenti della Cina nei confronti dei uiguri dello Xinjiang la dirigenza ha fatto di tutto per non associare la sua immagine a quella del trequartista

Immagine pubblicata su Flickr da 91soccerfan

«Sono profondamente deluso per non essere stato incluso nella lista per la Premier League. Alla firma del contratto nel 2018, ho votato la mia lealtà e alleanza al club che amo, l’Arsenal, e mi rattrista che la cosa non sia stata reciproca. Come ho appena scoperto, la lealtà è merce rara. A Londra mi sento ancora a casa, ho ancora molti buoni amici in questa squadra e sento ancora un buon legame con i tifosi. Continuerò a lottare per le opportunità e non lascerò che la mia ottava stagione all’Arsenal termini così. Posso promettervi che questa decisione difficile non cambierà nulla nel mio approccio: continuerò ad allenarmi al meglio e ogni volta che potrebbe userò la mia voce contro ciò che è disumano e ingiusto».

Nella lettera che Mesut Özil ha scritto ai tifosi dell’Arsenal pochi giorni fa c’è tutta la delusione di un calciatore che non è stato inserito nella lista di giocatori disponibili per le partite campionato, e che con buona probabilità fin quando rimarrà a Londra non scenderà in campo.

Fino a pochi mesi fa Özil sembrava poter far parte del progetto tecnico del nuovo allenatore dell’Arsenal, Mikel Arteta: i due hanno condiviso il campo per tre stagioni con la maglia dei Gunners, si conoscono e sono in buoni rapporti da tempo.

Ma il trequartista tedesco non è più nei progetti societari del club, e oggi somiglia tanto a un corpo estraneo alla squadra: l’Arsenal ha intrapreso un rapido e progressivo percorso di cancellazione di Özil, un processo iniziato un anno fa, spiegano Rory Smith e Tariq Panja in un lungo articolo sul New York Times.

«Tutto è iniziato con un tweet», si legge sul quotidiano americano in riferimento alla pubblica denuncia da parte di Özil sul trattamento che la Cina riserva agli uiguri, minoranza prevalentemente musulmana che abita nella regione dello Xinjiang, e sul silenzio complice del resto del mondo. «Sapeva a cosa andava incontro, in molti l’avevano avvertito delle possibili conseguenze: avrebbe dovuto dimenticarsi i sei milioni di follower sul social cinese Weibo, il suo fan club da 50mila iscritti sarebbe svanito, non avrebbe mai giocato in quel Paese, e avrebbe rischiato di inimicarsi qualsiasi club con una proprietà cinese».

Özil non voleva solo accendere un riflettore sulla questione uigura: «Voleva mettere pressione ai Paesi a maggioranza musulmana – inclusa la Turchia, il cui presidente, Recep Tayyip Erdogan, era stato testimone del matrimonio di Özil – a intervenire. Così ha premuto invio», dice il New York Times.

Il tedesco di origini turche aveva scritto: «I musulmani tacciono. Non sanno che il consenso alla persecuzione è la persecuzione stessa?».

Da quel momento in poi l’Arsenal ha azionato ogni strumento a sua disposizione per allontanare l’immagine del calciatore tedesco dal club. O almeno Özil è convinto che sia così, mentre l’Arsenal è irremovibile sul fatto che non ci sia un legame tra le due cose.

Quel che è certo è che pochi giorni dopo quella dichiarazione la partita dei Gunners contro il Manchester City è stata oscurata in Cina – la Cina è il mercato più grande per la trasmissione dei diritti tv della Premier League all’estero -; l’avatar di Özil è sparito dal videogioco Komani Pro Evolution Soccer; è stato chiuso un forum online dedicato a lui; e cercando il nome del giocatore su internet attraverso i motori di ricerca cinesi da quel momento dava solo un messaggio di errore.

Poi l’Arsenal ha iniziato a prendere i primi provvedimenti interni al club: «I dirigenti hanno esortato Özil a evitare dichiarazioni politiche, o almeno a garantire che evitasse qualsiasi associazione con il club se avesse continuato a farle . Quando il club ha inviato il suo merchandising per celebrare il capodanno cinese, si è assicurato di rimuovere Özil da qualsiasi materiale», dicono Smith e Panja nel loro articolo.

Qui però c’è un cortocircuito. L’Arsenal, così come la Premier League, non sono distanti dai temi sociali. Anzi, soprattutto negli ultimi mesi hanno scelto di essere in prima linea per le proteste iniziate negli Stati Uniti in seguito all’omicidio di George Floyd, e di nuovo negli ultimi giorni hanno lanciato messaggi di solidarietà nei confronti del popolo nigeriano per le violenze della Special Anti-Robbery Squad (Sars).

«Ai nostri fan nigeriani. Vi vediamo. Vi ascoltiamo. Vi sentiamo», ha scritto su Twitter il capitano dei Gunners Pierre-Emerick Aubameyang, messaggio a cui ha fatto seguito anche una dichiarazione del club.

Allora come spiega il New York Times «l’errore di Özil sembra essere non tanto per aver fatto una dichiarazione politica, quanto per aver scelto la questione sbagliata».

I rapporti tra le parti sarebbero poi precipitati durante il lockdown e lo stop dei campionati. L’Arsenal, come molti altri club inglesi ed europei, ha chiesto ai suoi giocatori di accettare un taglio degli stipendi per alleviare la mancanza di liquidità della società: un taglio del 12,5 per cento diventato effettivo a giugno.

In quei giorni Özil era tra i più scettici dello spogliatoio riguardo la proposta del club: «Aveva chiesto alla dirigenza risposte dettagliate su come sarebbero stati utilizzati i soldi risparmiati; se anche il proprietario avrebbe contribuito e se potevano assicurargli che i soldi sarebbero stati usati per aiutare tutti gli altri dipendenti del club», spiegano Smith e Panja.

Özil da quei giorni di giugno non ha più messo piede in campo, e in più ad agosto l’Arsenal ha annunciato di aver risolto i contratti di lavoro di ben 55 uomini dello staff.

A questa storia si aggiunge ancora un ultimo capitolo e riguarda la mascotte della squadra: il dinosauro Gunnersaurus. A inizio ottobre il club ha licenziato l’uomo travestito da simpatico T-Rex, Jerry Quy, uno storico tifoso dei Gunners che lavorava lì da 27 anni.

Özil ovviamente ha colto l’occasione e si è offerto pubblicamente di pagargli lo stipendio ancora per un anno, cioè fino allo scadere del suo contratto con l’Arsenal. Da quella dichiarazione che per il club somiglia tanto a una beffa, una presa in giro, i rapporti sono da considerarsi definitivamente chiusi.

L’Arsenal da alcune sessioni di mercato a questa parte prova a vendere il calciatore, senza esito. Lui non ha accettato nessuna buonuscita: «Alcuni credono che, appena sposatosi e con una figlia piccola, si senta a suo agio a Londra e non voglia trasferirsi. Molti fan pensano che sia semplicemente felice di incassare il suo stipendio multimilionario fino alla scadenza del suo contratto il prossimo anno, contenti di essere pagato per non giocare a calcio», scrive il New York Times.

Oggi Özil non potrebbe essere più lontano dal centro del progetto tecnico, sportivo, societario dell’Arsenal. Ma rimarrà al suo posto almeno fino a gennaio. «Fino ad allora – scrive il quotidiano americano – si trova in esilio: un esilio creato da lui stesso, dal suo club, un esilio che non sembra avere via d’uscita».

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