Segnali di speranzaIl Buchpreis dimostra che la poesia epica è ancora viva e racconta gli eroismi delle donne

Il libro della scrittrice tedesca Anne Weber, intitolato "Annette, ein Heldinnenepos", ha vinto il Deutscher Buchpreis. È la vicenda di Anne Beaumanoir, eroina (concetto che si può usare solo con i versi) della resistenza francese contro i nazisti, Giusta tra le nazioni, anticolonialista. Con la sua vita, è un altro modo per parlare della storia europea

Arne Dedert / dpa/POOL / AFP

Si chiama Anne Beaumanoir, ha combattuto contro i nazisti, ha appoggiato i movimenti anticoloniali algerini, è stata arrestata, è fuggita in Svizzera, ha creduto nel comunismo (per raccogliere poi la certezza della disillusione). Arrivata a 95 anni e ormai ritirata da tempo a vita privatissima, è diventata la protagonista di un libro-poema della scrittrice Anne Weber: si intitola “Annette, ein Heldinnenepos” e ha vinto il premio Buchpreis alla Buchmesse di Francoforte 2020.

Dopo la decisione (a sorpresa) del Nobel per la Letteratura, andato alla poetessa americana Louise Glück, un altro riconoscimento è andato a una donna e, soprattutto, a un’opera in versi. Che racconta, a sua volta, la storia (avventurosa) di un’altra donna.

Si tratta di Anne Beaumanoir, detta Annette: medico, partigiana nella resistenza francese, venne insignita del titolo di Giusto tra le nazioni per aver salvato due ragazzini ebrei a Parigi, andando contro le posizioni del partito, che castigava le missioni di salvataggio non autorizzate. Finita la guerra, si laurea, diventa neurologa e nel 1955 abbandona il partito comunista. A quel punto sposa la causa anti-coloniale, si unisce al movimento algerino FLN (Fronte di liberazione nazionale), viene arrestata (mentre è incinta). Liberata, scappa in Tunisia e continua la battaglia, fino a vincere. Entra nel governo di Ben Bella e poi, dopo il colpo di Stato del 1965, fugge in Svizzera, dove diventa direttrice del dipartimento di neurofisiologia di Ginevra. Poi torna in Francia, ormai priva di illusioni e con tanti ricordi. E una lezione da raccontare.

La raccoglie Anne Weber, scrittrice che lascia la Germania a nemmeno 20 anni nel 1983 per vivere e studiare a Parigi. Traduce dal tedesco e dal francese, scrive romanzi in entrambe le lingue, ma per raccontare la vita di Annette sceglie di usare la madrelingua. Non è un caso, visto che tutto il poema è una raffigurazione della storia franco-tedesca (come hanno notato i giudici del Deutscher Buchpreis), a partire dal loro conflitto. Weber usa la sua lingua per descrivere quelli che una volta sarebbero stati i nemici. E ne ricava una lunga canzone.

La scelta insolita del verso sembra quasi dovuta, in realtà: l’epica è l’unica forma ancora adatta per raccontare storie di eroi (a usare la parola stessa) con dignità letteraria – il concetto stesso è ormai patrimonio dei blockbuster o della cronaca. Ma lei, piuttosto, si serve della leggerezza, anche dell’ironia: come da prassi, in una sorta di proemio racconta l’origine della donna, le sue radici – che rimandano a un vecchio pescatore bretone – fin dai primi anni.

L’approccio è ad ampio raggio: ci sono episodi di vita quotidiana, piccole scene di normalità, e poi vicende di guerra e lunghi excursus sulla storia che avveniva nello sfondo («piccola digressione, scusate»). In più Weber intercala fulminanti passaggi letterari, critiche. Modella la narrazione a suo piacimento, si interrompe e riprende, sorvola e ed entra nel dettaglio. Il verso concede questa libertà.

Tutto il resto è, in sostanza, un inno alle idee, alla pace, alla libertà. Annette è una Giusta tra le nazioni che ha visto tramontare i suoi ideali uno dopo l’altro: dal comunismo si è rivelato «un errore», all’Algeria è diventata una dittatura militare. Ma lei non ha mai ceduto, e ha continuato il suo cammino – affermandosi come medico. Conclude la sua esistenza, ritirata a Dieulefit, nel sud della Francia, quasi fosse un Sisifo felice. Questa è l’immagine scelta da Anne Weber, il più astuto dei mortali condannato a trascinare in eterno un masso lungo una salita. È la condizione umana, almeno quella di chi sposa il proprio dovere.

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