Sign O’ The TimesL’esagerata, pirotecnica e intima cornucopia musicale di Prince, il Mozart di Minneapolis

Il doppio album capolavoro in cui il musicista americano dà sfogo a tutto il suo genio compulsivo. Sintesi eclettica fra peccato e santità, sesso e amore platonico, tentazioni della carne e sublimazione dello spirito, fedeltà e trasgressione, la ricerca dell’amore assoluto e la voglia dionisiaca di divertirsi. Read & Listen

Copertina

“Sign O’ The Times” (col simbolo della pace all’interno della O) è allo stesso tempo sia un “segno dei tempi” esterno, nel senso di 1987, sia il segnale del tempo interiore di Prince, in quel momento, a 28 anni, al suo massimo zenit creativo. A distanza di 5 anni dal grandioso doppio “1999” e a 3 anni dal capolavoro di critica e pubblico “Purple Rain” (13 milioni di copie nei primi dieci anni!) il geniale Mozart di Minneapolis pubblica il capolavoro definitivo.

È un altro doppio album, e come tale – da tradizione consolidata – esagerato, una quantità ed una ecletticità di musica che espande e va oltre la sua già celebrata musicalità e inventiva. 80’ di musica, 16 brani, dal pirotecnico all’intimissimo, nel quale mette in scena tutto il suo mondo, le sue fantasie e i suoi sketch di realtà, a partire dal suo tema di fondo: il sottile equilibrio fra peccato e santità, sesso e amore platonico, tentazioni della carne e sublimazione dello spirito, fedeltà e trasgressione, la ricerca dell’amore assoluto e la sfrenata dionisiaca voglia di fare party “come se fosse l’87”. Farne uno, e poi un altro di party, perché se i tempi sono reganianamente cupi, una buona soluzione può essere ballarli via.

Questa cornucopia, disordinata nella sua diversità, è frutto di una creatività compulsiva extra-ordinaria anche per il piccolo Principe, artista workaholic 24×7. Come dice Susan Rogers, tecnico di studio che lo ha registrato, senza orari, per anni, «Prince o dorme (anche solo un paio di ore a notte) o, se è sveglio, ha uno strumento in mano. E tutto quello che suona deve essere registrato». Nella primavera dell’86 è stato appena finito il suo studio casalingo, e ora può letteralmente uscire dal letto, scendere nel basement, inserire il jack e documentare i suoi sogni.

Se la qualità delle composizioni di Prince è alta – anche i suoi “rivedibili” sono di livello – la quantità è mastodontica. Compongono quel tesoro che è la sua mitologica “vault”, raramente aperta al pubblico nel passato, con regolarità solo adesso che sono cominciate le riedizioni deluxe: non solo i master, ma anche centinaia di inediti con i vari take, duetti e produzioni dei suoi tanti “protetti” (o meglio, “protette”), i live, quelli ufficiali e quelle late night jam che spesso improvvisa a notte fonda per i fortunati nei club della città che ospita il concerto. Mai come a metà degli anni 80, tutto il modus artendi di Prince – musica, produzioni, cinema, video – è un flusso inarrestabile del quale è totalmente, maniacalmente, in controllo, fin nei minimi dettagli.

“Sign O’ The Times” e l’incredibile tour che ne seguirà sono il distillato degli avvenimenti e delle decisioni anche dolorose di un anno in cui, come commenterà il protagonista, «non mi manca niente e nessuno. Gli attaccamenti sono stagnazione», dichiarazione postuma perfettamente adeguata. Perché nonostante l’enorme successo di “Purple Rain”, disco e film, e l’uscita dei successivi “Around The World In A Day”, 1985, e “Parade”, 1986, qualcosa non quadra, e Prince cambia tutto. La timeline è serrata.

È pronto un doppio, “Dream Factory”, in cui lascia abbondante spazio, anche solista, a Wendy & Lisa. Esce il suo film in b/n, “Under The Cherry Moon” (due fratelli truffatori che prendono di mira un’ereditiera, finché uno dei due – Prince, of course – se ne innamora e rivela tutto), non troppo ben accolto da critica e box office. Poi, alla viglia del tour estivo, W&L e il bassista Mark Brown fanno rivendicazioni di vario genere, malumori risolti pro tempore. Il tour parte, e si chiude l’8 settembre in Giappone. Quando alla fine del concerto, Prince spacca sul palco la sua chitarra Symbol, Wendy capisce che una fase è finita per sempre.

Un mese dopo, Prince licenzia tutti tranne Fink (maestro di tastiere) e The Revolution, la band che lo aveva accompagnato nella sua ascesa, viene sciolta. Dentro nuovi musicisti, fra cui alla batteria, quella bellezza, tascabile di stazza esplosiva d’energia, di Sheila E. Incide un nuovo disco con una sorta di alter ego, Camille, «che non è né uomo né donna, né bianca né nera, un fantasma» transgender che racchiude molteplici sensibilità, il disco viene messo in uscita dalla Warner, ma Prince ci ripensa.

Nel frattempo si chiude anche la storia con la fidanzata Susannah Melvoin, sorella gemella di Wendy, a cui solo pochi mesi prima ha proposto di sposarlo. I due album che ha preparato vengono rimessi negli scaffali: Prince si mette al lavoro su un nuovo album, annuncia di avere 320 canzoni finite (Prince non fa provini, quando incide lo fa definitivo, tanto spesso suona tutto lui), ma “Crystal Ball”, triplo, viene bocciato dalla Warner, «due sarebbero meglio, grazie» (verrà pubblicato 11 anni dopo dalla sua NPG Records). «Questa è la stessa gente», commenta, «che direbbe a Mozart che scrive troppe note, o che “Quarto Potere” è troppo lungo». In realtà, Lenny Waronker gli propone solo di scorciare all’essenziale le canzoni ed evitare autoindulgenze, ma Prince a quel punto cambia progetto, e diventa “Sign O’ The Times”.

Da solo o con la nuova band reincide tutto, materiale nuovo e vecchio: alcuni brani li incide per la prima volta, altri li prende dai due album accantonati, per altri ripesca ancora più indietro, addirittura un brano inciso in stile new wave nel ’79, “I Could Never Take The Place Of Your Man”, lei che cerca un rimpiazzo e lui che declina, levando le tastiere e mettendoci chitarre distorte.

Incide, ascolta, decide. Quello che per un qualsiasi motivo non funziona finisce nella sua mitologica “vault”, la cassaforte dove leggenda vuole ci siano ancora oggi un’abbondanza esagerata di inediti. Nella riedizione deluxe appena uscita, finalmente possiamo ascoltarne una quarantina (incluso un pezzo inciso con Miles Davis, fan reciproci che si incontrano), e questo dà l’idea di quale velocità di pensiero spinga avanti Prince: «A volte le idee arrivano così velocemente che devo smettere di fare un brano per iniziarne un altro. Ma non mi dimentico il primo. Se funziona, rimane lì per sempre. È come la verità: ti troverà e ti innalzerà. Se non è giusto, invece, sparirà come la sabbia sulla spiaggia».

Uno di questi è “Sign O’ The Times”, già presente su entrambi gli Lp “accantonati”, ma qui il suo posto in scaletta e l’omaggio del titolo sottolineano la sua centralità. Un manifesto, e per niente gradevole. Un’apertura, una sorta di biglietto d’ingresso, oscuro e apocalittico, ai mala tempora correnti. Spartano, senza nulla di innecessario. Solo un giro indimenticabile di basso, batteria elettronica, un rullante, chitarra e voce. Un funk lento e spezzato, una lotta epica fra il malessere intorno a sé e la speranza dentro:

«In Francia un uomo magro è morto per un grande male dal piccolo nome
Per caso la fidanzata ha incontrato l’ago e presto stessa sorte anche per lei
A casa ci sono ragazzi 17enni e la loro idea di divertimento
È stare in una gang chiamata I Discepoli
Fatti di crack brandeggiando una mitragliatrice.

Hurricane Annie ha fatto saltare il tetto di una chiesa e ha ammazzato quelli dentro
Accendi la tv e ogni storia ti racconta che è morto qualcuno
Una sorella ha ucciso il suo bambino perché non poteva permettersi di nutrirlo
E noi mandiamo gente sulla luna
A settembre mio cugino ha fumato per la prima volta
Ora si fa di eroina, è Giugno.

È sciocco, no?
Quando un razzo esplode e tutti vogliono ancora volare
Ma c’è chi dice che un uomo non è felice davvero se non muore davvero
Perché?».

Quanti perché, quante tragedie personali e pubbliche (anche il tragico lancio dello Shuttle Challenger nell’86) in un testo che insieme alla musica è di un’originalità e potenza clamorose. Forse questa volta dal suo idolo James Brown non ha preso solo il funk senza fine, ma anche messaggi sociali impegnati come “King Heroin”, portando avanti – in modo artistico più compiuto – l’idea che una canzone di denuncia contenga un seme della redenzione. Della speranza. Che arriva, nell’ultima strofa:

«I segnali del tempo ti incasinano la mente
Sbrigati prima che sia troppo tardi
Innamoriamoci, sposiamoci, facciamo un bimbo
Lo chiameremo Nate, se è un maschio».

Sei entrato, e come in un luna park psichedelico precipiti in un vortice di ritmi, stili, generi e atmosfere continuamente diverse, un ottovolante con angoli a 90°, sorprese continue in arrivo. Non è un album a tema, se non forse il percorso di redenzione che va dall’apertura di “Sign O’ The Times” a “The Cross”, più tutto quello che ci sta in mezzo. E in mezzo di cose, di suoni, di mood ce ne stanno parecchi.

Si parte con un r’n’r gioioso e solare (”Play In The Sunshine») per bilanciare subito il mood inizale, e poi si sfreccia lungo infinite variazioni sul doppio binario delle torch songs lente, calde, soul (”Slow Love”, la conclusiva “Adore”) o quelle a tempo medio, alcune jazzate come “The Ballad Of Dorothy Parker” (con citazione, «help me I think I’m falling», di un’altra sua preferita, Joni Mitchell, «dovrebbero insegnarla a scuola, se non altro per il suo valore letterario»), altre più bizzarre, con spruzzo di psichedelìa (”Starfish And Coffee”). Ci sono le funk jams che sprizzano energia, sesso e dancefloor (“Housequake”, “It”, la sensualissima “Hot Thing”, “Forever In My Life” e “It’s Gonna Be A Beautiful Night”, live, ultima apparizione con The Revolution ancora a spingere). In “U Got The Look” Prince comanda e conduce, urletti e piroette, vocine che parlano con sé stesse, che si prendono in giro e fanno la voce fuori campo, mentre lui e lei si seducono (featuring Sheena Easton, altro paramour in arrivo).

Ma questa carica erotica, che Prince sparge ovunque, un po’ per giocare, un po’ sottintendendo esplicitamente s-e-x, non è mai macho né volgare, sempre lì sul confine fra intenzione e fantasia. Il gioco si sublima in “If I Was Your Girlfriend”, solo ritmica e tastiere e voci, capolavoro totale (alla “Little Red Corvette”) che inizia con accenno di marcia nunziale:

«Se fossi la tua amica, mi lasceresti vestirti?
Voglio dire, scegliere i vesti prima che usciamo?
Non che non sapresti farlo da sola
Ma a volte sono queste le cose che significano essere innamorati
Se io fossi la tua unica amica
Correresti da me se qualcuno ti facesse del male
Anche se quel qualcuno fossi io?
A volte strippo su quanto potremmo essere felici insieme».

Originariamente su “Camille”, è un gioco di fantasia, una doppia identità – fidanzato e amica – sessualità incrociate, cantato con una voce trattata (sorta di autotune antelitteram) che in certi momenti sembra la sua, in altri quella della ipotetica “amica”. Sessualità fluide. È uno sketch psico-sessuale delicato e sexy, un po’ innocente un po’ vizioso, che finisce con il dialogo, lui che che la seduce con parole dolci e V.M.: «Mi lasceresti baciarti lì?/sai, lì dove conta/lo farò così bene, berrò ogni goccia/ e poi ti terrò stretta e cercheremo di immaginare/ a cosa assomiglia il silenzio».

«Più che avere a che fare con il sesso, le mie canzoni trattano dell’amore di un umano per un altro. La necessità dell’amore e della sessualità, la libertà di base, l’uguaglianza. Ho paura che queste cose non necessariamente emergono. Il mio problema credo sia che la mia attitude è così sessuale che mette in ombra tutto il resto».

Il terzo brano-chiave è “The Cross”, che cresce da un arpeggio di elettrica indianeggiante, simile alla “The End” dei Doors, trasformandosi in un acid rock brutale, incedere di altre chitarre distorte come se il voodoo child fosse ritornato a musicare l’Apocalisse. Una cassa in quattroquarti gigantesca scandisce l’invito ad accettare il peso e la redenzione della Croce, lo scenario riparte da dove ha lasciato “Sign O’ The Times”, la Fede come salvezza terrena:

«Giorno nero, notte tempestosa
Niente amore, niente speranza in vista
Non piangere, Lui sta arrivando
Non morire senza aver conosciuto la Croce.
Ghetti alla nostra sinistra,
Fiori sulla destra
Ci sarà pane per tutti
Se riusciremo a portare la Croce.

…Abbiamo tutti i nostri problemi
Alcuni grandi, altri sono piccoli
Presto tutti i nostri problemi saranno presi dalla Croce».

Prince porta in sé il dualismo antagonista della tradizione gospel/soul, quella che hanno vissuto tutti i grandi della black: la passione spirituale per il Signore, la passione fisica e istintuale verso la lussuria. La ricerca dell’assoluto e della donna con cui unirsi. Magari, nel caso del piccolo Principe, con quel ghigno ammiccante come solo lui sapeva guardare.

A metà degli anni 80 Prince è il musicista afroamericano più avanti di tutti, in tutti i sensi. Gli zatteroni ben piantati nelle radici, James Brown e Jimi Hendrix in primis, la testa nel futuro, la qualità a livello stellare. Un uomo solo al comando che vive solo per creare, rinchiuso nel laboratorio, in un alone di mistero, privacy assoluta, un vulcano creativo che pesca ovunque, rielabora, rimanda fuori con il suo marchio, suo e solo suo. Rock, r’n’b, soul, jazz, psichedelia, new wave, elettronica, disco (“It’s Gonna Be A Beautiful Night”, ma la battuta è in 2/4, non scivola ma picchia), non manca nulla.

La sua invenzione di usare al posto della battuta classica di batteria un suono, quasi una applicazione pop di un rumore industrial, rimane un trademark assoluto. Ci fanno i dischi ancora oggi. E la naturalezza estrema con cui suona magistralmente quelle seicorde elettrica – custom made con il suo Simbolo – lascia a bocca aperta. Ritmica, solista, scratch, mordida, acida, jazzata, lancinante, lirica, strecciata, distorta, Prince la suona in tutte le maniere, a volte passando da una all’altra in uno schiocco di dita. In controllo di tutto, i suoi musicisti perfettamente comandati, break e contro-break perfettamente a tempo, copione a memoria (il tour richiederà 4 mesi di prove 10 ore al giorno) e libertà di improvvisare sul groove quando il brano – «ice cream!» è la parola d’ordine – muta in una jam.

L’unico paragone possibile, per eclettismo e densità di contenuto, può essere “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, altro doppio 11 anni prima, quando Prince aveva appena iniziato: la versione – non vietata ai minori – dell’all black, anche lì influenze che arrivano da dovunque, vanno nel frullatore, si ricombinano e ripartono. Non a caso: James, Jimi, Stevie > Prince. La linea della genialità della black music nelle decadi 60-70-80. Dopo arriverà l’hip hop, il rap, e la musica e le star saranno diverse. Qui la star è lui, e questa grand bouffe, non solo un’esperienza mentale ma anche fisica, è uno dei monumenti alla creatività degli anni 80.

È appena uscita la versione “monumento storico” di “Sign O’ The Times”: il doppio originale remixato più uno di vari edit, 3 cd di inediti dalla “vault“, due di un live del tour 1987, e il dvd dello show di mezzanotte ‘87/’88 nei suoi studi Paisley Park appena inaugurati. Soprattutto i live sono pazzeschi. Quello show io lo ricordo molto bene, nella mia top5 di tutti i tempi. Palatrussardi, in piedi a metà platea, maglietta pesca di ordinanza, passa di corsa uno dell’organizzazione (chi eri? posso abbracciarti?) prende me e Valentina «venite con me!» e ci porta fino a due sedie vuote. In prima fila, al centro, esattamente mentre parte, a volume tridimensionale, la migliore soul revue della decade, l’ultimo album + il meglio dei precedenti. Buio, in controluce Prince e Cat, la sua supersexy ballerina, fisicità bionica. Uno di quei sogni che non osi sognare, ma speri un giorno di vivere.

Ecco, è arrivato, chi se lo scorda più. Non posso prendervi per mano e correre verso il palco, ma (se mettete da parte un bel gruzzoletto) risentendo e soprattutto rivedendo il film del concerto (esiste anche un dvd con la versione cinematografica, incisa in un altro concerto, con sketch fra le canzoni) capirete meglio di qualsiasi recensione cosa cos’era Prince nel 1987. Quanto la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto, perché nessuno ha mai più fatto spettacoli così (se non lui stesso). Il comunicato dello scioglimento di The Revolution citava una frase di Joni Mitchell (che parla anche un po’ per se stessa): «È un artista che si spinge continuamente avanti. Le sue motivazioni sono crescita e sperimentazione, e non formula e hits». Nel suo momento più alto, Prince è stato davvero un piccolo Mozart, strabordante e senza limiti nella sua creatività.

45 (continua)Qui le altre puntate.

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