Minoranza silenziosaL’America sta cambiando e se i conservatori vogliono sopravvivere devono liberarsi di Trump

Una questione fisiologica, legata alla demografia, muta il volto degli Stati Uniti a favore del partito democratico. Come spiega il professor Giuseppe Mammarella in “Dove va l’America” (Il Mulino), per evitare di essere messo ai margini, i repubblicani devono rinunciare alle politiche più estreme e tornare su posizioni più moderate

MANDEL NGAN / AFP

Ma c’è un nuovo elemento, questo più inquietante, che sta emergendo dalle ricerche dei politologi. I conservatori americani guardano con apprensione al futuro del paese. Secondo analisti e politologi per via dei cambiamenti demografici a cui si aggiungono quelli prodotti dalla globalizzazione e dalla crescita delle disuguaglianze di reddito e di censo, il partito democratico è destinato a diventare largamente e stabilmente maggioritario.

Nel 1969 usciva un libro di Kevin Philipps, che ricevette grande attenzione, “The Emerging Republican Majority”. Era l’anno in cui un repubblicano, Richard Nixon, arrivava alla Casa Bianca, e il partito repubblicano stava riemergendo da un oblio culturale e politico che durava dalla grande crisi economica degli anni trenta, di cui i repubblicani portavano le maggiori responsabilità davanti al paese.

Il ritorno dei repubblicani oltre a una valenza politica ne aveva anche una culturale; ambedue si manifesteranno dieci anni dopo con l’elezione di Reagan e l’inizio di una fase conservatrice nella politica interna e in quella estera, destinata a durare fino a noi e a produrre fenomeni estremizzanti come il Tea Party, il rafforzamento dei gruppuscoli della destra estrema fino all’avvento di Trump.

Ma proprio il successo di Trump potrebbe segnare la fine dell’epoca repubblicana. Nel 2002, Ruy Teixeira, politologo, e John Judis pubblicano un libro con un titolo che richiama quello di Philipps, uscito trent’anni prima: “The Emerging Democratic Majority”.

I due autori preannunciano il ritorno in forze del partito democratico per una serie di ragioni più fisiologiche che politiche, la più importante delle quali è la crescita delle minoranze, ma l’aspetto più inquietante della loro tesi è che la preponderanza del partito democratico, legata a fattori naturali, sarà tale per un futuro imprevedibile con la conseguenza che il partito repubblicano sarà espulso dall’area del potere, ma sostanzialmente anche dalla rappresentanza, perché, ragionano i due autori, se hai la sicurezza di non poter essere eletto, non ti presenti neppure e rinunci alla lotta.

La crescita dell’elettorato democratico per l’oggi e soprattutto quella preannunciata per i prossimi anni indicherebbero che le previsioni di Teixeira e di Judis si stanno avverando.

Ne verrebbe sconfessato il principio dell’alternanza, con buona pace di Arthur Schlesinger e della sua teoria del pendolo che per tanti anni ha dominato la storiografia politica americana e sostanzialmente entrerebbe in crisi il processo democratico, anche perché verrebbe a mancare una vera opposizione.

Ma accetterebbe il partito repubblicano di essere condannato alla marginalizzazione senza reagire? Trump ha minacciato più di una volta il ricorso alla piazza nel caso di una sua sconfitta provocata da un colpo di stato, categoria in cui il presidente mette episodi come il rapporto Mueller e l’impeachment per la questione ucraina.

Sarebbe certamente considerato dai repubblicani un colpo di stato il programma di cambiare l’attuale legge elettorale per passare dal voto elettorale a quello popolare, che va ricordato è nel programma di molti candidati democratici, sia della sinistra (Warren e Sanders) che dell’ala più moderata (Buttigieg).

Le soluzioni dei politologi per evitare l’estromissione dei repubblicani dal processo politico sono abbastanza concordanti: il partito repubblicano dovrebbe abbandonare le posizioni e le manifestazioni più estremizzanti e tornare su quelle di un conservatorismo moderato che permetterebbero al GOP di riassumere quel ruolo di opposizione istituzionale che è stato suo nel passato e che resta vitale per una democrazia.

Ma per ricreare il clima di collaborazione che assicuri il funzionamento del sistema, anche i democratici dovrebbero ritornare su posizioni riformiste, abbandonate per programmi radicali come quelli della Warren e di Sanders che oggi prevalgono nei settori di punta del partito a cui aderisce secondo alcuni osservatori il 36% degli iscritti.

Le riforme auspicate dalla Warren e più in generale dalla sinistra del partito provocherebbero la sicura reazione degli elementi conservatori e soprattutto dei finanziatori del partito.

Le cure mediche per tutti (secondo lo slogan Medicare for All), sulle quali le posizioni della sinistra appaiono compatte, richiederebbero una spesa stimata dalla stessa Warren in 59 trilioni in dieci anni, tale da rivoluzionare il bilancio del governo americano, che dovrebbe procurarsi una quantità di nuove risorse e potrebbe farlo solo con una tassazione fortemente progressiva degli alti redditi, e/o una drastica riduzione nelle spese per la difesa che per la maggioranza degli americani resta intoccabile.

I risultati delle prossime elezioni potrebbero, più che diminuirla, approfondire la distanza già rilevante nelle posizioni dei due partiti. La vittoria dei democratici potrebbe anticipare un’egemonia destinata a una lunga occupazione del potere e magari all’adozione di programmi di natura «socialista» che proporrebbero un nuovo progetto sociale a cui il paese non è preparato, mentre il partito repubblicano che fa proprie le posizioni conservatrici più estreme corre il rischio della marginalizzazione.

Scrive Daniel Ziblatt che «Un partito repubblicano che punta soprattutto al voto dei cristiani bianchi combatte una battaglia perduta in partenza. Il Collegio Elettorale, la Corte Suprema, il Senato possono ritardare la sconfitta del GOP, ma non la possono rinviare in eterno».

da“Dove va l’America”, di Giuseppe Mammarella, Il Mulino, 2020