Rogue nationC’è il rischio che gli Stati Uniti diventino una superpotenza illiberale?

Nei prossimi anni, il mondo potrebbe assistere a un progressivo irrigidimento della politica statunitense sul modello “America First” anche senza Donald Trump. Sarebbe la fine del multilateralismo e l’inizio di un mondo più pericoloso e aggressivo. A meno che i leader americani non si rendano conto che non è negli interessi di Washington perseguire una politica troppo egoista

Da garante dell’ordine liberale e leader del mondo libero a Stato isolazionista e tendenzialmente disinteressato al destino degli altri Paesi. Gli Stati Uniti, secondo Foreign Policy, sono vicini a un bivio, e potrebbero cambiare profondamente il proprio approccio alla politica estera nei prossimi decenni.

La retorica “America First” di Donald Trump e la sua vittoria hanno dato cittadinanza a una corrente di pensiero pericolosa per l’ordine liberale internazionale, l’insieme di istituzioni e norme che hanno governato la politica mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Molti sperano che con la sconfitta di Donald Trump il processo si arresti da sé, ma Michael Beckley, professore associato di Scienze politiche presso la Tufts University, in un lungo articolo sostiene che si tratta di una «speranza mal riposta». «L’era dell’egemonia liberale degli Stati Uniti», sostiene, «è un’illusione generata dagli ultimi bagliori della Guerra Fredda. L’approccio di Trump alla politica estera, al contrario, è stato la norma per la maggior parte della storia degli Stati Uniti. Quindi la sua impronta potrebbe durare molto più del suo mandato».

Secondo Foreign Affairs, l’approccio di Trump, che oggi esercita una forte attrazione per molti americani, diventerà ancora più seducente in futuro, quando due tendenze globali come il rapido invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’automazione modificheranno le dinamiche di potere internazionali a favore degli Stati Uniti. 

Paradossalmente, sostiene lo studioso, le stesse tendenze che rafforzeranno la potenza economica e militare dell’America renderanno più difficile per Washington mantenere la leadership dell’ordine liberale, e allo stesso tempo faranno diventare l’approccio di Trump più attrattivo.

«Come il ventesimo secolo», scrive Beckley, «il ventunesimo secolo sarà dominato dagli Stati Uniti. Ma mentre il precedente “secolo americano” era costruito su una visione liberale del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, ciò a cui potremmo assistere oggi è l’alba di un secolo americano illiberale»

L’approccio “America First” non nasce con Donald Trump, ma ha radici profonde nella storia americana, ricorda la rivista. Prima del 1945, gli Stati Uniti perseguivano i propri interessi per lo più in modo aggressivo e con scarso riguardo per gli effetti sul resto del mondo. 

Erano sì paladini di valori liberali come l’indipendenza e la libertà, ma li applicavano in modo discrezionale; insomma «non erano isolazionisti», spiega Beckley, «ma si tenevano a distanza». Questo anche perché la posizione geografica rendeva di fatto inattaccabile il nuovo Stato, ricco di risorse naturali e in piena esplosione demografica. 

Le cose sono cambiate con l’inizio della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti hanno avuto la necessità di trovare alleati in grado di fronteggiare la minaccia sovietica. Ecco perché Washington ha cominciato a offrire garanzie di sicurezza e libero accesso ai mercati in cambio del sostegno politico e militare.

Sostenere una guerra per l’egemonia globale è costoso, ma gli americani hanno accettato il fardello anche in virtù della componente ideologica della contesa: la lotta con l’Unione Sovietica non era soltanto militare, ma toccava tutti gli aspetti della vita quotidiana del Paese. Caduto il nemico, è venuta meno questa componente, e molti cittadini americani hanno cominciato a pensare che dopotutto occuparsi di quanto accade a migliaia di chilometri dalle loro coste è uno spreco di risorse.

I sondaggi di questi anni indicano chiaramente che oltre il 60 per cento degli americani vorrebbe che gli Stati Uniti si concentrassero soltanto sul prevenire attacchi terroristici, proteggere i posti di lavoro in patria e ridurre l’immigrazione illegale. 

La metà degli intervistati è contraria all’invio di truppe in difesa degli alleati, e quasi l’80 per cento è favorevole ai dazi protezionistici. Non si tratta di un’aberrazione, spiega Foreign Affairs, ma di una corrente che ha sempre attraversato la cultura politica americana. «Sarebbe confortante addebitare soltanto a Trump l’attuale posizione nazionalista del paese», scrive Beckley, «ma il sostegno degli americani all’ordine liberale del dopoguerra è stato traballante per decenni».

A rafforzare questa tendenza gli Stati Uniti contribuirà anche il cambiamento demografico mondiale, che rafforzerà la leadership economica e militare degli Stati Uniti e renderà il paese meno dipendente dagli altri. 

Beckley mette in fila una serie di dati abbastanza indicativi: «In primo luogo, la popolazione della maggior parte dei paesi sta invecchiando, in alcuni casi a ritmi estremamente rapidi. Entro il 2070, l’età media della popolazione mondiale sarà raddoppiata rispetto a 100 anni fa, da 20 a 40 anni, e la quota di persone di età pari o superiore a 65 anni sarà quasi quadruplicata. Per millenni, i giovani hanno superato di gran lunga gli anziani. Ma nel 2018, per la prima volta in assoluto, c’erano più persone di età superiore ai 64 anni che di età inferiore ai sei».

Questo non avrà effetti soltanto sulla propensione al rischio e all’innovazione dei paesi industrializzati, che ragionevolmente diminuirà. Ma avrà conseguenze economiche molto rilevanti: «Gli Stati Uniti saranno presto l’unico paese con un mercato ampio e in crescita. Tra le 20 maggiori economie del mondo, solo l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti avranno una popolazione crescente di adulti tra i 20 ei 49 anni nei prossimi 50 anni. Le altre grandi economie subiranno, in media, un calo del 16% in questa fascia di età. La Cina, ad esempio, perderà 225 milioni di giovani lavoratori e consumatori di età compresa tra i 20 ei 49 anni, il 36% del suo totale attuale. La popolazione giapponese di età compresa tra i 20 ei 49 anni si ridurrà del 42%, quella russa del 23% e quella tedesca del 17%. L’India crescerà fino al 2040 per poi diminuire rapidamente. Nel frattempo, gli Stati Uniti si espanderanno del dieci per cento». 

Il punto è, ragiona Beckley, che questi cambiamenti avvengono in un contesto dove gli Stati Uniti sono già di gran lunga più forti degli altri: «Il mercato americano è già grande quanto quello dei prossimi cinque paesi messi insieme e gli Stati Uniti dipendono meno dal commercio estero e dagli investimenti rispetto a quasi tutti gli altri paesi. Con la riduzione delle altre principali economie, gli Stati Uniti diventeranno ancora più centrali per la crescita globale e ancor meno dipendenti dal commercio internazionale».

In concomitanza con questa tendenza, spiega Foreign Affairs, avverrà la crescita dell’automazione, un settore in cui gli Stati Uniti godono già di un notevole vantaggio che potranno sfruttare per sostituire le catene di fornitura globali con fabbriche integrate verticalmente nel paese, aumentando così il loro grado di indipendenza rispetto al mercato straniero.

«Se queste condizioni persistono», scrive Michael Beckley, «lo scenario migliore per la leadership americana potrebbe implicare che Washington adotti una versione più nazionalista dell’internazionalismo liberale. Gli Stati Uniti potrebbero mantenere gli alleati ma farli pagare di più per la protezione. Potrebbero firmare accordi commerciali ma solo con paesi che adottano standard normativi statunitensi; partecipare alle istituzioni internazionali ma minacciare di lasciarle quando agiscono contro gli interessi del Paese; promuovere la democrazia e i diritti umani principalmente per destabilizzare i rivali geopolitici».

E questo in parte sta già avvenendo, se si vedono le continue richieste di Donald Trump agli Stati europei, che non investono abbastanza per rafforzare i propri eserciti, essendo garantiti dalle forze militari degli Stati Uniti.

Nella peggiore delle ipotesi, secondo l’analisi di Foreign Affairs, «gli Stati Uniti potrebbero uscire del tutto dall’ordine globale. Invece di cercare di rassicurare le nazioni più deboli sostenendo le regole e le istituzioni internazionali, gli Stati Uniti schiererebbero tutti gli strumenti del loro arsenale coercitivo – tariffe, sanzioni finanziarie, restrizioni sui visti, spionaggio informatico e attacchi di droni – per strappare il miglior accordo possibile sia dagli alleati che dagli avversari. Non ci sarebbero partnership durature basate su valori comuni, solo transazioni. I leader statunitensi giudicherebbero gli altri paesi non dalla loro volontà di contribuire a risolvere i problemi globali o dal fatto di essere democrazie o autocrazie, ma solo dalla loro capacità di creare posti di lavoro americani o di eliminare i fattori che minacciano gli Stati Uniti. La maggior parte dei paesi, secondo questi criteri, sarebbe irrilevante».

Insomma, sintetizza Beckley, «gli Stati Uniti potrebbero iniziare a comportarsi meno come la guida di una grande coalizione e più come una superpotenza incattivita: un colosso economico e militare privo di impegni morali, né isolazionista né internazionalista, ma aggressivo e pesantemente armato».

Concretamente, quindi, gli Stati Uniti decreterebbero la fine del multilateralismo. I partner americani potrebbero dividersi in due gruppi. Da una parte paesi strategici come Australia, Canada, Giappone e Regno Unito, le cui forze armate e agenzie di intelligence sono giù integrate con quelle di Washington. Dall’altra attori come i Paesi Baltici o le monarchie arabe del Golfo e Taiwan, che confinano con paesi rivali degli Stati Uniti.

In poche parole il trionfo del principio “America First”, dietro il quale alcuni analisti hanno tratteggiato distopici scenari futuri. C’è chi sostiene che ci sarà un ritorno al protezionismo degli anni ‘30 con Cina e Russia al posto di Germania e Giappone, oppure chi ipotizza una moderna “corsa all’oro” in cui la Russia cercherà di occupare  gli Stati a lei vicini per aumentare la propria profondità strategica, mentre l’Asia orientale precipita nella guerra navale. 

«Queste previsioni possono essere estreme», scrive Beckley, «ma riflettono una verità essenziale: l’ordine del dopoguerra, sebbene imperfetto e incompleto in molti modi, ha favorito il periodo più pacifico e prospero del genere umano. Senza questo ordine il mondo è un luogo più pericoloso».

Col rischio già in atto di tornare a nuove forme di imperialismo con l’istituzione di mercati esclusivi e zone economiche protette.

«Gli sforzi per combattere i problemi transnazionali come il cambiamento climatico, le crisi finanziarie o le pandemie», scrive Beckley, «somiglierebbero al modo in cui il mondo ha risposto al Covid-19: i paesi hanno accumulato rifornimenti senza solidarietà con gli altri, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avallato la disinformazione diffusa dalla Cina, e gli Stati Uniti hanno pensato a loro stessi».

A repentaglio sarebbe anche la stessa sopravvivenza di alcuni Stati, il cui numero dal 1945 a oggi è triplicato. Secondo una ricerca dello scienziato politico Arjun Chowdhury, citata da Foreign Affairs, oggi due terzi dei paesi del mondo non possono fornire servizi di base alla propria popolazione senza ricorrere all’aiuto internazionale, e dipendono sostanzialmente dall’ordine che si è stabilito nel dopoguerra.

Nessuno di questi esiti è inevitabile, afferma Foreign Affairs, e la speranza è che le future amministrazioni statunitensi trovino il modo di incanalare i crescenti impulsi nazionalisti in direzioni internazionaliste. 

Anche se gli americani non avessero intenzione di proteggere l’ordine liberale internazionale senza chiedere niente in cambio, come in parte è già accaduto e come è ancora più probabile che avverrà in futuro, vogliono però impedire l’egemonia di potenze autoritarie come Russia e Cina, e sono quindi disposti a collaborare con gli alleati per difendere le proprie istituzioni dall’ingerenza straniera.

«La migliore speranza per l’ordine mondiale liberale è che le future amministrazioni statunitensi trovino il modo di incanalare i crescenti impulsi nazionalisti in direzioni internazionaliste. Gli Stati Uniti hanno intrapreso occasionalmente campagne liberali per ragioni egoistiche. Si sono opposti in parte al colonialismo europeo per aprire i mercati per i beni statunitensi, ad esempio, e hanno protetto una comunità di democrazie capitaliste per schiacciare il comunismo sovietico e stabilire il proprio dominio globale. Queste campagne hanno raccolto il sostegno degli americani perché collegavano gli ideali liberali agli interessi vitali degli Stati Uniti. Un approccio simile potrebbe funzionare oggi», scrive Beckley.

«Questa versione più nazionalista dell’impegno degli Stati Uniti può sembrare ingenerosa e poco interessante», conclude Beckley, «ma sarebbe più realistica e più efficace nel tenere insieme il mondo libero durante un periodo di cambiamento demografico e tecnologico senza precedenti».

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