Un nuovo secolo americanoLa difficile impresa di Biden per tornare alla normalità, dopo 4 anni di Trump e 8 di Obama

Molti Paesi, abbandonanti dal presidente sconfitto, hanno imparato a non contare più sull’appoggio dell’alleato statunitense. Sullo scacchiere internazionale, lo status quo ante-Donald non c’è più ed è sbagliato provare a ripristinarlo: servono invece un nuovo linguaggio e una nuova dottrina

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La storia difficilmente consente di tornare indietro, resettare gli eventi e ripartire. Non è possibile ripristinare uno status quo quando non ci sono più le condizioni che lo permettevano. Se poi si intromette un fenomeno politico, sociale, o economico dirompente, allora è ancor più probabile che si raggiunga un punto di rottura dal quale non si fa più ritorno.

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca è stata proprio così: un momento che ha squarciato la normale consuetudine elettorale, ha alterato i parametri della comunicazione e dell’azione politica a cui gli Stati Uniti e il mondo erano abituati. «Dopo Trump non ci può essere alcun ritorno alla normalità», ha scritto sull’Atlantic la giornalista e saggista Anne Applebaum, autrice del libro “Twilight of Democracy”, pubblicato quest’anno e non ancora tradotto in Italia.

Sebbene in tutto il mondo molti leader politici hanno potuto tirare un sospiro di sollievo dopo le elezioni del 3 novembre, spiega Applebaum, nelle relazioni internazionali la posizione dell’America è cambiata radicalmente rispetto al 2016: «Alcuni membri del team di Biden, veterani dell’Amministrazione Obama, vorranno provare a riavviare i rapporti con gli alleati e riprendere i vecchi progetti come se nulla fosse accaduto. Sarebbe un errore».

L’idea della giornalista è che l’Amministrazione Trump abbia contribuito, da un lato, a cambiare l’immagine e la reputazione internazionale della democrazia americana. Dall’altro la presidenza Trump ha convinto, o costretto, diversi Paesi a un aggiustamento geopolitico, una modifica dell’approccio nelle relazioni internazionali di quei leader mondiali che nel frattempo hanno pensato di non poter fare affidamento su Washington come facevano prima, e quindi hanno dovuto imparare a farne a meno.

«Il nostro sistema politico – si legge nell’articolo – è percepito come disfunzionale e i nostri leader come visti come pericolosi. Circa il 70% dei sudcoreani e oltre il 60% dei giapponesi, due nazioni di cui l’America ha bisogno per respingere l’influenza cinese in Asia, vede gli Stati Uniti come una grave minaccia. In Germania, il nostro alleato chiave in Europa, ci sono molte più persone che temono Trump rispetto a Vladimir Putin, Xi Jinping o Kim Jong Un».

In qualche modo la disonestà intellettuale, la manifesta ignoranza di chi pensa di combattere il coronavirus con iniezioni di disinfettanti, il rifiuto del risultato delle elezioni, e tutto il resto hanno portato a un ridimensionamento della percezione degli Stati Uniti al di fuori dei suoi confini.

Ma non solo. Ha anche limitato lo spazio di manovra di Washington. Tutto quel che ha fatto Trump con la sua Amministrazione tra il 2016 e il 2020 «rende difficile immaginare che gli Stati Uniti possano promuovere la democrazia o lo stato di diritto come hanno fatto in passato. Per quattro anni il nostro presidente ha apertamente sfidato i valori che eravamo soliti mettere al centro della nostra politica estera. E sì, tutti lo hanno notato. La prossima volta che un alto funzionario americano dice al governo ucraino che il prestito del Fondo monetario internazionale dipende dall’applicazione delle leggi anticorruzione, perché gli ucraini non dovrebbero ridere?», spiega Applebaum.

Ma se il resto del mondo ha dovuto imparare a fare a meno degli Stati Uniti, non c’entra solo la politica di Donald Trump. Già l’Amministrazione di Barack Obama aveva in qualche modo iniziato a ridurre il ruolo e l’impatto americano sullo scacchiere internazionale.

Applebaum passa in rassegna l’atlante geopolitico: «In Libia, dove l’America si è svincolata da una lunga guerra civile, gli attori importanti sono Russia, Turchia, Egitto, Qatar e Emirati Arabi Uniti. In tutta l’Africa, l’influenza russa e cinese continua a crescere mentre l’America si ritira. Il recente spettacolo di Russia e Turchia che aiutano insieme a ridisegnare i confini nel Caucaso, a seguito di una breve guerra tra Armenia e Azerbaigian, è stato un promemoria di ciò che significa in pratica. Non molto tempo fa gli Stati Uniti avevano un’agenda ambiziosa nel Caucaso, che comprendeva gasdotti, politica e altro. Oggi nessuno nella regione è particolarmente interessato a ciò che pensano gli americani».

Ad approfittare del disimpegno americano è stata soprattutto la Cina di Xi Jinping, che ha rafforzato la sua posizione egemone nell’Asia-Pacifico. L’accordo stipulato con altri 15 Paesi pochi giorni fa ne è una testimonianza, oltre che la realizzazione di quel che temeva maggiormente Obama quando era alla Casa Bianca: sosteneva che «gli Stati Uniti, non la Cina, avrebbero dovuto condurre le danze in quell’area e porre le condizioni per gli accordi».

Né il deterioramento dell’immagine degli Stati Uniti, né la riorganizzazione delle priorità dei suoi alleati, né tanto meno i vantaggi che ne ha tratto la Cina possono essere cancellati da Joe Biden con un colpo di spugna. Il suggerimento di Applebaum allora è quello di «trovare nuovi modi per rafforzare la diplomazia americana».

In questo lavoro, dunque, Biden non solo dovrà prendere le distanze da Donald Trump e la sua gestione scellerata della politica estera, ma anche da Barack Obama. Dovrà battere strade nuove, scrive Applebaum: «Una soluzione potrebbe essere quella di evitare del tutto le organizzazioni internazionali. Invece di creare una burocrazia con una segreteria e uffici, perché non lavorare con coalizioni ad hoc di alleati, argomento per argomento?», una formula che peraltro sarebbe stata proposta anche da Emmanuel Macron nelle ultime settimane, quando ha parlato di reinventare «le forme e le modalità della cooperazione».

Oppure Biden potrebbe portare al tavolo della politica estera argomenti che solitamente sono affrontati in altro modo: evasione fiscale, riciclaggio di denaro all’estero, influenza di alcuni Paesi negli affari interni di altri per manipolarne il sistema politico e i processi democratici. E poi, ancora, la gestione delle piattaforme online delle grandi aziende: «In quasi tutte le democrazie la struttura dei moderni media online sta creando una divisione sociale più profonda. Forse è il momento di chiederci se uno sforzo internazionale volto a coordinare antitrust, privacy e normative sulla trasparenza non possano aiutare a far circolare informazioni meno estreme e polarizzate», si legge nell’articolo sull’Atlantic.

È probabile che l’amministrazione Biden si ritrovi a dover ripensare sia le istituzioni – soprattutto il Dipartimento di Stato, che coordina la politica estera – sia il suo modo di rapportarsi con gli altri Paesi e i loro leader.

«Dopo quattro anni passati a sentire parlare dei mali della globalizzazione e delle glorie del nazionalismo – dice Applebaum – gli americani hanno bisogno di un team alla Casa Bianca che riesca a tenere insieme le azioni in politica estera e interna. Abbiamo bisogno di un diverso tipo di retorica in politica estera, un linguaggio che non si limiti a venerare il multilateralismo fine a se stesso e che non blocchi nemmeno gli americani in un isolamento impossibile e irrealistico. L’integrazione nel mondo non è una scelta, è una realtà con cui dobbiamo imparare a convivere. Soprattutto, l’Amministrazione Biden dovrebbe dire la verità agli americani: siamo a un punto di rottura, un momento cardine, dopo il quale o ravviveremo l’influenza del mondo democratico o assisteremo al suo rapido declino».