Album di famigliaLa lista dei migliori 500 dischi di tutti i tempi è un inno alla black music (e una foto della società americana)

Le tensioni sociali e le incertezze virali si riflettono nelle scelte della prestigiosa classifica di Rolling Stone. Il rock si difende, ma prevalgono i suoni della strada, il rap e l’Hip hop, e la musica che diventa denuncia sociale

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È uscita aggiornata la classifica dei migliori 500 dischi di tutti i tempi, secondo Rolling Stone. Oggettiva? Per definizione no, ma comunque utile benchmark. La popolarità e autorità della più prestigiosa rivista di musica americana ne ha fatto un riferimento assai consultato, ed è utile per capire come si modifichino sia i gusti del pubblico sia degli addetti ai lavori, molti dei quali, per la prima volta, millennials.

Sicuramente contribuiscono a 154 nuove entrate e 86 dischi degli ultimi 20 anni. E fra le righe racconta anche il sentiment del pubblico americano in questo periodo di tensioni sociali e incertezze virali. Si parte con una sorpresona: “Sgt Pepper’s”, che da sempre dominava dall’alto del suo inattaccabile status, al numero 1 non c’è più. È scivolato addirittura al 24, come a dire: bello, sì, ma basta (meglio “Abbey Road” e l’album bianco).

Al suo posto, un superclassico di Marvin Gaye, “What’s Going’ On”, 1971, disco storico e soprattutto black. La cosa, in un momento di Black Lives Matter e di rivalutazione storica del ruolo della black nation nella società americana non passa inosservata. “What’s Going On” è un album epocale.

Il disco con cui Marvin, voce di seta e hauture supersexy, rivendica la sua indipendenza creativa dalla Motown di Berry Gordy, ribattezzata Hitsville, decine di hit fabbricati in casa, attraverso i quali catturare non solo i gusti dei ragazzi neri, ma anche quelli dei bianchi, ovvero la massa. Gaye decide che è arrivato il momento di cambiare direzione: «Con il mondo che esplode intorno a me, per quale motivo dovrei continuare a cantare canzoni d’amore?».

Il brano che dà il titolo al disco è ispirato da un membro dei Four Tops che assiste a un episodio di brutalità poliziesca contro gli studenti in tv e dalle lettere dal Vietnam del fratello e dalla morte in guerra di un cugino, oltreché dalla situazione sociale a casa: sottintende un veterano che torna a casa solo per vedere odio, oppressione e ingiustizia: «Linee di picchetti e cartelli di picchetti Non punirmi con brutalità Parlami, così che tu possa vedere Cosa sta succedendo…».

Quello era il sentimento, alla fine degli anni 60, non sembra molto diverso da adesso. Il grido di dolore, cantato da Marvin con dolcezza e disperazione nella prima strofa è esemplare, senza tempo: «Madre, Madre Ce sono troppe che stan piangendo Fratello, fratello Ce ne sono troppi che stan morendo Dobbiamo trovare una maniera Di portare qui un po’ d’amore oggi». Sicuramente è un brano di quelli che crea un’identità, un senso di unione, di empatia. come A Change Is Gonna Come o R-E-S-P-E-C-T.

Parla di dignità e di un traguardo da raggiungere. Quello che era rilevante allora lo è ancora. Nei primi 20 della classifica di Rolling Stone c’è un assortimento di musica black molto vario: il monumentale “Songs in the Key of Life” di Stevie Wonder, 1976, è al quarto: la sua varietà di temi e di ricchezza musicale è abbagliante, dalla musica classica al ghetto, dal soul alla samba, dal funk al jazz. C’è uno dei capolavori di Prince, “Purple Rain”, 1984, un altro dei geni che hanno spinto verso il futuro la black negli anni 70 e 80 partendo dalla tradizione, Hendrix e James Brown in primis. Al decimo c’è “The Miseducation of Lauryn Hill”, nel quale la ex-Fugees, sposata con uno dei figli di Marley, ha scritto canzoni che «mi toccano emotivamente e che hanno la integrità del reggae, la forza dell’hip hop e la strumentazione del soul classico».

A fianco di due classici come “Thriller” di Michael Jackson e “I Never Loved A Man” di Aretha Franklin ci sono, in ultimo, tre artisti di rap-e-dintorni di due ere diverse: “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamaar, 2015, è stato forse il disco più interessante e riuscito di quel crocevia dove si mischiano rap e commentario sociale, funk e jazz, momenti meditativi e poesia da strada.

Visionario, ambizioso, va ben oltre il canone del rap, crea inni per i Black Lives Matter e medita sul valore della vita: «Tira fuori da Compton un ragazzo e mettilo sotto i riflettori, e troverai risposte per te stesso che non pensavi neanche di cercare. C’è roba, lì dentro». “It Takes A Nation Of Millions to Hold Us Back”, 1988, è il secondo dei Public Enemy, la posse da NYC più politicizzata: rap brutale, strato su strato di rumori effetti e testi politici, senza compromessi.

C’è anche uno degli artisti/produttori insieme più controversi (ha sposato una Kardashian e sostiene Trump, fate voi) ma anche estremamente innovativi sulla scena: Kanye West, il cui “Dark Twisted Fantasy”, 2010, è una scultura sonora di studio – luogo dove West è maestro – in cui le radici dell’hip hop si mischiano col loro futuro, e per la quale sono assemblati ospiti, campionamenti e infinito lavoro di montaggio. Kanye, peraltro, nei 500 di dischi ne porta altri tre.

Se allarghiamo lo sguardo ai primi 50, di dischi black ce ne sono più di un terzo, ma a parte alcuni classici (Prince e Wonder, Michael Jackson e Miles e Hendrix), gli altri sono tutti legati al rap-e-dintorni: Outkast, Jay-Z e la moglie Beyoncè (con “Lemonade”, sul tradimento del marito…), rap duro con Wu-Tang Clan, Dr Dre e Notorius BIG, jazzato con A Tribe Called Quest, storico con Nas. Quando pensate all’influenza della cultura e il ritmo hip hop sulla musica contemporanea, non dimenticate che il mix di beat, melodie soul e tocco pop è il suono che è diventato praticamente ubiquo, buona parte di quello che si sente alla radio e si streamma.

E non sto parlando di soli artisti neri, ormai quel suono è la base di tutto quello che ascoltiamo, più o meno sovraprodotto. Il caro vecchio classic rock in fondo resiste, deve solo un po’ arretrare, nei primi 20 Dylan e Bruce, Clash e Stones, Beatles e Nirvana, Fleetwood Mac e Radiohead, Amy Winehouse e Carole King, Talking Heads e Marley, Paul Simon e Patti Smith, Bowie e Ramones ci sono. “Pet Sounds” dei Beach Boys è al secondo e “Blue” di Joni Mitchell, 1971, disco totalmente sincero e personale, stargate per cantautrici e cantautori del futuro, è al meritatissimo terzo posto, così come il nono di Dylan con “Blood On The Tracks”, 1974, la cronaca – anche qui – della fine di un amore, quello con la moglie Sara. È come se la gente volesse realtà, contemporaneità, ma si appellasse alla storia per trovare onestà e sincerità. Vulnerabilità.

Il grande merito di RS, fin dai suoi inizi, è stato considerare la musica (dal blues e jazz al r’n’r al rock) come un’arte contemporanea, al pari di cinema, pittura, letteratura. E di avere un senso storico, le radici che si evolvono nella musica del futuro, vedere questo percorso in modo tridimensionale, mettendolo in prospettiva. Un piede nel passato, ma uno senza reticenze e snobberie nel presente. Aggiornare una classifica vuol dire ascoltare e accettare la musica che gira intorno.

Ogni generazione ha il diritto di avere i suoi eroi, che non sono mai quelli dei genitori. Il suono di Kanye parla ai ragazzi di adesso in modo più immediato rispetto ai primi album dei Beatles, per capirci. L’Hip Hop è nel suono di questi anni più del r’n’r e del blues, se non vuoi fare una lista nata vecchia ne devi tener conto.

La lista giusta ha quel mix di storico e di contemporaneo che raccoglie le istanze migliori di entrambi. Alla fine, la riflessione da fare è sull’arte. Capire come la musica si relaziona col mondo che cambia sempre più velocemente, cosa riesce a catturare del sentimento delle nuove e delle vecchie generazioni, come riesce a connettere i puntini, ovvero passato e futuro. Questi 500 dischi raccontano bene l’immaginario e il vissuto americano degli ultimi 70 anni, forse non altrettanto bene il nostro (una classifica che non ha uno spazietto per i Traffic/Winwood, Genesis e King Crimson non è un po’ un’americanata?).

Ci raccontano che quella società, melting pot per antonomasia, e diversissima a seconda di regioni e tradizioni, ha prodotto una varietà di posizioni personali e sociali uniche, che hanno sicuramente influenzato la cultura del pianeta. In questo, più di qualsiasi arte contemporanea, i neri hanno avuto un ruolo fondamentale. Come si dice sempre, solo la cultura può sanare differenze che sembrano, a volte, insormontabili. La musica, da sempre, è la dimostrazione che le barriere offendono e inaridiscono, e che la libera circolazione del pensiero e delle idee possono avvicinare e integrare. Oggi ne abbiamo bisogno più che mai.

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