Protezione testimoniPer molti collaboratori di giustizia rifarsi una vita è un’impresa impossibile

Il sistema italiano che tutela i pentiti e i loro familiari è vecchio di 20 anni e dovrebbe essere aggiornato, perché non permette alle persone protette dallo Stato di ripartire da zero con la nuova identità che gli viene assegnata. Anzi, spesso sono costretti a utilizzare quella precedente a loro rischio e pericolo

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Da 17 anni Elisa (nome di fantasia) vive sotto copertura. Era il 23 dicembre 2003 quando da un piccolo paese della Calabria, insieme ai suoi due figli che allora avevano 7 e 2 anni, fuggiva e cambiava per sempre identità. La sua “colpa” era – ed è – semplicemente quella di essere sorella di un collaboratore di giustizia. Elisa, invece, non ha mai avuto rapporti con la ‘Ndrangheta. Eppure, la sua vita da 17 anni è in pericolo, come lo era quella di alcuni suoi familiari rimasti uccisi in un agguato solo poco tempo fa. «Da quella notte del 2003 racconta oggi – nulla è cambiato, ci sentiamo abbandonati». Le preoccupazioni di Elisa sono quelle di una mamma in apprensione per i figli: «Le pare possibile che, se a me e al mio secondo figlio è stato dato un documento di copertura, al primo che oggi ha 24 anni è stato concesso soltanto due anni fa?».

La ragione? «Dimenticanza». E anche quando c’è, il documento fittizio rischia di tramutarsi in un incubo. Come quando il primo figlio di Elisa finisce suo malgrado al centro di una lite. Le vengono messe le mani al collo, tanto da avere segni visibili di violenza. «Quando i carabinieri mi hanno chiamato – racconta la mamma – mi hanno detto che se avessi voluto denunciare, avrei dovuto specificare che siamo nel programma di protezione e quindi ci avrebbero dovuto spostare. Alla fine, per il bene dei miei figli, ho dovuto rinunciare alla denuncia».

La storia di Elisa è la storia di tanti. Gli ultimi numeri disponibili (2018) parlano di 1.189 collaboratori di giustizia e 4.586 familiari che vivono sotto il programma di protezione. Parliamo, dunque, non solo dei classici “pentiti” ma anche dei loro familiari che non hanno mai avuto a che fare con la criminalità. E di minori che, dai dati, risultano essere addirittura il 40% della popolazione sotto protezione. Nel corso degli anni, però, i fondi sono stati sistematicamente tagliati. È lo stesso Viminale a riconoscerlo: nel secondo semestre 2018 i fondi a disposizione per i circa 6.700 soggetti sotto protezione sono stati circa 44 milioni di euro; il punto, però, è che per alcune voci di spesa come i canoni di locazione, l’assistenza legale o le spese mediche «le tempistiche di erogazione vengono individuate nel quadro di una programmazione di spesa mutevole in base alla disponibilità di volta in volta accertabile in bilancio».

Incontriamo Claudia (nome di fantasia) in una cittadina pugliese. «Mi sono sposata nel 2000 – racconta a Linkiesta – e nel 2001 mio marito è diventato reggente di ‘Ndrangheta, ma la cosa era tenuta nascosta alla nostra famiglia. Io avevo un’attività legale, tanto che anche dopo la collaborazione di mio marito le indagini hanno accertato che non fosse un’attività in alcun modo riconducibile alle mafie». Suo marito decide di dissociarsi nel 2005 e dal 2007 la famiglia entra nel programma di protezione: «Io, i miei figli, i miei genitori e i miei fratelli siamo ad “alto pericolo” come riconosciuto dal Consiglio di Stato».

Rifarsi una vita, però, è impossibile: «Noi avevamo un nome di copertura quando siamo entrati nel programma di protezione. Il punto, però, è che se prima avevi un titolo di studio, una laurea, un diploma, un curriculum importante, tutto questo non serve a nulla perché lo Stato non è in grado di passare i tuoi titoli sul nome di copertura. Se vuoi lavorare “sfruttando” la tua esperienza, devi andare fuori regione col tuo nome originale, a tuo rischio e pericolo», spiega Claudia.

Esperienza simile ha vissuto anche Rita, altra moglie di un pentito: «Io ho sempre studiato e lavorato. Mi sono trovata a non fare nulla, chiusa in una casa, stavo impazzendo. Dopo pochi mesi sono andata in un’agenzia interinale e mi hanno chiesto il curriculum, che io non avevo col mio nome di copertura. Mi hanno chiesto una licenzia media, ma io neanche quella avevo. Mi sono sentita umiliata, un verme. Eppure, sono una cittadina che ha fatto semplicemente il suo lavoro».

È a questo punto che Rita, a distanza di anni, decide di riprendere il nome originale, ma anche così trovare un lavoro diventa un’impresa. «Se io vivo in questa regione, in questa provincia, in questa città non posso iscrivermi all’ufficio di collocamento. Questo perché con i nomi originali mantieni comunque un indirizzo fittizio e a quell’indirizzo fittizio, che è la sede di una questura, arriva la nostra posta. Qualcuno mi ha detto che, per iscrivermi al collocamento o avere un contratto basterebbe il domicilio: peccato che io ho l’obbligo di non darlo, pena la revoca del programma». Un cortocircuito che tocca anche i minori. «A iscrivere i bimbi a scuola – racconta ancora Elisa – è direttamente il nucleo operativo e, dunque, i vertici di una scuola sanno chi siamo, i nostri veri nomi, la nostra storia. Spesso i ragazzi hanno paura di socializzare e finiscono con l’abbandonare gli studi».

A terminare il percorso scolastico è stato, invece, Nemo, il figlio di Luigi Bonaventura, ex boss della cosca Vrenna-Bonaventura, collaboratore di giustizia da svariati anni di ben 14 procure italiane e straniere. Avrebbe voluto intraprendere la carriera universitaria ma, di fatto, gli è impossibile, come ha spiegato in una lettera inviata a tutte le autorità, da Sergio Mattarella a Luciana Lamorgese passando soprattutto per Vito Crimi, oggi a capo della Commissione centrale che si occupa del sistema di protezione.

Nella lettera, che Linkiesta ha potuto visionare, il ragazzo sottolinea che «di recente mi è stata comunicata l’impossibilità di frequentare l’università nella località protetta. Le possibili opzioni date sono tanto confusionarie quanto pericolose. Dovrei sfoggiare il mio cognome originale addirittura al di fuori della provincia e quindi senza alcuna protezione. In alternativa io e tutta la mia famiglia dovremmo nuovamente trasferirci ed utilizzare un documento di copertura non definitivo».

Una carta che però «ha funzionalità limitata all’azione per cui è stata emessa: per esempio sarei Rossi dietro al banco dell’università e Bonaventura fuori dalla provincia universitaria. Ho già vissuto così, con due nomi a seconda dell’evenienza, e posso assicurare che, con la confusione, l’irrealtà ed il sospetto che ciò porta, il fattore sicurezza è danneggiato. In entrambi i casi non verrebbero sostenuti né i costi di spostamento né di alloggio. Ho quasi 20 anni, sono obbligato ad essere un peso e non posso diventare un uomo autonomo: tutto ciò di cui ho bisogno mi è negato», lamenta il giovane. Che, per questa ragione, ha deciso di andare via dall’Italia per ricominciare da zero.

L’esempio di cosa possa significare vivere sotto protezione, d’altronde, è testimoniato proprio dal padre, Luigi Bonaventura. Nonostante oggi sia attivo in collaborazioni determinanti per varie procure, nel 2013 ha deciso di uscire dal programma di protezione. È tutto riportato in una lettera inviata dal legale del pentito alle istituzioni. Nel documento si ricostruisce il soggiorno di Bonaventura, a Termoli, in provincia di Campobasso: «Il collaboratore – si legge – ha ricevuto, solo dopo diversi mesi dal suo arrivo […] un documento personale con il limite di utilizzo nella sola regione Molise, contrariamente a quanto previsto dalla legge, che non ha consentito una concreta possibilità di inserimento socio-lavorativo».

Stando alla denuncia di Bonaventura non sarebbe stato garantito nemmeno il giusto grado di anonimato e mimetizzazione, dato che i contratti di locazione venivano stipulati direttamente da personale del Nop (Nucleo Operativo di Protezione). Da qui la decisione di uscire, a suo rischio e pericolo, dal programma. Oggi, però, Bonaventura è preoccupato soprattutto per le sorti del figlio (che invece vive ancora sotto copertura): «La lettera è stata inviata a settembre: da allora nessuno ci ha risposto».

Il problema, ovviamente, non è di facile soluzione. Ne è convinto anche Luigi Gaetti, ex sottosegretario dell’Interno (Conte 1) e in passato presidente della Commissione centrale, che si è sempre interessato al mondo dei collaboratori di giustizia, tanto da elaborare quando era in carica una poderosa riforma del sistema di protezione: «Il punto – spiega a Linkiesta – è che bisognerebbe intervenire su tanti aspetti e in parte si sta già facendo. Il limite principale è che il nostro sistema di protezione ha 20 anni, dovrebbe essere aggiornato, anche nella formazione del personale». Bisognerebbe, spiega Gaetti, «da una parte evitare che rientri nel programma chi non ne ha motivo e rischia di svilire il sistema stesso, diventando da testimone un testimonial». Dall’altra, però, «occorre rendere efficace soprattutto la fase iniziale della protezione: una volta che una famiglia viene spostata si dovrebbero creare le condizioni affinché quel nucleo trovi una sistemazione stabile e non venga più portato altrove». Cosa che ad oggi non è quasi mai garantita.

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