Prevenire è meglio che curareStiamo andando davvero verso l’Unione europea della salute?

Bruxelles avrebbe potuto restare imbrigliata nel principio di sussidiarietà nel gestire una crisi comune di tale portata, visto che gli Stati membri hanno la sovranità per le decisioni sanitarie, Ma come emerge dallo studio Designing the future European Health Union?” dell’Istituto per la Competitività (I-Com), l’Europa, invece, ha dimostrato di essere resiliente

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La pandemia scatenata dal Covid-19 ha rappresentato, e rappresenta tuttora, una sfida formidabile per i governi di tutto il mondo. Per l’Unione europea ancora più estrema, perché il governo della risposta all’emergenza, e della politica sanitaria, si muove su livelli diversi, attraverso strumenti di coordinamento che, oltre a non essere cogenti, generalmente richiedono tempi molto lunghi per entrare in funzione. La mancanza iniziale di una comune risposta europea alla pandemia ha portato a critiche diffuse. L’Europa sembra però aver colto la lezione politica chiave di questa crisi: è necessario agire, e in fretta, per dare all’Unione la capacità di intervenire per affrontare le sfide sanitarie che il futuro ci riserverà.

Quando inizialmente la diffusione del Coronavirus si è intensificata, l’Ue ha faticato a svolgere un ruolo di coordinamento, e le risposte degli Stati membri alla stessa pandemia sono state estremamente difformi. Il modo in cui ogni Paese ha risposto all’emergenza non ne riflette solo i bisogni oggettivi (numero di vittime, percentuale di anziani o persone infette, ecc.), ma anche le differenze nel modus operandi delle istituzioni e quelle nell’organizzazione del proprio sistema sanitario nazionale. D’altra parte, mentre la maggior parte degli Stati federali ha un’autorità con mandato e responsabilità in tema di sicurezza sanitaria, l’equivalente non esiste (ancora) per l’Ue. In quest’ultimo caso, le responsabilità sono decentrate agli Stati membri, che hanno iniziato a condividere informazioni solo nel 2005, dopo l’istituzione dell’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. 

Il rischio era che l’Ue restasse imbrigliata nelle sue logiche, nelle complicazioni procedurali, in quel principio di sussidiarietà che sostiene sì la cooperazione tra gli Stati membri, ma di fatto le toglie la capacità di intervenire, anche nel gestire una crisi comune di tale portata. Come emerge anche dallo studio dal titolo Designing the future European Health Union? dell’Istituto per la Competitività (I-Com), l’Europa, invece, ha dimostrato di essere resiliente e di sapere agire con criterio e attraverso decisioni importanti. 

Ne è un esempio concreto la raccomandazione del Consiglio europeo, presa lo scorso 13 di ottobre, per un approccio coordinato alle restrizioni della libera circolazione tra i Paesi membri in risposta alla pandemia. E, ancora più importante, i primi passi compiuti l’11 novembre dalla Commissione per la costruzione di un Unione della Salute, già annunciata dalla presidente Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione.

Quest’ultima proposta prevede di introdurre un nuovo regolamento sulle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero. L’obiettivo è rafforzare la preparazione alle crisi sanitarie, attraverso la creazione di piani nazionali redatti con il supporto dell’ECDC e altre agenzie europee, insieme a quadri completi e trasparenti per la rendicontazione e la verifica. I piani sarebbero infatti controllati e sottoposti a prove di stress dalla Commissione e dalle agenzie Ue. Insieme al mandato dell’ECDC verrà rafforzato anche quello dell’Agenzia europea per i medicinali, con l’obiettivo di monitorare e mitigare il rischio di carenza di farmaci e dispositivi medici, fornire consulenza scientifica sui medicinali che possono avere il potenziale per trattare, prevenire o diagnosticare le malattie che causano tali crisi, coordinare studi per monitorare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini, e coordinare le sperimentazioni cliniche. 

Inoltre, la Commissione ha definito anche i principali elementi della futura Autorità di risposta alle emergenze sanitarie (HERA), la cui creazione sarà proposta entro la fine del 2021. L’autorità, sul modello del BARDA statunitense, dovrà essere un’agenzia in grado di supportare la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie transnazionali, anche per quanto riguarda la dipendenza del settore farmaceutico europeo dalle catene di approvvigionamento extra Ue.

L’istituzione di un’agenzia europea di ricerca biomedica avanzata consentirebbe di superare la frammentazione delle competenze attualmente sparse tra i vari organismi europei, e avrebbe anche il ruolo di coordinare la ricerca di soluzioni diagnostiche e terapeutiche, in modo da essere preparati per la gestione delle emergenze epidemiche e pandemiche, purtroppo destinate a ripresentarsi nel tempo. 

Con lo stesso scopo di rafforzare il ruolo dell’Unione per la gestione delle sfide che i sistemi sanitari si trovano ad affrontare, oltre all’attuale crisi – l’aumento delle cronicità, l’invecchiamento della popolazione, l’accesso equo e sostenibile a medicinali, tecnologie e trattamenti per i pazienti e per i cittadini – entro la fine dell’anno si prevede l’adozione di altri due piani: il cosiddetto Europe’s Beating Cancer Plan e la Strategia farmaceutica UE.

Il primo è rivolto a combattere il cancro, dal quale deriva il più grande carico di malattia nell’Ue (il 20% del totale secondo il WHO), dopo le malattie cardiovascolari. Il piano lavorerà agendo su quattro pilastri: prevenzione, diagnosi precoce, trattamento e cura, qualità della vita. Il secondo, la Strategia farmaceutica, ha come obiettivi principali contribuire a garantire l’approvvigionamento europeo di medicinali sicuri e accessibili e sostenere l’industria farmaceutica europea perché possa restare un innovatore e leader mondiale.

L’accesso alle cure sta infatti diventando sempre più dipendente dalla disponibilità di farmaci a prezzi sostenibili, con notevoli differenze nelle vendite e nella disponibilità di medicinali innovativi tra i diversi Stati membri. Inoltre la catena di approvvigionamento dell’industria farmaceutica europea dipende in larga parte da paesi extra-Ue per la produzione di materie prime farmaceutiche, con il risultato che dal 60 all’80% degli ingredienti attivi viene a oggi prodotto al di fuori dell’Unione. 

*Eleonora Mazzoni  è direttore area Innovazione Istituto per la Competitività, I-Com